LA MEMORIA: UN TESTIMONE NON ATTENDIBILE?
di Martino Feyles
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”


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Abstract

The claim that memory can attest the truth involves a serious epistemological question: how is it possible to know the past, since it is no longer real, no longer verifiable? Different answers have been given to this philosophical enigma: some have emphasized the truthfulness of the memory, considering it as a passive recording of univocal data; others have highlighted its creative character, assimilating the activity of remembering to that of imagining. In this article Martino Feyles shows how it is possible to develop a phenomenological description which includes the relationship between memory and fantasy without sacrificing the need for reliability of memory. Finally the author proposes some questions concerning the relationship between memory and testimony from the legal point of view.


1. Un problema filosofico, epistemologico e giuridico

Binjamin Wilkomirski è l’autore di un toccante libro di memorie in cui racconta la sua infanzia di bambino ebreo perseguitato dai nazisti. Il libro si intitola Fragments: Memories of a Wartime Childhood, viene pubblicato nel 1995 in inglese e in tedesco e viene tradotto in italiano da Mondadori nel 1996 [1] . Si tratta di un grande successo editoriale e in poco tempo Wilkomirski diventa una celebrità. Riceve numerosi premi letterari (“National Jewish Book Award” negli Stati Uniti, “Prix Memoire de la Shoah” in Francia, “Jewish Quarterly literary prize” nel Regno Unito) e viene invitato in tutto il mondo a parlare dell’Olocausto. La sua testimonianza commuove e sconvolge. Ma nell’agosto del 1998 un giornalista svizzero, Daniel Ganzfried, pubblica un articolo sul settimanale “Weltwoche” che contiene delle rivelazioni incredibili: Wilkomirski non è ebreo, il suo vero nome è Bruno Doessekker e non ha mai messo piede in un campo di concentramento, se non come turista.
Le accuse si rivelano fondate e il presunto Binjamin Wilkomirski si rivela essere affetto da gravi disturbi di identità [2] .
Donald Thompson è (per una drammatica ironia della sorte) uno scienziato australiano che si è occupato in modo particolare delle distorsioni della memoria e dei problemi relativi alla testimonianza oculare. Alcuni dei suoi studi sono dedicati alla dimostrazione del fatto che i testimoni di un crimine sono di solito molto influenzati dagli abiti del criminale e che una persona innocente può essere scambiata per un criminale solo perché indossa gli abiti sbagliati. Le tesi sostenute da Thompson diventano presto oggetto di un vivace dibattito pubblico ed egli viene invitato in televisione per discuterne. Poche settimane dopo la trasmissione televisiva, Thompson viene arrestato con l’accusa di stupro. La vittima lo riconosce con certezza: è certa di ricordare il volto dell’uomo che l’ha stuprata. Si scoprirà poi (fortunatamente!) che proprio nel giorno e nell’ora dello stupro il povero scienziato era ospite della trasmissione televisiva di cui sopra. La donna, violentata proprio mentre stava guardando la televisione, aveva riconosciuto correttamente il volto dello scienziato, ma aveva “sbagliato” nell’attribuirlo allo stupratore.
Le false testimonianze non sono certo una novità né per gli storici – chiamati a verificare costantemente la buona fede dei testimoni del passato – né per i giuristi – che trovano già nel decalogo biblico il primo divieto assoluto di falsa testimonianza. Ma le storie diverse di Thompson e Wilkomirski hanno un elemento che le accomuna che le rende sconvolgenti: in entrambi i casi il testimone non ha mentito consapevolmente. Si tratta, in entrambi i casi, di un falso ricordo e non di una falsa testimonianza. Di fronte ad episodi del genere si capisce quanto sia urgente l’interrogativo circa la pretesa della memoria di attestare il vero. Una testimonianza, di qualsiasi testimonianza si tratti, attinge sempre il suo contenuto dalla memoria. Ma la memoria può essere considerata come un testimone attendibile?
È in gran parte intorno a questa domanda che si costruisce la fenomenologia della memoria proposta da Paul Ricoeur in La memoria, la storia e l’oblio, uno dei testi di riferimento per qualsiasi discussione filosofica dell’argomento. Ma in realtà già nel lavoro di E. Husserl – il fondatore della fenomenologia – è possibile trovare una formulazione esplicita di questo problema.
Lo dimostra il testo n. 51 di Husserliana X, dove il filosofo tedesco rivela apertamente la preoccupazione che lo muove nelle sue analisi dedicate alla memoria: se un enunciato è vero nella misura in cui si riferisce a qualcosa di reale e se il reale è ciò che, essendo presente, è constatabile in una percezione, cosa dobbiamo dire della pretesa del ricordo di attestare la realtà di ciò che è stato? Il passato, infatti, è nella sua essenza ontologica una non presenza, un assente. Certo tra la non realtà dell’immaginario e la non realtà del passato c’è e ci deve essere una differenza. Ma rimane il fatto che il passato è nella sua essenza non (più) reale. Da qui deriva un problema antichissimo, che è nello stesso tempo ovvio e misterioso: come è possibile – parlando in senso rigoroso – conoscere ciò che non è più reale? e come è possibile distinguere ciò che non è più reale da ciò che non è mai stato reale? È il grande enigma della memoria, l’enigma del passato [3] . Come si può esser certi della conoscenza del passato, se non è più possibile verificare in una percezione la realtà di ciò che è stato?


2. Memoria e verità: due scuole di pensiero contrapposte

Filosofi, psicologi e medici studiano la memoria da più di duemila anni. È chiaro quindi che parlare di “due” scuole di pensiero contrapposte, mettendo insieme studiosi di epoche diverse che utilizzano metodi di conoscenza eterogenei è una semplificazione. Di teorie sulla memoria non ce ne sono due, ma duecento! A volte però le semplificazioni aiutano a comprendere meglio un problema e per comprendere la questione che è a tema in questo saggio è di grande aiuto ripercorrere la storia del pensiero ignorando ogni distanza culturale e temporale e scavalcando gli steccati che separano scienza, filosofia e letteratura. Ci si accorge così che nella cultura occidentale si sono alternati due paradigmi teorici fondamentali.
Per il primo la memoria è essenzialmente la registrazione passiva di un dato obbiettivo, per il secondo invece è la ri-costruzione attiva di un evento.
Platone nel Teeteto inaugura la prima di queste due concezioni della memoria proponendo per la prima volta l’immagine dell’anima come una tavoletta di cera su cui le impressioni lasciano una traccia simile a quella che lascia il sigillo [4] . Quanto questa metafora sia stata influente nel modo di concepire il rapporto tra percezione e memoria lo si capisce anche solo guardando a quel deposito di conoscenze sedimentate che è il linguaggio. La parola “impressioni” che nel linguaggio comune, ma anche nel linguaggio fenomenologico, viene utilizzata per identificare i dati sensibili elementari di cui si compone una percezione, implica l’immagine platonica di un oggetto che “imprime” il suo “tipo”, la sua forma, il suo sigillo, sulle superfici malleabili della memoria. L’idea della memoria come registrazione di un’impressione ha una lunga vita nella tradizione filosofica empirista. Per gli empiristi i ricordi sono impressioni percettive illanguidite. È possibile dunque istituire una sorta di graduatoria epistemologica degli atti psichici fondata sulla loro diversa vivacità intuitiva. Forse Hume è il teorizzatore più significativo di questo punto di vista: le impressioni sensibili che il soggetto sperimenta nell’atto percettivo sono la fonte originaria di ogni conoscenza, la traccia affievolita che queste impressioni lasciano nella mente corrisponde a ciò che chiamiamo memoria, mentre l’immaginazione rappresenta l’ultimo gradino del venir meno della vivacità intuitiva – e dunque della realtà – dell’impressione sensibile [5] . In questo modo il ricordo viene a coincidere con la replica scialba di un’impressione sensibile precedente.
La medesima metafora continua a determinare la struttura di pensiero degli scienziati che parlano di “tracce mnestiche”. L’impressione implica il conservarsi di una impronta. Ma il termine “impronta” decisamente troppo rustico, viene sostituito nel linguaggio scientifico dal termine più neutrale “traccia”, a cui – per conferirgli una maggiore dignità scientifica – si attribuisce un aggettivo altisonante: “mnestica”. Naturalmente la scienza contemporanea spiega con grande minuzia di particolari che le tracce mnestiche non sono affatto da pensare a partire dal paragone con la rozza tecnologia della cera platonica. Si tratta invece di “modificazioni neuronali”, che si generano in virtù di infinitesimali impulsi elettrici (la tecnologia di riferimento qui è quella ben più evoluta dell’elettronica) e che permettono di conservare un’informazione in modo analogo a quanto accade in un computer.
Ma al di là dell’indubbio progresso della spiegazione scientifica rispetto alla metafora platonica, l’idea di fondo rimane quella platonica: la memoria è pensata come la conservazione di un’informazione univoca e oggettiva, immagazzinata grazie ad un procedimento di registrazione, che implica una modificazione materiale di un supporto. Il verbo inglese “to record” – che contiene nella sua radice etimologia il rimando al latino “recordare”, ma che in realtà significa “registrare” – è una sorta di sintesi di questo paradigma teorico.

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