FRIEDRICH DÜRRENMATT, LA MORTE DI SOCRATE, MILANO, MARCOS Y MARCOS, 2002.
Spunto per una riflessione sul tema della giustizia.
di Enrica Cozza


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La recente traduzione italiana del breve, ma divertente e provocatorio racconto di Friedrich Dürrenmatt Der Tod des Sokrates, (pubblicato per il lettore di lingua tedesca dal Diogenes Verlag nel 1991, mentre per il meno fortunato lettore italiano solo nell’aprile di quest’anno dalla milanese Marcos y Marcos), offre l’occasione al giurista e al filosofo del diritto per un confronto stimolante e proficuo con uno degli autori svizzeri più significativi del secondo dopoguerra, in particolare sul tema problematico della giustizia.
Con malizia provocatoria ed in appena una trentina di pagine Dürrenmatt propone una versione "inedita" degli accadimenti che condussero alla morte del grande pensatore greco, attribuendo ruoli inaspettati al filosofo Platone, al commediografo Aristofane e persino alla moglie di Socrate, Santippe, la quale, nell’epitaffio (pp. 53-61) da lei pronunciato in onore del defunto marito, sembra indicare unter anderem la chiave di lettura dell’intero racconto.
La versione parodica della morte di Socrate, solitamente tramandata come tragica, e gli aspetti paradossali con cui Dürrenmatt connota i propri personaggi possono essere considerati infatti, sulla base del ricordato elogio funebre, come un "controcanto" rapsodico dell’autore all’atteggiamento conformista ed acritico proprio del lettore contemporaneo, e più in generale dell’uomo moderno.
Per Dürrenmatt, autore non solo di romanzi e racconti, ma anche e principalmente di drammi, "die Dramatik kann den Zuschauer überlisten, sich der Wirklichkeit auszusetzten, aber nicht zwingen ihr standzuhalten oder sie gar zu bewältigen" e questo sembra essere appunto l’intento anche dell’ultimo suo breve libretto. Rivolgendosi ad un lettore o ad uno spettatore, a seconda del genere letterario prescelto di volta in volta, egli instaura un rapporto di complicità col destinatario dell’opera, coinvolgendolo e rendendolo Mitspieler in un gioco sottile di allusioni a riferimenti testuali e citazioni comuni alla tradizione occidentale, il cui intento paideutico costituisce nel testare e stimolare la capacità recettiva e critica del pubblico, al fine di accrescere nello spettatore/lettore il grado di consapevolezza della propria umanità, socraticamente, del sapere di non sapere.
Tale propensione maieutica in Dürrenmatt risulta più evidente ancora in un’altra sua opera, nel Kriminalroman Justiz, (edito per quelli del Diogenes Verlag nel 1985, nonché dalla Garzanti in traduzione italiana Giustizia nell’anno seguente, oggi purtroppo di difficile reperimento), dove l’autore affronta in modo più impegnato il tema della giustizia, solo brevemente accennato nella Morte di Socrate.
Per quanto in Justiz manchi un’esplicita impostazione della problematica inerente a t? d??a???, Dürrenmatt, avvalendosi del medium della rappresentazione letteraria, porge al lettore, suo inseparabile compagno di giochi, tutti gli Indizien per una ricostruzione autonoma della vexata quaestio: quid est iustitia?
L’espediente artistico è costituito principalmente dai personaggi stessi di Justiz, nel cui agire e riflettere emergono le differenti e possibili posizioni sul problema.
In questo suo ponere causam in modo indiretto, Dürrenmatt si avvale inoltre anche del paradosso, t?p?? privilegiato in cui indicare al Leser la via per un autonomo pensare e prendere posizione riguardo al tema, "oggetto" dell’indagine artistica, scandita dagli imprescindibili momenti dello stupore, del dubbio, dell’aporia ed infine della libera scelta, quest’ultima resa possibile in particolare dalla prospettazione dialettica appunto di d??a e pa??d??a.
Il romanzo si impernia sulla polisemia del termine "giustizia" che nella lingua tedesca corrisponde in realtà ad una dicotomia semantica, resa da un lato con "Justiz" e dall’altro con "Gerechtigkeit".
L’autore utilizza, infatti, i due diversi vocaboli in modo mirato a seconda dell’accezione, e dunque della rappresentazione (convenzionale), a cui egli di volta in volta intende riferirsi, ascrivendo per un verso al termine "Justiz" il significato di giusto in senso formale, in cui ricomprendere l’apparato giudiziario, la "macchina della Giustizia", che pittorescamente egli rappresenta con l’inquietante metafora delle Haifischrache (p.180), per l’altro al termine "Gerechtigkeit" quello di giusto in senso sostanziale, inteso però più quale valore assoluto esistente, che valore a cui tendere.
L’uso mit Absicht differenziato delle suddette contrapposte accezioni di t? d??a??? ha la funzione di evidenziare e denunciare l’arbitraria separazione tra diritto e società, Recht und Wirklichkeit, con cui il metodo ipotetico-deduttivo, proprio della scienza giuridica moderna, ha inteso rispondere alla complessa problematica della ricerca intorno alla giustizia.
Questa indebita Trennung, fonte delle insolute incomprensioni a cui si assiste quotidianamente nella prassi processuale, può comportare infatti conseguenze paradossali per gli operatori giuridici, se solo si traggano, così come si propone di rappresentare il Dürrenmatt, tutte le deduzioni possibili delle or ora delineate ipotesi di formelles und substanzielles Gerechte.
Tale degenerazione scientista nel modo di affrontare la realtà da parte della scienza moderna, e della mentalità moderna in generale, è resa dunque magistralmente dal Dürrenmatt proprio mediante la parodia, moltiplicazione grottesca e provocatoria di ciò che viene originariamente, indebitamente e semplicisticamente diviso.
Il personaggio emblematico di Justiz, incarnazione del dramma della suddetta disumana separazione è Spät, giovane avvocato che, dinanzi al rilascio in libertà di Kohler, (ex consigliere cantonale della Zurigo degli anni Cinquanta, che tutti sanno avere assassinato nel mondano ristorante Du Théâtre il professore universitario Winter), decide di riscrivere scrupolosamente i fatti ed i momenti procedurali della paradossale vicenda, al fine di scoprire dove il "meccanismo della Giustizia" si sia inceppato, non abbia funzionato.
Il testo da questi manoscritto dovrà costituire prova (formale) estrema di colpevolezza di Kohler, una volta che Spät medesimo l’avrà giustiziato, in quanto "Retter der Gerechtigkeit" (p. 30), e si sarà poi tolto la vita: "die Vorbereitung zu einem gerechten Mord" (p. 10).
Avere confuso Justiz con Gerechtigkeit indurrà infatti Spät a porre in essere un atto disumano e, pur credendo di agire "der Gerechtigkeit zuliebe" (p. 180), ad assurgere al ruolo di giustiziere, quale piccolo Dio in possesso del vero e del giusto.

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