IL “PROBLEMA MULTICULTURALE”
TRA SOCIOLOGIA, FILOSOFIA E DIRITTO:
UN APPROCCIO COGNITIVO
di Giovanni Bombelli*
Università Cattolica “S. Cuore” – Milano


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Abstract

The “multicultural question” must be dealt with on two complementary levels: sociological and philosophical-juridical.
On the sociological level, the question concerns the “identitarian” theme. The contemporary “identitarian” demands are collocated on a cultural background characterized by peculiar phenomena (deinstitutionalization, transition from «identity» to «membership», «resymbolization»). From here we have the complexity of some categories (from pluralism to interculturality) and theoretical horizons (for example the «culture» and the «collective rights»).
On the philosophical-juridical level, it’s necessary to examine certain traditional juridical institutes (subjective right, State, democracy) and think of many theoretical figures again (for example “dialogue”).
Privileging the nexus «identitarian sphere-objective profile», the multicultural question can be read as a «question of sense», placed between the universality of questions (of sense) and the legitimate historicity of possible answers.

 

“Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa l’uno dopo l’altro, il primo uscì e si mise vicino alla porta, poi alla porta uscì, o piuttosto scivolò via, così facilmente come scivola una pallina di mercurio, il secondo, e si mise un poco discosto dal primo, poi il terzo, poi il quarto, poi il quinto. Alla fine, stavamo tutti in fila. La gente si accorse di noi, ci indicava e diceva: “I cinque sono usciti ora da questa casa”. Da allora viviamo insieme, sarebbe una vita tranquilla se di continuo non si intromettesse un sesto. Egli non fa nulla di male, ma ci dà fastidio, e questo basta; perché si intromette dove non lo si vuole? Noi non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo fra noi. Certo, prima anche noi cinque non ci conoscevamo l’un l’altro, e, se si vuole, non ci conosciamo ancora l’un l’altro, ma ciò che è possibile per noi cinque, ed è sopportato, per quel sesto non è possibile e non è sopportato. Oltre a ciò, siamo cinque e non vogliamo essere sei. E, in generale, che senso deve avere questo stare continuamente in compagnia? Anche per noi cinque non ha alcun senso, però ora siamo già in compagnia e ci restiamo, ma non vogliamo una nuova unione proprio sulla base delle nostre esperienze. Ma come si può farlo capire garbatamente al sesto? Lunghe spiegazioni significherebbero già quasi un suo inserimento nel nostro gruppo, preferiamo non spiegare niente e non accoglierlo. Per quanto possa storcere le labbra, lo respingiamo con i gomiti, ma per quanto lo possiamo respingere, ritorna.”

F. KAFKA, Comunità (in Tutti i racconti, Newton, Roma 1988, p. 283)

Sommario:

1. Oltre la retorica
2. Questione identitaria: aspetti sociologici (fenomenologia minima)
2.1 Segue: profilo filosofico-giuridico
3. Questione “multiculturale”: livelli di analisi
3.1 Livello empirico-descrittivo: pluralismo, multiculturalismo, multietnicità, interculturalismo
3.2 Livello critico-problematico: “cultura”, orizzonte statuale e diritti delle collettività
4. Problema ”multiculturale”: alcune proiezioni giuridiche e approccio teoretico-filosofico
5. Identità e polidimensionalità cognitiva: una controproposta

1. Oltre la retorica
L’espressione “questione multiculturale” fa parte ormai da tempo del lessico socio-politico occidentale e tocca uno dei temi essenziali nell’attuale dibattito pubblico. Tuttavia, i toni retorici con i quali, soprattutto in passato, essa è stata evocata, ne tradiscono, in realtà, la natura fortemente ambigua.
Al suo interno, infatti, il profilo più squisitamente filosofico-giuridico (o culturale) si sovrappone frequentemente a quello sociologico, e, soprattutto, si intreccia in modo inestricabile alla polemica politica più corriva, con le relative ricadute sul piano delle scelte istituzionali.
Incrementato dal recente aumento del volume migratorio, il dibattito si presenta, così, in termini molto confusi, prestandosi a facili strumentalizzazioni. Accade, quindi, che aspetti di natura concettuale o d’impronta filosofico-giuridica (come, ad esempio, il tema dei “diritti umani”), vengano facilmente confusi con questioni di semplice discrezionalità amministrativa o di mero ordine pubblico, che ne costituiscono la (pur importante) proiezione sul piano socio-giuridico, [1] la “questione multiculturale” una facile palestra per esercizi di stile proposti da intellettuali engagés.
Ciò ha aperto il campo ad approcci semplificanti.
Da un lato, ad esempio, si registra la posizione di quanti, appellandosi in modo mistificante e strumentale ad una (presunta) “tradizione” comune, propendono per un atteggiamento di sostanziale “chiusura” nei confronti dei nuovi scenari socio-giuridici. Tale soluzione, approssimativamente coincidente con posizioni lato sensu “conservatrici”, radicalizza il confronto e risulta, in realtà, profondamente miope, in quanto non coglie il profilo irreversibile ed epocale della questione.
D’altro canto, simmetricamente, va ricordata la posizione di coloro che, vagheggiando una nozione di “dialogo” spesso utopica, optano per soluzioni di maggiore “apertura” e, almeno in apparenza, politically correct. Anche questa prospettiva, che in qualche modo può farsi coincidere con impostazioni “progressiste”, appare fortemente criticabile, poiché approda a soluzioni politico-istituzionali sostanzialmente ireniste e che, de facto, semplificano la complessità delle questioni sul campo.
A livello di opinione pubblica, ciò ha determinato la convinzione che una scelta “multiculturale” appaia di per sé più “progressista”, laddove l’opzione per un modello teso alla preservazione dell’omogeneità sociale sembra configurarsi in termini lato sensu “conservatori”.
In realtà, decantate le polemiche contingenti, la “questione” richiede, ormai, di essere affrontata attraverso una griglia di analisi ben più articolata e, per certi versi, più sofisticata, in grado di andare al di là degli approcci emotivi e puramente strumentali. Tramontata l’epoca in cui era possibile passare disinvoltamente dall’irenica “apertura all’altro” ad un (ormai fuori moda) “clash of civilizations” , [2] occorre abbandonare posizioni del tutto pregiudiziali, provando a sondare quali siano le implicazioni filosofiche del problema “multiculturale” e, quindi, della relazione con l’“altro”.
In tal senso, nelle pagine seguenti si proverà a ripensare la “questione multiculturale”, nel tentativo di superare alcune impostazioni ormai classiche, come, ad esempio, quella “pluralista” (che in realtà, come si dirà, si risolve a ben vedere in una soluzione “uniculturalista-monoculturalista”) o, in altra direzione, “multiculturalista” e “interculturalista”.
L’idea di fondo, in sintesi, è che il tema multiculturale vada affrontato, innanzitutto, in termini essenzialmente e radicalmente filosofico-giuridici e, più precisamente, cognitivi. Si tratta, in sostanza, di prendere sul serio, di là da unilateralismi e semplicismi, la diversità di approccio al reale sotteso ai vari modelli culturali.
Solo a partire da questa prospettiva, infatti, sembra possibile cogliere il nuovo orizzonte teoretico, nonché giuridico, aperto dai temi multiculturali, originariamente radicato nella questione del “senso” e che potremmo sintetizzare con l’espressione “polidimensionalità cognitiva” o categoriale (su cui mi soffermerò ampiamente nella “controproposta” abbozzata nella parte conclusiva).

2. Questione identitaria: aspetti sociologici (fenomenologia minima)
Occorre prendere le mosse dalla questione identitaria. Come è stato notoriamente rilevato, sul piano sociologico quest’ultima rappresenta, soprattutto nel suo intreccio con i processi di globalizzazione, [3] , “il” problema fondamentale delle società occidentali (o “complesse”), di cui il profilo multiculturale non costituisce che una proiezione. [4] Fattori molteplici di natura storico-sociale, come, ad esempio, il tramonto delle società “tradizionali”, la crisi delle aggregazioni sociali risalenti all’epoca industriale (sindacati, “classe”, partiti), l’appena menzionato fenomeno della globalizzazione, ecc. hanno determinato il frantumarsi dei precedenti contesti/orizzonti all’interno dei quali maturavano le identità collettive e individuali.
Di qui il delinearsi di fenomeni di “dispersione” delle identità o, quantomeno, di ridiscussione delle precedenti dinamiche identitarie. È un processo molto articolato e di capitale importanza sul piano culturale, di cui è possibile innanzitutto proporre una sorta di fenomenologia minima, per poi considerarne alcuni profili più marcatamente filosofico-giuridici. Solo alla luce di queste coordinate, infatti, sembra possibile impostare più correttamente la “questione multiculturale”, che rappresenta, in qualche modo, un’articolazione del tema identitario.
In particolare, l’attenzione va orientata sui due livelli, tra loro intrecciati, ai quali emerge la questione identitaria: la sfera individuale e i vissuti collettivi.
Riguardo alla prima, com’è noto si parla ormai da tempo di “identità molteplici” (o multiple-self identities). [5] Quest’espressione intende fare riferimento non tanto, o solo, a un dato puramente fattuale, in virtù del quale (secondo alcune tradizionali teorie sociologiche, come quella parsonsiana) i soggetti sono chiamati a recitare contemporaneamente ruoli sociali diversificati. Essa, in realtà, vuole alludere ad un livello teoretico che investe la crisi dell’idea stessa di “soggettività” (o “soggetto”) nell’accezione moderna, intesa, cioè, come entità perfettamente consapevole e autotrasparente, e che, dalla matrice cartesiana, arriva ad esempio (per stare al profilo politico-giuridico) fino al modello di “soggettività” riproposto da John Rawls. [6] In tal senso, va osservato come i fenomeni di “contaminazione” registrabili a livello sociologico, implementati innanzitutto dalle dinamiche migratorie e che generano il rimescolamento dei contesti identitari, si intrecciano, a loro volta, con i processi di “dissociazione” veicolati dalle nuove modalità tecnologiche di interazione, come, ad esempio, quelle legate alla cosiddetta “comunità virtuale” (con la ridiscussione di nozioni quali “luogo”, “temporalità”, ecc. ). [7] A ben vedere, ciò comporta due effetti contraddittori. Da un lato si assiste, appunto, all’apparente dissolvimento della/delle “identità”: o nella forma delle “identità multiple”, oppure in quella delle “identità transculturali”, determinando (soprattutto in quest’ultimo caso) la possibilità che il soggetto presenti contemporaneamente molte “identità” (tra loro anche contrastanti). In questo senso, quindi, l’identità non viene più avvertita come un dato necessariamente “naturale” o ascrittivo, ma si ritiene che essa possa costituire in qualche modo il frutto di un’opzione soggettiva (quindi revocabile): in sostanza, ci si riserva di scegliere volta per volta la “cultura”, o il contesto, cui appartenere (un fenomeno, come appena osservato, favorito anche dalla diffusione della comunicazione virtuale ). [8] In tal modo, però, viene meno un postulato tradizionalmente indiscusso che innervava il dibattito filosofico-giuridico fino a tutta la modernità e, cioè, il nesso intercorrente tra l’“individuo” e una (specifica) “collettività” o contesto (Stato, corpo sociale, ecc.).

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