RONALD COASE E L’ANALISI ECONOMICA DEL DIRITTO.
OSSERVAZIONI CRITICHE
di Carlo Lottieri
Università degli Studi di Siena


In maniera assai approssimativa il costo di ogni azione può essere ricondotto al valore di mercato di quanto si sarebbe potuto produrre con un altro impiego di quelle risorse (tempo, denaro, ecc.), ma è fuori discussione che – quale sia tale valore – esso è inferiore a quello dell’azione che il soggetto, posto di fronte ad un vantaggio di scelte possibili, ha deciso di compiere.
Il principale punto d’attacco della teoria austriaca nei riguardi del concetto di costi di transazione è quindi riconducibile al soggettivismo, tanto importante in questa tradizione teorica. Le due tesi cruciali sono che i costi sono soggettivi, così che non esiste alcuna maniera di affermare che l’insieme dei costi di transizione può essere maggiore del beneficio della negoziazione finale, e che la struttura dell’azione umana è tale che ogni agire segnala le preferenze individuali del singolo. Su entrambi questi punti la riflessione sviluppata nel saggio del 1960 segnala notevoli fragilità.
In particolare, quando Coase delinea il concetto di costi di transazione separa una serie di azioni (i costi: ricerca di informazioni, trattative, ecc.) dall’azione clou conclusiva (l’accordo: che per definizione comporta benefici a entrambi gli attori). In altri termini esisterebbe un insieme di atti negativi che precederebbe un atto positivo, caratterizzato da una dignità più elevata. Gli atti preparatori comporterebbero appunti costi di transazione (e quindi un saldo negativo) e l’atto conclusivo rappresenterebbe un saldo positivo: e l’intera operazione avrebbe luogo se e quando i benefici dell’atto conclusivo siano superiori ai costi degli atti preparatori.
Ma come gli studiosi austriaci hanno mostrato, non vi è possibilità di realizzare alcuna comparazione interpersonale di utilità. Questo significa che atto conclusivo e atti preparatori sono in qualche modo imperscrutabili. Non vi è dubbio che i prezzi siano strumenti utili e siano pure formidabili vincoli esterni, i quali aiutano l’attore (imprenditore) nella sua scelta tra opzioni alternative , [32] ma poi la decisione dell’attore dipende da preferenze che sono del tutto personali e da guadagni psichici[33] che non possono essere oggettivamente definiti.
In particolare, è assai opinabile affermare che quanto precede un accordo contrattuale sia vissuto da tutti come un costo netto e come un semplice atto preparatorio di qualcosa che è più importante e redditizio.
Un’analisi antropologica elementare ci può far intendere che numerose donne occidentali, ad esempio, frequentano negozi e mercati di ogni genere non solo e in primo luogo con l’intento di raccogliere informazioni in vista di un acquisto, ma per il puro piacere della cosa. Dopo essere entrate in una decina di boutique possono anche decidere di fare un determinato acquisto, ma certo troverebbero giustamente astrusa la tesi secondo cui quel loro pomeriggio trascorso a girare negozi debba essere considerato come un onere psicologico (un costo), e non già come un’attività gratificante.
In alcune culture, la stessa negoziazione risponde a logiche che non possono essere comprese nei rigidi schemi dell’economia neoclassica. Chi ha avuto modo di contrattare con un commerciante arabo sa bene che in quella tradizione c’è un gusto assai particolare della trattativa e del mercanteggiamento. Non è facile sapere se si negozia e si discute sempre al fine di acquistare o se non succeda che, almeno in alcune circostanze, si acquisti al fine di mercanteggiare. D’altra parte, qualcuno può davvero escludere che nella varietà delle sensibilità e delle preferenze umane non vi sia qualche nostro simile che apprezzi la negoziazione in sé, e non solo in funzione strumentale?
Ogni decisione umana ha dunque luogo perché il soggetto antepone quella scelta ad ogni altra a lui possibile.
In una prospettiva coerente con le ben più solide premesse teoriche austriache si deve invece prendere atto che se sono interessato a comprare una motocicletta e acquisto un giornale specializzato è perché preferisco avere quella rivista invece degli euro che mi è costato, e così lo stesso per ogni altra azione che precede l’acquisto del mezzo. Perché dovrei essere soddisfatto del fatto di avere destinato ore a leggere una rivista che si occupa di motociclette? Ma per la semplice ragione che sto allargando la mia conoscenza sul mondo (rectius, su quello specifico settore di mercato) e sto ponendo le premesse per una scelta più informata e quindi, così almeno spero, migliore.
Osservata dall’angolo visuale dei problemi informativi, la questione dei costi di transazione ci aiuta a capire come la matematizzazione che contraddistingue l’economia mainstream non solo abbia perso di vista i benefici psichici, ma abbia anche impedito di comprendere il rilievo della conoscenza e il continuo scambio tra tempo e informazione, oltre che tra denaro ed informazione, che caratterizza il comportamento razionale di ogni essere umano.

5. Temporalità austriaca e costi di transazione

C’è però un altro tratto fondamentale che separa la visione austriaca e la concezione economica neoclassica: l’analisi del tempo quale fattore cruciale della vita economica.
In uno dei volumi austriaci più significativi degli ultimi decenni, L’economia del tempo e dell’ignoranza di Gerald O’Driscoll e Mario J. Rizzo (del 1996), viene enfatizzato come il soggettivismo della tradizione aperta da Carl Menger apra la strada ad un’altra concezione del tempo. Per i due autori vi è un contrasto radicale tra una visione statica (positivista) e una dinamica (più in sintonia con la scuola austriaca): «nella concezione statica del tempo il presente è una fermata virtuale – la negazione assoluta del passaggio o flusso. Nella concezione dinamica è movimento virtuale dal passato al futuro o, più precisamente, dalla memoria all’aspettativa». [34] La stessa durata temporale non è più una successione di momenti, ma un continuum che collega il passato al futuro: il risultato è che «questo flusso non avviene nel tempo, come dovrebbe essere secondo una prospettiva newtoniana; piuttosto, esso è o costituisce il tempo. Noi non possiamo sperimentare il passaggio del tempo se non come un flusso: qualcosa di nuovo deve accadere, oppure il tempo reale finirà di esistere». [35] Ma se il tempo non è inteso secondo gli schemi esteriori della fisica (quale serie di attimi tra loro isolati e indipendenti), ma invece a partire dagli schemi interiori propri della tradizione fenomenologica (oltre che agostiniana [36] e bergsoniana) quale flusso di coscienza che connette strettamente il passato, il presente e il futuro, non c’è modo di segmentare né di gerarchizzare gli avvenimenti. Gli atti possono essere coordinati e raggruppati solo con una decisione arbitraria quando – ad esempio – si sottrae dallo scorrere del tempo una serie di azioni, distinguendo le mosse preliminari e la transazione di mercato conclusiva a cui si presume che essi conducano.
Esaminata entro questa prospettiva, la distinzione tra atti preparatori e conclusione è del tutto arbitraria. È davvero difficile comprendere come sia possibile eliminare il continuum esistenziale della nostra temporalità originaria e come sia quindi possibile ripartire il tempo in elementi discreti.
L’insieme delle azioni umane non è quindi segmentabile né gerarchizzabile. Se si immagina un rappresentante di commercio che compie una serie di attività che si presume siano “finalizzate” all’acquisto di un’autovettura (la visita ad alcuni autosaloni, la consultazione di una rivista di settore, qualche conversazione con amici, talune ricerche in internet, e via dicendo), è impossibile dire se e in che misura l’acquisto del veicolo sia davvero riconoscibile come un obiettivo e non invece come un’altra azione preparatoria volta a favorire un ulteriore risultato (ad esempio, il raggiungimento di migliori obiettivi imprenditoriali e quindi di più alti profitti). Ma se l’acquisto non è definibile in assoluto come un fine, è evidente che esso può rappresentare un atto preparatorio: esattamente come l’acquisto di un giornale specializzato o l’ora trascorsa a visionare vari automezzi.
Nella teoria di Mises il tempo è quindi compreso come il luogo delle decisioni e delle scelte, ma non vi è alcuna pretesa di oggettivare e gerarchizzare i vari atti della vita di un uomo. A proposito del continuum temporale, ogni schema che pretenda di accorpare un dato spazio temporale e distinguerlo dagli altri (precedenti o successivi) è allora del tutto opinabile.
Prendiamo il caso di un giovane pakistano trasferitosi a Londra che lavori un paio di anni in vista di poter disporre di un piccolo capitale con il quale potrà riprendere gli studi e conseguire un Ph.D. Il periodo dell’impiego appare destinato a rappresentare una fase preparatoria in vista di un atto conclusivo (il conseguimento del titolo di studio). Ma in realtà la stessa conclusione del percorso formativo di tipo universitario può essere a sua volta vissuto come un atto preparatorio in vista – ad esempio – di una carriera accademica, che diventa a questo punto il vero obiettivo. E nuovamente questo risultato può essere soltanto preliminare ad un altro (un pieno inserimento all’interno della società inglese, ad esempio), e via all’infinito.
Non solo. È davvero difficile sapere se il beneficio psichico soggettivo ottenuto nella prima fase (il lavoro volto ad accumulare risorse) possa essere considerato inferiore al beneficio psichico ottenuto nella seconda fase, o viceversa.
La questione dei costi di transazione obbliga a interrogarsi, più in generale, sulla medesima esistenza dei costi. A ben guardare, entro una prospettiva teorica soggettivista lo stesso concetto di costo appare ben poco rigoroso. Per un esame di tale questione può essere utile partire da Rothbard e dalla sua critica radicale alla distinzione tra produttore e consumatore. [37] Per l’economista americano, infatti, tutti i consumatori sono produttori, e viceversa. La concezione standard secondo cui vi sarebbero produttori e consumatori (certamente utile nella vita quotidiana, ma poco affidabile in ogni analisi teorica della questione) ci porta a considerare produttore colui che cede un bene e/o un servizio, e consumatore colui che rinuncia a un certo ammontare di denaro per ricevere appunto quel bene e/o servizio.
Il costo è appunto il corrispettivo del bene e/o del servizio.
In realtà, qui la monetarizzazione dell’economia impedisce di vedere quanto tutto sia più semplice. Nel caso di un baratto (tre galline in cambio di due conigli), d’altra parte, chi è produttore e chi è consumatore? Il produttore di galline consuma conigli, e il produttore di conigli consuma galline. E nel caso delle transazioni finanziarie (dollari contro yen, euro contro franchi svizzeri) chi è produttore e chi è consumatore?

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