RONALD COASE E L’ANALISI ECONOMICA DEL DIRITTO.
OSSERVAZIONI CRITICHE
di Carlo Lottieri
Università degli Studi di Siena


Il primo giudice chiamato ad esprimersi ritenne illegittima la ristrutturazione, ma una seconda sentenza valutò la controversia in modo diametralmente opposto, sostenendo che costruire un muro ed elevare una catasta di legna sono azioni del tutto lecite. È il querelante che accende il fuoco nel camino e causa il fumo. Egli dovrebbe smettere o, altrimenti, dovrebbe modificare il proprio impianto.
Utilizzando il linguaggio del diritto romano, il convocato non avrebbe causato immissiones (non avrebbe invaso le proprietà altrui) e la conclusione di Coase è che il danno è stato causato sia dall’una che dall’altra delle parti: da chi ha alzato muro e catasta di legna come pure da chi ha acceso il camino. A suo giudizio «è chiaro che entrambi sono stati responsabili e che entrambi dovrebbero considerare la perdita di benessere dovuta al fumo come un costo nel decidere se continuare l’attività che provoca fumo». Da cui la conclusione: «se dobbiamo discutere il problema in termini di causa, entrambe le parti causano il danno».
[18] Abbiamo insomma una forma di reciprocità tra l’aggressore e l’aggredito, ma bisogna essere consapevoli come questo modo di analizzare i rapporti umani e il loro intersecarsi implica ovviamente la fine del diritto.
Certamente il caso Bryant v. Lefever è tecnicamente complesso, soprattutto perché qui appare difficile definire i titoli di proprietà (chi ha diritto a fare cosa) e, di conseguenza, chi sia l’aggressore e chi sia l’aggredito. Ma è chiaro che Coase utilizza l’effettiva complessità di tale diatriba tra vicini per conferire forza alla sua tesi secondo la quale in ogni situazione in cui si hanno esternalità assisteremmo a una reciproca invasione che chiederebbe di essere risolta tramite l’assegnazione di titoli di proprietà e il negoziato tra proprietari.

3. Diritti di proprietà e “reciprocità”

Fin da subito, però, il teorema di Coase è stato esposto alle critiche di un agguerrito gruppo di autori che ne hanno evidenziato l’incompatibilità con una coerente visione liberale della società. In particolare, economisti austriaci come Walter Block, Roy E. Cordato, Gary North e Murray N. Rothbard hanno evidenziato che in Coase si accentua la tradizionale indifferenza dell’economia mainstream nei riguardi di ogni questione di giustizia.
[19] Come si è rilevato, quando Coase individua soluzioni negoziali per risolvere controversie legate a esternalità, al tempo stesso egli afferma:
a) che ogni controversia la quale abbia a che vedere con problemi di esternalità implica (almeno in potenza) un danno reciproco; la ferrovia che produce scintille e in tal modo incendia i campi coltivati danneggia l’agricoltore, ma lo stesso a suo giudizio si può dire per un agricoltore che pretenda di impedire alla ferrovia di far passare i suoi convogli sui binari;
[20] b) che l’allocazione dei titoli di proprietà deve avvenire in modo da permettere l’esito più efficiente, tale da massimizzare il risultato complessivo.
Nel teorema di Coase, insomma, non vi è alcuno spazio per un autentico riconoscimento dei diritti di proprietà, dato che:
a’) quando si parla di reciprocità si mettono aggressore e aggredito sullo stesso piano, e si pretende che la ferrovia abbia lo stesso diritto di distruggere i campi coltivati dal legittimo proprietario quanto ne ha l’agricoltore di impedire ai treni di danneggiarlo; in realtà, è la stessa nozione di aggressione che qui viene negata, dal momento che non si vuole vedere che sono le società ferroviarie ad aggredire gli agricoltori (il cui diritto a non vedere che i propri campi siano incendiati da altri è sempre stata riconosciuta dalla tradizione giuridica), e non viceversa;
[21] b’) la proprietà può essere in vario modo distribuita al fine di ottenere allocazioni economicamente ottimali, e quindi di fatto non vi è alcun autentico titolo di proprietà (ogni bene è a disposizione di giudici, politici e altri “pianificatori” incaricati di predisporre la migliore allocazione dei titoli). [22] Tutt’altra è la logica degli autori austriaci. In ambito ambientale, ad esempio, l’obiettivo di tali studiosi è giungere alla risoluzione dei conflitti attraverso i diritti di proprietà e la protezione dell’ordine giuridico. La conseguenza è che, come ha sottolineato Roy E. Cordato, «sebbene i diritti di proprietà siano egualmente importanti per gli studiosi di orientamento “coasiano” come per quelli “austriaci”, i loro obiettivi normativi sono significativamente differenti». [23] Per i secondi, inoltre, non si tratta di realizzare una qualche massimizzazione del valore e questo obiettivo non appare perseguibile in virtù del fatto che entro tale prospettiva teorica – caratterizzata da un netto soggettivismo – non si ritiene possibile una comparazione interpersonale delle preferenze.
Le critiche che poggiano sui diritti di proprietà e sulla teoria soggettiva del valore sono certamente fondate ed evidenziano importanti punti di debolezza del teorema di Coase. Ve ne sono però anche altri.
Ogni analisi approfondita del paradigma elaborato nel 1960 finisce per evocare numerosi altri temi e – tra loro – uno dei più importanti è la nozione di “costi di transazione”. Con tale espressione viene indicato quell’insieme di atti e iniziative che sono condotti in vista di un risultato economico e, in particolare, in vista di un accordo di mercato (di una transazione, appunto).
Questo concetto è fondamentale in Coase perché l’economista distingue tra un modello di società ipotetica a costi di transazione bassi o nulli, e un modello di società reale a costi che possono essere anche molto alti. [24]Nell’esempio della ferrovia e dell’agricoltore (così come in quello del medico e del pasticcere) si può immaginare che si abbia a che fare soltanto con due soggetti, e in questo caso i costi potrebbero essere bassissimi. Ma se immaginiamo che gli agricoltori siano migliaia e che la compagnia ferroviaria debba sottoscrivere un accordo con tutti loro, è chiaro che i costi necessari per addivenire ad un accordo possono essere proibitivi. Con la conseguenza che l’accordo negoziale difficilmente avrà luogo.
È proprio sottolineando l’importanza dei costi di transazione, e muovendo dall’evidenza che i costi possono essere esageratamente onerosi, che in virtù del teorema di Coase si è arrivati a giustificare – quando si presume che i costi di transazione siano elevati, appunto – varie forme di intervento pubblico e di pianificazione. Nello stesso saggio sul problema del costo sociale si può leggere che «non c’è ragione perché, in date circostanze, la regolazione governativa non debba portare a incrementi dell’efficienza del sistema economico». [25] In tal modo lo stesso Coase ha finito per legittimare per altra via quell’intervento pubblico che pure, con la sua critica alla welfare economics, aveva inteso criticare tanto aspramente.
Tale considerazione consiglia quindi di approfondire la riflessione sui costi di transazione e, in particolare, di esaminare questo concetto a partire dai paradigmi della Scuola austriaca.

4. Soggettivismo austriaco e costi di transazione

In Human Action di Ludwig von Mises, certamente uno dei testi maggiori della Scuola austriaca, viene sottolineato come al centro di ogni analisi economica vi sia l’azione del singolo. Mises chiama prasseologia questa riflessione razionale di carattere teorico sull’uomo e sulla società la quale muove da alcuni assiomi certi e procede per via deduttiva.
[26] Secondo Mises, agire non è reagire a stimoli, eseguire comandi, obbedire a istinti. L’agire umano è intenzionale e in questo senso anche razionale, dal momento che in ogni momento della propria vita il singolo uomo – agendo – passa da una situazione A(tº) ad una B(t¹) che è ritenuta soggettivamente vantaggiosa. [27] Ogni individuo ha di fronte a sé numerose alternative: può telefonare ad un amico, leggere un libro, guardare la televisione o fare una passeggiata. Farà ciò che (ex ante) egli considererà più vantaggioso. È anche possibile che ex post rimanga deluso per la scelta fatta (il numero telefonico dell’amico era occupato o il libro letto poco interessante), ma questo qui non ci interessa e discende semplicemente dal fatto che non siamo onniscienti, né possiamo pretendere di controllare la realtà storica nei suoi esiti. [28] Nel momento in cui compie una scelta, e quindi in ogni momento dell’esistenza, l’individuo antepone quella possibilità ad ogni altra e gerarchizza de facto le varie possibilità. Ma questo non significa che egli possa anche valutare in termini quantitativi il beneficio connesso alle varie opzioni. Chi telefona mostra di preferire la telefonata al programma televisivo e alla passeggiata, ma non vi è modo – né per lui né per altri – di attribuire un valore di 100 alla telefonata, di 80 al programma televisivo e di 50 alla passeggiata. Abbiamo quindi una classificazione di tipo ordinale e non già cardinale, la quale gradua le preferenze, ma non ci autorizza a misurarle. [29]Usando le parole di James M. Buchanan, si può sostenere che nella teoria economica tradizionale (che si vorrebbe pure predittiva) «il costo è misurato in una dimensione di merci», mentre nella linea che egli chiama londinese-austriaca «il costo deve essere misurato in una dimensione di utilità». [30] Se è vero quanto affermato da Mises e Buchanan, e se quindi ogni azione volontaria risponde per definizione alle esigenze dell’attore (per come egli soggettivamente le intende), e se per giunta non vi è modo di andare oltre la constatazione di questa preferenza dimostrata[31] riesce difficile capire in che modo un osservatore esterno – si tratti di un giudice, un legislatore o anche un economista inglese – possa rubricare come pura passività (come costo netto) il tempo che ad esempio l’agricoltore destina alla negoziazione con il delegato della società ferroviaria. Quanti concordano di incontrarsi e discutere, nell’obiettivo di trovare un’intesa e stipulare un contratto, sono homines agentes misesiani che in ogni momento della loro vita decidono esattamente di fare ciò che soggettivamente ed ex ante appare loro più vantaggioso.

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