I principi sociali come struttura fondamentale
della società moderna: personalità, solidarietà e sussidiarietà
di Wilhelm Korff e Alois Baumgartner
Ludwig-Maximilians-Universität – München


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Abstract

The public relevance of Christianity consists, in an social-ethic point of view, in the reflec-tion about the structural principles of modern, liberal society: its constitution is not the re-sult of casual or mere historical evolutions, but of a principle-based reflection which bases the modern constitutions on the three principles of personality, solidarity and subsidiarity. Although, how is sufficiently known, they had to be realized partially against the Church and Christianity, they are expressions and consequences of the fundamental characteris-tics of the Christian understanding of “person”, not in a religious way but in a universal and rational form. Therefore, they had the force to build the modern, liberal-secular society. Christianity, in this point of view, is not against liberalism, but one of the historical sources of it. That’s why the theological social-ethic reflection is indispensable in our actual Euro-pean and worldwide reflections on the constitutive conditions on human society.
One of the most important contributions on this social-ethic reflection is published, ten years ago, by the two Munich professors Wilhelm Korff and Alois Baumgartner. We’re pub-lishing now the translation of this article in Italian. Introducing it to the Italian social-ethic discussion, in the introduction we embed it into the horizon drawn by the Encyclical “Cari-tas in veritate” and the problems which in the meantime, in the first decade of the new cen-tury, have risen for European society.

Nota introduttiva (di Markus Krienke)
Sotto il titolo I principi sociali come struttura fondamentale della società moderna: personalità, solidarietà e sussidiarietà, Wilhelm Korff e Alois Baumgartner, i due esponenti principali dell’interpretazione dell’etica sociale cristiana e della Dottrina sociale della Chiesa presso la Facoltà di Teologia cattolica della Ludwig-Maximilians-Universität a Monaco hanno riassunto in sintesi, nel 1999, il loro contributo allo sviluppo dei principi fondamentali di questa disciplina: personalità, solidarietà e sussidiarietà . [1] Proprio per la loro chiarezza concettuale e per il loro stretto attenersi all’argomentazione di principi, questo saggio può essere considerato ancora oggi una delle elaborazioni di riferimento riguardo alla domanda “fondamentale” dei principi basilari della Dottrina sociale della Chiesa riguardo alla tematica degli ordinamenti sociali. Allo stesso momento, con l’apertura di questi principi per la loro dimensione etico-giuridica, Korff e Baumgartner hanno avanzato una proposta che ancora oggi non ha perso niente della sua validità – anzi si potrebbe dire che per l’etica sociale cristiana e per la Dottrina sociale della Chiesa questa dimensione dovrebbe risultare uno degli aspetti centrali per il nuovo secolo. Emblematicamente, è proprio questa prospettiva che viene confermata dalla recente enciclica Caritas in veritate, nei confronti delle sfide del XXI secolo che vengono riassunte nel concetto della “globalizzazione”.
Soprattutto oggi, in un momento storico che si interroga sui principi fondamentali dello Stato liberale secolare moderno, come si è istituzionalizzato e costituzionalizzato soprattutto dopo la Seconda Guerra mondiale, questa riflessione non può essere sottovalutata. Essa delinea in modo sistematico – non storico-genetico [2] – come il Cristianesimo è stato il motore della società moderna e della sua istituzionalizzazione: se lo Stato non si basa più sulla moralità pubblica, cioè sui costumi, ma sulla dimensione giuridica della dignità della persona, istituzionalizzando in questo modo negli ordinamenti politici il supremo valore della libertà morale della persona, questo si deve alle intuizioni cristiano-sociali più originali. Anche se nella modernità essi dovevano essere rivendicati spesso in polemica anche violenta contro la Chiesa, nondimeno si può riconoscere nella rivendicazione della dignità umana, che risulta sottratta alla logica collettivistica, naturalistica, biologistica o evoluzionistica, una conseguenza – anche se lontana – di quel principio con il quale il Cristianesimo – a lungo andare – ha rivoluzionato la struttura e la ragione politica: Caesaris Caesari, Deo Dei. Questa conseguenza si ravvisa oggi nel principio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa, formulato in Gaudium et spes 25, per il quale la persona è e deve essere principium, subiectum et finis omnium institutorum socialium.
Questo ragionamento fondamentale viene tematizzato dai nostri due autori nelle pagine che precedono quella parte che rendiamo di seguito disponibile per la prima volta in lingua italiana . [3] Significativamente, è stato proprio Antonio Rosmini a riconoscere nella dimensione giuridica il contributo specifico del Cristianesimo all’ordinamento sociale – contributo che, come si evince ancora una volta, si fa storia soltanto nella modernità: «Ora chi mai può disconoscere il fatto, che il Cristianesimo, introducendo la carità nel mondo, vi pose un principio d’incessante azione, e ch’egli ha così immensamente aumentata e perpetuata l’attività negli uomini? […] Un principio di libertà sì manifesto, che mentre all’umanità gentile parea non potersi muovere oppressa sotto il peso d’inesorabile fato, l’uomo cristiano all’opposto sente la propria individualità, e svolge in sè stesso una sempre nuova libera sua potenza? […] Se altro dunque non è una società umana che un complesso, un avvincolamento di diritti e di doveri, chi non intende da questo solo, come l’istituzione della società cristiana, dee aver influito su tutte le altre società, sulla domestica e sulla civile specialmente, facendo comparire in esse nuovi diritti, quasi dal nulla traendoli con potenza creatrice, ed accertando gli incerti, pur con solo ammigliorarne la radice, coll’ammigliorar cioè e quasi creare nell’uomo il soggetto de’ diritti?» .[4] Il fatto che la Dottrina sociale della Chiesa non propone «soluzioni tecniche» , [5] ma che nondimeno rimanda con veemenza alla rilevanza pubblica del Cristianesimo, trova la sua soluzione coerente qualora si prende sul serio che essa è una disciplina di principi: essa non vuole né sostituire la politica né “interferire” in essa (misconoscendo l’autonomia legittima della politica), articolando il suo “intervento” nella rivendicazione dei principi che derivano dalla centralità della dignità umana: personalità , [6] solidarietà e sussidiarietà. Qualora si riesce a comprendere questi principi come principi giuridici, e quindi a collocarsi all’interno di una riflessione social-etica che condivide il punto di partenza dello Stato liberal-secolare, si intravvede nelle strutture portanti delle società europee l’immagine cristiana dell’uomo la cui dignità è caratterizzata «intellectuale et arbitrio liberum et per se potestativum», che si potrebbe tradurre con intelletto, libertà e volontà[7] . Questa prospettiva offerta dalla Dottrina sociale della Chiesa, innanzitutto, non metafisicizza né lo Stato né la società né il mercato: il principio, il fondamento “metafisico”, sta nella persona umana. In questo senso non esiste, in chiave etico-sociale, una “essenza” della società, dell’economia o dello Stato. Così è proprio per lo sviluppo moderno che si realizza storicamente il contributo dell’antropologia cristiana all’ordinamento pubblico, e Röpke poteva legittimamente affermare: «Il liberalismo non è […] nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberalismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni di pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto di natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità» .[8] Per questa ragione, la Dottrina sociale della Chiesa sin dalla sua nascita non si stancava a criticare il «falso rimedio» alle sfide delle «cose nuove» ossia il socialismo: qualsiasi dottrina che assegna allo Stato la prevalenza criteriologica nei confronti dell’individuo, non è conciliabile con l’antropologia cristiana. Ossia come affermava Rosmini: «[non] può recare alcuna meraviglia che l’individuo non sia più nulla, quando il governo è tutto» .[9] In questa chiave, la formulazione liberal-giuridica della dignità umana da parte di Kant è diventato decisivo per la riflessione di Korff e Baumgartner, che riescono in questo modo a presentare un ragionamento che coglie quel momento in cui l’immagine cristiana dell’uomo ha influito maggiormente sulla sistematica giuridico-costituzionale moderna. Questo momento sistematico soprattutto oggi non può essere sottovalutato né tantomeno dovrebbe essere misconosciuto. Nella sua definizione fondamentale della dignità umana, Kant afferma che l’uomo non deve mai essere abbassato ad un mero mezzo, definito da un “prezzo”, ma che gli spetta sempre anche la natura di fine e quindi di dignità.
Al di là di questo contributo, la metodologia kantiana incontra la critica da parte della riflessione etico-sociale cattolica qualora riduce l’uomo alla sua dimensione individuale, non lasciando spazio all’ancoramento della relazionalità, della concretezza, insomma delle varie dimensioni di una prospettiva “integrale” della persona. Come antropologicamente centrale, si evince in tal modo, in un’ottica che oltrepassa Kant, la dimensione della relazione. Così è stato proprio per Rosmini che nella chiave dell’antropologia cristiana ha definito l’uomo come sostanza (individuo) e relazione allo stesso momento: «[c]onvien dire dunque che il nome persona non significa né meramente una sostanza, nè meramente una relazione, ma una relazione sostanziale, cioè una relazione che si trova nell’intrinseco ordine dell’essere di una sostanza» . [10]
Con questa disamina, tramite la quale applica significativamente per la prima volta la definizione cristiana della persona divina all’uomo (infatti nel Cristianesimo il concetto di “persona” è stato sviluppato sempre a partire dall’incontro dell’uomo con la rivelazione di Dio) , [11] egli realizza ante litteram la pretesa della recente enciclica sociale ossia «un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale» [12] come momento centrale della comprensione cristiana di persona. Non può essere sopravalutata l’importanza del fatto che la dimensione relazionale è attribuita direttamente all’essenza della persona, non della società: la società nasce dalla per-sona – essa è da interpretare in chiave personalistica e perciò il compito della Dottrina sociale è di “personalizzare” la società – [13] non la persona dalla società. La società, per questo, sorge e vive dalle relazioni di solidarietà tra le persone, e queste possono svilupparsi soltanto qualora lo Stato non si arroga di questa dimensione come prerogativa propria ma lascia e mette a disposizione sussidiariamente gli spazi affinché tali relazioni possano articolarsi. Qui è fondato antropologicamente il rimando reciproco e l’integrazione vicendevole dei principi di solidarietà e di sussidiarietà: «il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno» .[14] Con questo presupposto, l’individualismo liberale è limitato, per la Dottrina sociale della Chiesa, alla considerazione metodologico-negativa , [15] ossia atto ad individuare, pretendere ed assicurare quegli spazi di libertà sociale che sono necessari, e che lo Stato deve sussidiariamente garantire, affinché la persona humana si possa evolvere nella sua integralità :[16] «il vero individualismo afferma il valore della famiglia e di tutti gli sforzi comuni della piccola comunità e del gruppo, […] crede nell’autonomia locale e nelle associazioni volontarie e […] certamente le sue argomentazioni si basano in larga misura sull’assunto secondo cui molto di ciò per cui di solito si invoca l’azione coercitiva dello Stato può essere fatto meglio con la collaborazione volontaria» .[17] Significativamente, questa dimensione del “vero sviluppo umano” è richiesto nuovamente – e con nuova intensità nei confronti delle sfide della globalizzazione – dalla recente enciclica Caritas in veritate. Generalmente, l’“integralità” dello sviluppo della persona significa che la società deve essere attenta a non promuovere unilateralmente le dimensioni individualistiche, ma di dare il necessario spazio posi-tivo, quindi gli sussidi adeguati, allo sviluppo della natura relazionale della persona. Positivamente, questo principio metodologico sarebbe quindi da classificare come “personalistico” .[18] La natura relazionale, poi, non produce immediatamente le forme concrete di solidarietà nella società che dipendono innanzitutto dalle condizioni particolari per cui non possono essere metafisicamente prestabilite apriori. Anche questa conseguenza è un tratto caratteristico del principio personalistico della solidarietà e del personalismo metodologico insito nell’antropologia cristiana. Piuttosto sono da ricercare nella costituzione della persona stessa, la cui libertà è fondata nel fatto inalienabile che essa non è riducibile né alla sua dimensione naturale né a quella sociale, ma nel suo precipuo essere “autonomo” [19] e così integrata personalisticamente da due realtà che segnano e concretizzano in chiave relazionale l’intimità personale della persona: ossia verso il suo creatore trascendente, Dio, e verso i suoi genitori naturali. Qui non si tratta di due “società” (“società domestica” e “società teocratica”), ma di due contesti relazionali della dignità umana. Entrambi momenti relazionali non si escludono a vicenda ma anzi rimandano l’uno all’altro. In questo modo, essi sono le realtà che impediscono difatti che lo Stato si può inglobare anche le realtà più personali e più espressioni della dignità intangibile e irriducibile di ciascun individuo. Ossia, in altre parole, esse realizzano la logica dell’“interruzione” [20] che il principio di personalità esprime nei confronti della logica politica: ossia che lo Stato si trova rimandato, sin dal principio della sua struttura, ad un fondamento che esso non può né produrre né assicurare, in quanto è implicito nella dignità umana . [21] Questo perché l’uomo non è individuo, e quindi esposto senza un ancoramento proprio a subire la “potenza” dello Stato, ma è relazione ontologica sia verso il suo creatore, sia verso i suoi genitori: perciò la relazione religiosa e la relazione familiare sono due relazioni che insieme alla dignità umana precedono la società e lo Stato. In queste relazioni si riproduce, da un lato, la sostanza personalistica della solidarietà, necessaria per mantenere viva nella società il consenso sui fondamenti valoriali della costituzione, mentre allo stesso tempo, dall’altro lato, si richiamano il senso e la ragione etica della sussidiarietà, che in questo modo non si riduce semplicemente al principio politico-giuridico del “federalismo” ma che rivela qui la sua sostanza etica.

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