GIUSEPPE CAPOGRASSI
di Antonio Pigliaru [1]


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Giuseppe Capograssi, forse il più notevole filosofo del diritto espresso dalla cultura italiana del XX secolo, ha di norma operato entro un ambito di studi assai organico, sempre tenuto su un piano di interessi costanti con un impegno estremamente rigoroso al rispetto massimo di tale ambito e di tale piano. Ma sarebbe un errore, per la cultura italiana, ritenere tale circostanza sufficiente a giustificare l’opinione che la validità della filosofia capograssiana e l’interesse alla sua opera debbano restare circoscritti al settore degli studi filosofico-giuridici, quasi che in esso debba ritenersi esaurito e circoscritto, il valore della sua attività, del suo insegnamento.
Scopo per altro di questa nota, uno scritto naturalmente d’occasione data la recente ed immatura scomparsa del Filosofo, è quello di avanzare, è solo quello di avanzare qualche considerazione che possa interessare al nome ed al pensiero di Giuseppe Capograssi, una forma di attenzione culturalmente più aperta e libera. Cioè il più aperta e libera possibile, quanto è necessario per leggere e ripensare le pagine capograssiane di volta in volta tentando, appunto con libero esercizio mentale, di cogliere qualche motivo nel suo discorso complessivo che sia, tanto per cominciare, di più facile risonanza e di presa, come dire?, più immediata.
Non credo che si tratti di un esercizio del tutto abusivo, anche se, per intanto, piuttosto complesso. E in realtà quel che ora, e qui, dobbiamo subito cercare di sapere, è se esista un nucleo centrale nel pensiero capograssiano che possa essere proposto all’attenzione dello studioso non specialista come un nucleo di pensiero altresì vitale per se medesimo, e quindi in modo dei tutto indipendente dal particolare sistema di problemi che esso ha cercato di ordinare.
Ad ogni modo, per rispondere o cercare di rispondere all’interrogativo anzidetto, pare che la prima considerazione (la più ovvia) debba richiamarci al dovere di precisare che esso in ogni caso sottintende chiaramente, a sua volta, un duplice ordine di considerazioni: duplice ordine di considerazioni che poi è solo apparentemente tale, richiamandoci, visibilmente, ad una questione metodologica da un lato, e ad una questione morale dall’altro. E giova, perciò discorrerne sommariamente, quindi anche a rischio di qualche fatale e forse pericolosa approssimazione, per il fatto che un discorso su Capograssi e sulle modalità del suo filosofare e sul significato di tali modalità (sul significato morale di una certa scelta metodologica), è da avviare addirittura con urgenza e, non solo per rimediare post mortem al fatto che il pensiero capograssiano non sempre ha avuto, lui vivo, l’attenzione che avrebbe meritato e dovuto avere pur fuori degli studi filosofico-giuridici; ma più forte per rendere meglio presente alla nostra memoria futura una eredità, una lezione che stoltamente potremmo essere indotti a dimenticare, esposti come siamo, tutti, al rischio di venire continuamente travolti, tutti più o meno, dalla tentazione di una filosofia maggiore, troppo alta e soprattutto troppo spesso insidiosa.

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Uno dei punti restato più fermo nel quadro del pensiero capograssiano è da indicare nel concetto che ogni forma di azione particolare, le forme particolari cioè della vita scoprono sempre nella loro stessa particolarità una connessione con tutta l’esperienza, con tutto il mondo dell’esperienza, ogni forma concreta della vita essendo per sé portatrice dell’intera esperienza. Abbiamo trascritto, quasi testualmente, parole già di Capograssi, omettendo di virgolarle come di rito, per conservare a queste considerazioni, un margine massimo di libertà nella ricostruzione del testo, un margine di libertà anzi così vasto quanto è necessario alla esigenza di puntualizzare in termini brevi un discorso il quale, per reggere all’impegno di un più vasto e documentato riscontro filologico, dovrebbe allora fare affidamento su altra disponibilità di spazio e (non però in senso stretto) di tempo; cioè su una diversa possibilità di durare.
Naturalmente quando Capograssi dice: «l’azione particolare, le forme particolari della vita scoprono nella loro particolarità», eccetera, esplicitamente si pone l’accento su un fatto; ma è pure evidente che con ciò stesso si indica pure una questione di metodo. Il problema infatti è pensare fatti e idee in modo che fatti ed idee sappiano esser conosciuti per quel che sono, in quanto forme autonome e concrete di una esperienza sempre originale e sempre ricca.
Ad ogni insieme di fatti corrisponde un insieme di certezze, di persuasioni, di idee: quelle certezze, persuasioni, idee con le quali l’uomo (l’individuo) vive i fatti: i suoi fatti, i fatti e le idee che sono la sua vita. Ma fatti e idee, noterà C. con notevole frequenza, non sono mai distinti e sempre, invece, nascono insieme; si spiegano infatti vicendevolmente, quelli nelle idee da cui nascono trovando la propria origine e queste trovando nei fatti in cui si concretano, l’effettiva determinazione e misura loro propria.
L’azione così rivela che cosa fosse o sia una idea, ciò che ne esprime il significato reale, e che dice se si sia trattato e si tratti di una idea vera o falsa; che, se questa è falsa è ancora l’azione, la concreta esperienza che essa crea, ciò che mostra che cosa essa idea autenticamente fosse o sia, allorquando potrà scorgersi la tremenda portata dell’errore, il tremendo delle crisi: il tremendo per così dire, di un mondo costruito sul vuoto e la disperazione della coscienza di tale vuoto. Le cose, i fatti, l’esperienza concreta (l’uomo è fatto in modo da avere bisogno della «terribile pedagogia della storia») hanno sempre un insegnamento da impartire, un’idea da comunicare, ma si tratta di un insegnamento, di un’idea da cogliere, da mettere in chiaro nella lunga e paziente meditazione di una filosofia che sia intimamente decisa a vivere la sua propria vita ed a realizzare la sua propria condizione a contatto con l’originalità viva dell’esperienza e della vita.
Si legga allora questa pagina dalla introduzione ad un suo libro del 1936 (Il problema della scienza del diritto), un testo piuttosto importante per la prospettiva che compendia. Alcuni punti di questa pagina li riprenderemo più in là, ora possiamo limitarci a trascriverli senza ulteriori interventi: «La distinzione tra il punto di vista cosiddetto naturalistico e quello speculativo è diventata da noi quasi banale, tanto è incontestata: sarà esatta, ma è certo che essa dipende da una determinata posizione speculativa, una tra le altre posizioni speculative che costituiscono tentativi di spiegare il problema del pensiero e della realtà; e quindi non solo essa non dispensa da una visione immediata del pensiero e della realtà ma anzi la richiede e la suppone, ed in ogni modo questa distinzione viene usata indebitamente, quando viene usata come un criterio fisso come una specie di fissa e inalterabile separazione nell’unità dell’oggetto e per cui l’unità del pensiero e della vita si spezza e dà luogo a due visioni una della vita e una del pensiero, diverse e aventi valore diverso. Poco male infine, poiché anche questa può essere una posizione speculativa; ma quello che vi è di grave è che per mantenere fede a questo criterio o dogma si getta a mare quello che di verità di pensiero di vita c’è nella concezione e nella visione del cosiddetto punto di vista naturalistico: per quel criterio o dogma si valutano a priori quelle che sono le visioni della coscienza comune e della scienza che sono insomma le visioni con cui il soggetto pratico realizza il suo destino. Alla visione esatta e diretta della vita e dell’esperienza si sostituisce alla fine una visione sistematica».
Questo sarebbe, anzi è il punto in cui la speculazione smarrisce o continuamente rischia di smarrire «la sua profonda caratteristica, la libertà che fa tutta la sua essenza, perché diventa serva di se stessa e delle sue posizioni»; questo è il momento in cui il pensiero speculativo cade o continuamente rischia di cadere in quell’automatismo speculativo, già denunciato da Pascal, per cui lo spirito è «così facile a prendere come dogmi le posizioni conquistate» e che alle strette ed in ogni caso è il vero nemico della moralità e del pensiero. «L’automatismo è il vero nemico di ogni vita morale profonda e quindi anche della speculazione che è uno dei culmini della vita morale».

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Quale è dunque il primo apprezzamento, a voler dire in modo generale, che ci accada di dover fare e di poter fare subito sulla filosofia di Capograssi? In che, con termini il più elementari possibili, potremmo ora indicare il «carattere» del suo filosofare, il carattere di una filosofia che è poi come il carattere di un uomo, quasi un fatto di stile, ma un reale, effettivo, profondo fatto di stile?
Il segreto vitale della filosofia capograssiana è da individuare nel rigore con cui essa tende a restare ed effettivamente resta nell’esercizio attivo del sua filosofare, una filosofia aperta: il rigore con cui essa riesce a salvarsi dalla tentazione negativa del sistema, diciamo dalla tentazione di vedere «sistematicamente» piuttosto che «esattamente». Nel concetto anche qui esatto che Capograssi ebbe del pensiero e della filosofia, il problema della filosofia, anzi il filosofare (si rammentino talune indicazioni piuttosto preziose che egli pur ci forniva proponendoci il caso piuttosto esemplare della scienza del diritto) non consiste altro che nel porre e tenere il pensiero in condizioni di entrare direttamente ad elaborare la vita nella parte più gelosa della storia del concreto (quando per esempio si tratti del pensiero giuridico), di porre insomma il pensiero nelle condizioni di sorreggere, dirigere e far vivere il mondo della esperienza. E sebbene in gran parte il punto sia questo, beninteso, non si può dire e bisogna stare anzi attenti a non dire che si tratta solo di questo: che, per esempio, il concetto capograssiano della filosofia del concreto non porta ad una negazione del pensiero astratto se non entro certi termini; e tuttavia non oltre il momento in cui anche all’astrazione, cioè all’intelletto, si ha da riconoscere una funzione e meglio un significato profondo, positivo, necessario; il quale dunque può anche darsi che esprima «una necessaria miseria», e però appunto rende anche il pensiero astratto, l’astrazione, l’intelletto necessario come un «doloroso e paziente lavoro con cui il concreto nella sua deficiente e contraddittoria composizione cerca di conoscere se stessa per adeguarsi, sempre più a se stesso, e soddisfare quella sete dell’essere che da sé è destinato a non poter mai soddisfare, e che perciò non cessa mai di sentire come perpetuo tormento». La preoccupazione costante della «metodologia» capograssiana infatti era di natura morale proprio in quanto rivolta a salvare una condizione morale al filosofare, salvando al pensiero pensante il margine totale di una assoluta intelligente docilità nei confronti della originalità della vita.
La sua preoccupazione era salvare la filosofia dalla insidia interna ad ogni filosofare (il dogmatismo astratto) tenendola metodologicamente il più vicino possibile alla vita ed all’esperienza per impedire ogni lacerazione dell’esperienza operando in essa filosoficamente (unitariamente) e cioè sempre ad alto livello critico. Tutta la filosofia capograssiana è intesa, ogni volta che entra a contatto con sé stessa, col suo problema proprio, a salvare l’operazione filosofica, il filosofare medesimo, il pensiero nella sua stessa attualità, dal rischio di quel peggiore dogmatismo che consiste proprio in quel dogmatismo che crede tuttavia di essere l’opposto, e quindi prende le conclusioni («sempre provvisorie!») della speculazione, per definitivi punti di arrivo, da essi deducendo senza fine e senza freno epperò dimentica di quella legge della vera meditazione che Pascal esprimeva, «con la sua apparente paradossalità», dicendo che se moquer de la philosophie c’est vraiment philosopher.

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Per altro liberare la filosofia, tenere cioè il pensiero fedele sino al limite del possibile alla legge della sua libertà, è perciò tenerlo quanto più possibile vicino all’uomo e alle ragioni dell’uomo, alla vita ed alle ragioni della vita come cioè all’originalità dell’uomo e della vita, è liberare l’uomo stesso, «l’originalità dell’individualità umana, la originalità e la ricchezza delle forme concrete ed autonome dell’esperienza». Liberare il pensiero attraverso un costante, assiduo, integrale suo rapporto all’esperienza (alla vita) è tuttavia, per Capograssi lo stesso che ricondurre il pensiero a quella condizione umana che costituisce il pregio schietto, unico altresì, del pensiero medesimo. Era quindi per Capograssi nella ragione del suo impegno personale ad un tale filosofare, il modo più valido di opporsi, nell’atto stesso del suo filosofare, a quell’impoverimento dell’umanità del pensiero che d’altra parte darebbe, secondo il concetto ampiamente esatto del Capograssi, la misura stessa della crisi dell’uomo moderno.
Ecco infatti alla radice massimamente significativa della crisi onde si travaglia o si è travagliata l’epoca nostra (quell’epoca nostra che, alla resa dei conti, siamo noi stessi) insorgere un certo terribile attenuarsi di quelle idee che fanno umano il pensiero (e che, nota lo stesso Capograssi, si pongono come condizione al «pensare umanamente» di vichiana memoria); ed ecco allora il terribile e mortale rischio a cui l’uomo si è, egli stesso, l’uomo moderno, storicamente esposto e votato quasi sempre più gravemente, in modo sempre più rischioso. Ma che cosa sono le idee umane a cui Capograssi, in fondo con insistenza estremamente intensa, ha continuamente richiamato il filosofare come ad un modo più intenso, più umano di essere uomini? «Le idee umane sono le idee intorno alle quali l’individuo costruisce il mondo storico, che perciò è mondo storico, perché ha alle sue basi queste idee, perché cioè ha alle basi questo atto di pensiero al quale affida tutto lo sforzo della vita dell’individuo. Il mondo umano è tale in quanto è proprio l’effetto di questo atto profondo, con cui i soggetti nella molteplice originalità delle loro individualità costituiscono una vita che è proprio loro, perché orientata e nata sulle certezze spirituali che sono il più profondo loro stessi».
Del resto in questo rinnovato costante appello all’uomo si compendia tutta la filosofia capograssiana: questa costante e rinnovantesi motivata denuncia dei rischi mortali inseriti nella disumanizzazione «speculativa» del filosofare, è la più importante sollecitazione che Capograssi ha rivolto alla cultura del suo tempo ed affidato alla sua fatica di filosofo. La cultura, che è l’ autentica liberazione dell’uomo, ed è in effetti lotta contro il male, quindi rispetto della vita, reintegrazione nella stessa organizzazione della vita e delle condizioni del mondo sociale di tutti i valori connaturali e intrinseci dello spirito che «fanno umana la vita».
Se pensare è pensare esattamente, pensare esattamente è «tenere fermi e netti dinanzi alla mente quelli che sono i termini per un ordinamento umano della vita associata in tutto il mondo storico»; è in definitiva «mantenere in vita l’umanità della storia», scoprire o più intensamente lavorare quotidianamente a contatto con la storia dell’uomo a scoprire «lezioni di salvezza». Lavorare a scoprire nella effettiva esperienza del pensiero una lezione di salvezza per il pensiero: salvare ancora la filosofia tenendola il più sensibilmente possibile prossima nel richiamo che essa rivolge a sé medesima al senso profondo dell’uomo, ad una più vera (meno falsa) idea dell’umanità, ad un più forte senso del soggetta, ecco il punto.
Bisognava e bisogna ridare forza al soggetto, la forza che gli era ed è necessaria per sollevarsi all’atto di pensiero e di fede che le idee umane impongono, impedire che quel che è accaduto e accade possa ancora accadere: che l’attenuarsi del pensiero divenga attenuarsi della vita stessa del soggetto (dell’uomo) e le idee che sono a fondamento, che sono anzi il fondamento della vita dell’uomo e della sua umanità più vera e profonda, attenuino ulteriormente la vita del pensiero e stemperino quel processo della cultura in cui si esprime la interiore liberazione dell’uomo e le idee centrali e vere su cui il mondo umano si edifica e si fa autentico (il mondo della libertà, della giustizia, il mondo dell’uomo). Del resto, scriveva appunto Capograssi, ognuno serve il suo tempo come può: e il modo appunto in cui egli ha cercato di servire il suo tempo, un modo tutt’altro che ordinario, non possiamo intenderlo se non tenendo presente, in ogni momento, che nel suo lavoro intellettuale, cioè a base della sua operazione intellettuale sul mondo della esperienza giuridica, c’è stato sempre, in grado di massima presenza, e presente sempre in posizione centrale, la piena, totale, assoluta coscienza del fatto che nel dovere del pensar bene consiste il principio stesso della vita morale e che allora si lavora a pensar bene – «far veder le cose come sono è il proprio ufficio del pensiero; e appunto per questo travailler à bien penser è, come Pascal ci ha ammonito, il principio della morale» – quando si lavora a pensare umanamente, e in qualche modo si lavora quindi a rimettere nella vita e nell’ animo dell’uomo il positivo della vita, a rivendicare la cultura come condizione ad una vita non fondata sul vuoto, a risolvere le mortali antinomie nelle quali è tutto il dolore della storia: «tutto il problema e il lento travaglio della nostra storia, anzi della storia. Ed è infatti: «risolvere queste antinomie è il compito della nostra epoca: provvedere alla lenta e dolorosa costruzione del mondo umano nella storia; umano, cioè giusto di una giustizia realizzata con mezzi giusti, e libero di una libertà realizzata per mezzo della libertà»; umano, cioè della storia: «fatto dagli uomini per gli uomini ma umanamente, cioè rispettando l’uomo e le leggi profonde e le esigenze profonde dell’umanità», rispettando l’uomo e quelle idee umane per cui davvero «vale la pena di vivere cioè di soffrire la storia».
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1 Tratto da: Antonio Pigliaru, Saggi Capograssiani, a cura di Antonio Delogu, Edizioni Spes – Fondazione Capograssi, Roma 2009, pp. 57-67; ed. or. in: «Rassegna di cultura e vita scolastica», n. 5-6, 1956, pp. 1ss. Si ringrazia l’Editore per la gentile concessione.