F. Reggio, Giustizia Dialogica, Luci e Ombre della Restorative
Justice, Franco Angeli, Milano 2010, pp. 229.
di Francesco Pozziani


L’autore conclude la propria analisi sottolineando come sia necessaria alla luce di tali considerazioni la ricerca di un archetipo giuridico nel quale persona e relazioni umane non siano sovrastrutturali ma siano co-implicate nella struttura e nel fine stesso del diritto.
Il diritto muta, pertanto, da oggetto statico di tutela a funzione dell’esigenza di comporre costantemente il conflitto interpersonale. Compito del diritto, scrive l’Autore, riprendendo peraltro i temi e i ragionamenti proposti anche da Francesco Gentile in numerose opere della sua produzione scientifica, sarebbe quello di consentire la conversione del conflitto in controversia e di far emergere una soluzione condivisibile da entrambe le parti.
L’Autore sostiene tuttavia che ciò che non appare ancora tematizzato all’interno del dibattito sulla Restorative Justice è il significato che assume la partecipazione dei soggetti coinvolti, in questo meccanismo di trasformazione del conflitto in controversia. Il dubbio di fondo che si pone l’autore a tal proposito è se importi esclusivamente la presenza del consenso fra le parti o se esso debba giungere attraverso un determinato procedimento.
Tale questione, sottolinea l’Autore, emerge in riferimento a tre differenti profili: l’accertamento di ciò che sta a monte della riparazione, la ragionevolezza della risposta restorative in relazione al punto di vista interno al conflitto e la ragionevolezza della risposta restorative in relazione al punto di vista esterno ad esso.
Il primo profilo si risolve in un accertamento della base fattuale che ha generato il conflitto mediante un’indagine di carattere processuale (p. 123).
In merito al secondo profilo, la Restorative Justice pone una grande enfasi nelle potenzialità empatiche della comunicazione. L’Autore a tal proposito si pone il quesito se la sintonia emotiva tra le parti debba oltrepassare la possibilità di impostare in termini razionali e argomentabili la soluzione di una controversia (p. 126). Il rischio di un tale approccio è tuttavia quello di instaurare una comunicazione emotiva tanto aleatoria quanto difficilmente controllabile nei suoi contenuti. L’empatia, a parere dell’Autore, gode si di notevole importanza nel paradigma restorative ma non può diventare l’elemento egemone per la soluzione della controversia. É sempre necessario dar conto delle ragioni delle parti in modo razionale, rendendo la scelta personale argomentabile. In questo si fonda l’importanza della dimensione dialettico-dialogica nel contesto del paradigma restorative. In merito al terzo profilo individuato, il reato, a parere dell’autore non è riconducibile ad un mero conflitto tra privati, specie quando genera allarme sociale.
Ciò che risulta fondamentale pertanto non è solo la possibilità di una comunicazione fra i soggetti coinvolti, ma quella di un vero e proprio dialogo in cui vengano a confrontarsi argomenti e ragioni delle parti.
Processo e restorative practices risultano in quest’ottica complementari, secondo l’Autore, per raggiungere un modello a misura d’uomo della giustizia (pp. 137-138).
Nel quinto capitolo, intitolato “La Community fra nostalgie, pericoli e proposte” (pp. 139-161), l’Autore affronta l’analisi del secondo luogo comune individuato nella prima parte del saggio, ovverosia il concetto di community. L’Autore riscontra tre linee di tensione che stanno alla base del suddetto concetto: l’istanza anti statualistica, la comunità come strumento di controllo sociale indiretto e l’esigenza di bilanciare ordine e autonomia.
L’Autore sottolinea come il riferimento alla community si ponga in contrasto con l’idea per cui lo Stato e la sua volontà possano diventare regola esclusiva della socialità. Quest’ultima, infatti, nelle teorie restorative è considerata come un dato originario e condizionante, indipendente dall’arbitrio della volontà sia del singolo che dello Stato. Stando all’attuale spersonalizzazione e astrattezza dell’ordinamento giuridico vi sarebbe bisogno di ricostruire o reintegrare la community, esattamente all’opposto di quanto sostenuto dal giusnaturalismo moderno. L’ordinamento giuridico, sottolinea l’autore, appare come uno status naturae dal quale è necessario fuoriuscire per ritornare all’originario concetto di socialità (p. 142). Una tale interpretazione del concetto di community, tuttavia, a parere dell’Autore genera numerosi problemi e contraddizioni sia concettuali che praxeologiche.
L’Autore presenta a tal proposito una teoria ideata all’interno del paradigma restorative: la Reintegrative Shaming, la quale si presenta come una modalità di controllo sociale in cui risulta centrale la capacità della collettività di mostrare al reo la riprovevolezza del suo comportamento antisociale, offrendo contemporaneamente accoglienza a una sua eventuale desistenza dalla condotta. Ciò che è fondamentale per tale teoria è la reintegrazione del reo nella comunità attraverso la pressione psicologica. Il rischio che l’Autore individua in tale modalità è l’obbligo di conformismo a determinati valori sociali imposti, e la perdita del significato riparatorio della sanzione (pp. 148-149).
Altro contributo nella definizione del concetto di community analizzato dall’Autore è quello fornito dal Sociological Communitarism, corrente di pensiero sorta in Nord America all’inizio degli anni ’90. Per questa teoria ordine sociale e autonomia individuale devono essere armonicamente bilanciati. L’Autore osserva come per questa linea di pensiero l’uomo sia da considerarsi calato all’interno di una rete di relazioni inevitabili e alle volte conflittuali. La community pertanto non è intesa come ideale di società senza conflitti bensì come la socialitas stessa, nel suo stretto legame con la persona umana.
Anche queste proposte come le precedenti, tuttavia, a parere dell’Autore non sono in grado di far chiarezza sulle ambiguità relative al concetto di community. Diventa fondamentale, infatti, a tal proposito una riflessione di carattere antropologico. Emblematiche risultano all’uopo le parole del filosofo Sergio Cotta il quale afferma: “la relazionalità non è il prodotto né della volontà personale né dell’imposizione di un ente collettivo, ideale o storico sociologico” .
[4]La conclusione a cui giunge l’Autore è che l’individuo è sinolo di suitas e socialitas, in esso soggettività e relazionalità convivono necessariamente.
Alla luce di tali considerazioni, l’interconnessione, la community non è più ascrivibile ad un vago sentimento ma è un dato strutturale della natura umana. In tal senso si spiega come il reato, il quale colpisce sia il singolo soggetto, ma anche l’insieme di relazioni ad esso connesse, non possa essere ridotto al solo conflitto individuale ma rivesta una dimensione pubblica imprescindibile; d’altro canto, tuttavia, la community non può estromettere il soggetto dalla gestione del conflitto sorto dal reato, come al contrario accade nei sistemi giuridici moderni (p. 160).
Il sesto capitolo del saggio, intitolato “Riparazione e Restorative Justice: una relazione imprescindibile” (pp. 163-198) è dedicato all’analisi del terzo luogo comune, citato precedentemente, che l’autore individua nel concetto stesso di restoration. Egli riprende i tre modelli principali già esposti al termine del terzo capitolo: le prospettive encounter, reparative e transormative.
A parere dell’Autore, l’approccio encounter desta notevoli dubbi. L’incontro fra offensore è vittima infatti non risulta sempre possibile, e non è peraltro sempre positivo. Non sarebbe possibile pertanto fondare il paradigma restorative esclusivamente sull’incontro fra i soggetti coinvolti.
L’approccio trasformative, focalizza invece l’attenzione sulle dinamiche socio-culturali influenzanti la manifestazione del crimine. Le responsabilità personali dell’agente e la gravità delle lesioni provocate, tuttavia, in quest’ottica possono passare in secondo piano rispetto alla necessità di ricostruire il tessuto di relazioni caratterizzante la società. Un tale approccio, sottolinea l’Autore, inoltre, non distingue in modo netto tra reazione penale e azione sociale atta a dissuadere dal commettere atti criminosi con il rischio che l’azione sanzionatoria tipica del diritto penale assuma aspetti morali e sociali (p. 167).
La prospettiva reparative, a parere dell’autore è quella che meglio individua i confini concettuali della risposta sanzionatoria nel paradigma restorative: la riparazione costituisce un elemento imprescindibile della Restorative Justice.
Ciò che è alla base della reazione restorative, infatti, secondo l’Autore è la progressiva estromissione dei singoli individui dall’intero sistema della giustizia penale. Lo Stato si propone come monopolista della reazione al conflitto generatosi dal reato. I vari significati che si sono attribuiti al concetto di sanzione e alla sua giustificazione nel corso del tempo sono, pertanto, sempre stati fondati sul presupposto che il reato generi un conflitto pubblico fra Stato e individuo; la vittima è posta in una posizione del tutto marginale. La giustizia penale alla luce di tali considerazioni è avvertita, dunque, come assolutamente autoreferenziale. È a questo punto che, secondo l’Autore, interviene il paradigma restorative. La restoration mira a fare della sanzione un’occasione costruttiva in cui il reo abbia contezza del vulnus inferto alla vittima, ponendosi il problema prioritario di favorire la rigenerazione del tessuto relazionale ferito.
Risulta fondamentale, in tale ottica, analizzare le ripercussioni del reato nella vita concreta della vittima e del suo entourage prima ancora che a livello di sistema giuridico danneggiato.
La riparazione a cui punta il restorative paradigme, sottolinea acutamente l’Autore, è in primo luogo dialogica: la ricostruzione di relazioni intersoggettive fra i soggetti originariamente coinvolti dal conflitto. Tali considerazioni sono espresse nel fondamentale testo precedentemente citato di H. Zehr, “Changing lenses”. Dopo aver delineato i tre principali modelli di giustizia retributiva, l’autore statunitense propone le prime conclusioni in merito al concetto di restoration e degli elementi fondamentali che lo costituiscono: la riparazione, e la partecipazione .
[5]La partecipazione risulta fondamentale per valutare l’adeguatezza della riparazione e del il processo dialogico intercorrente fra offensore e vittima. Essa, peraltro, costituisce già di per se stessa una parte della sanzione dal momento che costringe l’offensore a entrare in dialogo con l’offeso e ad uscire dalla logica violenta del reato. La riparazione pertanto, sebbene risulti necessaria nell’ottica restorative non è sufficiente. Deve essere accompagnata dalla partecipazione. Tuttavia non si può forzare la vittima all’incontro con l’offensore ne tanto meno si potrà costringere quest’ultimo a entrare in dialogo con la vittima. É necessario, però, proporre la possibilità ad entrambi di ristabilire una relazione. Dipenderà da una scelta morale del singolo usufruire o meno di tale possibilità: già questa scelta è di per sé una forma di maturazione dei soggetti. La Restorative Justice pertanto si forma anche quando non si arriva ad una soluzione consensuale del conflitto. L’Autore sottolinea, tuttavia, come una sanzione concordata non sia sempre una sanzione adeguata: non è possibile, a parere dell’Autore, l’applicazione di una sorta di proprietà commutativa tra adeguatezza e consenso, e tale errore concettuale è alla base delle ambiguità che caratterizzano il consenso diffuso al paradigma restorative.
Il perdono e la riconciliazione non possono considerarsi, alla luce delle predette considerazioni formulate dall’Autore, elementi essenziali della Restorative Justice. Essi potranno accadere più frequentemente in seguito all’applicazione dei restorative processes ma non per questo sono da considerarsi connaturati al concetto di restoration. L’Autore ritiene sia necessario dare dei fondamenti filosofici alla teoria generale espressa da Zehr secondo il quale se il reato è ingiustizia che si manifesta come danno alle persone e alle relazioni fare giustizia significa riparare a tale danno, con peculiare attenzione alle sue implicazioni personali e interpersonali. Tali considerazioni, tuttavia, sono spesso supportate esclusivamente su osservazioni di carattere esperienzialie, senza mai essere problematizzate.
L’aspetto fondamentale analizzato dall’Autore in relazione alla suddetta considerazione è il concetto di reato. Quest’ultimo viene inteso come indebita assolutizzazione della propria volontà e reificazione dell’altro. Tuttavia è evidente come vi sia impossibilità logica di trattare l’altro come un oggetto. Quando il soggetto lo fa, percepisce necessariamente la propria azione come indebita tanto da un punto di vista etico che logico.
Anche l’ordine giuridico, sottolinea l’Autore, tuttavia, deve essere sottoposto alla condizione dialogica suddetta se non vuole dare una connotazione violenta e contraddittoria del proprio agire. A tal proposito risulta fondamentale il processo come elemento di trasformazione del conflitto in controversia. A parere dell’Autore, sotto tale profilo, la Restorative Justice si dimostra assolutamente innovativa: essa garantisce che la controversia sia autenticamente attenta alle persone e alle relazioni intersoggettive spesso soffocate dai tecnicismi delle procedure. Altro aspetto innovativo e quello di controversializzare la pena in vista di una ricerca comune di una risposta adeguata al reato. La Restorative Justice si prefigura essenzialmente, dunque, alla luce di tali considerazioni, come una giustizia essenzialmente dialogica.
L’Autore nel successivo corollario (pp. 194-197) analizza se e come il paradigma restorative possa essere applicato in caso di danno irreparabile, quando cioè la vittima non è più in grado di poter proporre il proprio punto di vista, in particolare nel caso dell’omicidio. La conclusione a cui giunge l’autore, ripercorrendo i ragionamenti di Francesco Cavalla ,[6]è che la riparazione in questi casi non avverrà in forma specifica ma per equivalente, assumendo una forma risarcitoria nei confronti dell’entourage della vittima, rendendo applicabile il paradigma restorative anche nei casi di danno irreparabile.
Nella successiva postilla (pp. 198-204) l’Autore analizza un recente articolo di George Pavlich in merito all’insostenibile leggerezza dell’elemento riparativo che caratterizzerebbe la Restorative Justice confutando le tesi ivi espresse dall’autore tramite i ragionamenti svolti in precedenza sull’attualità e la necessità dell’elemento riparativo nel paradigma restorative e disvelando le contraddizione interne alle valutazioni di Pavlich.

Nell’ultimo capitolo del saggio, intitolato “Conclusioni” (pp. 205-212), l’Autore, dopo aver delineato in modo nitido i confini concettuali, i limiti e le potenzialità del paradigma restorative, prova ad esprimere un giudizio complessivo sulla Restorative Justice.
Quale primo merito di detta teoria l’Autore individua la riproposizione di un dibattito interrogativo integrale sul problema della giustizia penale e sui suoi fini. Altro merito attribuito dall’Autore è la capacità della teoria restorative di raffrontare costantemente studi teorici e declinazioni pratiche. Tale merito, tuttavia, costituisce anche un limite poiché i confini concettuali della teoria rischiano di rimanere troppo incerti. Il consenso generale e generico di cui gode la Restorative Justice, infatti, a parere dell’Autore rischia di essere un alibi per evitare di affrontare le questioni teoriche radicali che stanno alla base della teoria e che sono state delineate nel corso del saggio.
L’Autore sottolinea, quindi, l’urgenza per il paradigma restorative di elevarsi oltre il generico consenso.
Ciò che sta alla base della Retsorative Justice, dunque, alla luce delle considerazioni svolte nel saggio, è la ricerca delle ragioni comuni ai soggetti interessati nel conflitto, condivise perché risultate condivisibili dopo un vaglio critico. A margine l’Autore sottolinea come anche il concetto di pena debba risultare condiviso, essendo indisponibile in maniera assoluta sia per lo Stato che per le parti private. Alla base di tale indisponibilità vi sarebbero, secondo l’Autore l’istanza partecipativa e quella riparativa, entrambe, come visto, fondamentali per la teoria restorative. Anche la controversializzazione della pena risulta una novità davvero importante introdotta dal paradigma restorative ai modelli di giustizia tradizionale.
L’Autore indica, quindi, la Retsorative Justice come una giustizia dialogica “la quale interviene perché la dimensione del dialogo intersoggettivo è stata violata e si pone l’obbiettivo di ripristinarla e assume il dialogo come proprio strumento operativo e come propria condizione di validità”(p. 208). Per realizzare tale progetto è tuttavia necessaria, a ben vedere, una riumanizzazione della giustizia penale. Il diritto deve fondarsi sull’uomo, uscendo dalle sicurezze della techne e delle geometrie legali, per aprirsi al sempre nuovo che scaturisce dall’interazione fra gli uomini. La Restorative Justice, conclude l’Autore, nell’incertezza dei suoi confini concettuali, può rappresentare una sorta di “mito contemporaneo” nel porsi la domanda su quale sia il significato della giustizia e su cosa la giustizia richieda ad ognuno (p. 209).
Sebbene tali affermazioni possano apparire lontane dalle moderne esigenze del giurista pratico, osserva l’Autore, esse rammentano come sia fondamentale non ridurre l’umano entro una visione tecnica del diritto che, per quanto rassicurante, risulta comunque inadeguata alla definizione dei complessi aspetti della vita e delle relazioni intersoggettive.
Concludendo, l’opera di Federico Reggio, di cui si è tentato in questa sede di offrire una breve disamina riassuntiva, è una approfondita ed attenta analisi della teoria della Restorative Justice, nei suoi concetti fondamentali. Tale corrente di pensiero, seppur di recente concezione, rappresenta senza dubbio una interessante sfida alla scienza giuridica moderna: ripensare la ragion d’essere, le finalità e i limiti della risposta al reato attraverso la prospettiva dei soggetti coinvolti dal conflitto.
A ben vedere, inoltre, il saggio affronta due temi fondamentali, sempre attuali e di ampio respiro: la centralità dell’uomo nella riflessione giuridica e quale sia il vero significato della giustizia. È l’Autore stesso che ci ricorda come il voler escludere l’elemento umano dal diritto, e considerare quest’ultimo esclusivamente uno strumento tecnico, rischi di condurre ad una visione dogmatica e fideistica della legge.
Se ciò accade, le norme giuridiche, prive di un constante riferimento alla condizione umana, si tramutano in monstra legum, in quanto incapaci di adattarsi ai continui mutamenti che contraddistinguono la vita e le relazioni interpersonali. Una riflessione acuta che non può lasciare indifferente il giurista pratico che quotidianamente ha a che fare con il diritto.
Alla luce di tali considerazioni appare opportuno concludere questa breve disamina con alcune parole pronunciate da Francesco D’Agostino nel commentare l’opera del suo maestro Sergio Cotta, che, a nostro parere, ben si attagliano al saggio di Federico Reggio; riteniamo infatti che le riflessioni contenute in “Giustizia Dialogica” risultino, in definitiva, un chiaro monito al giurista affinché non dimentichi, nel suo operare quotidiano, “quel necessario supplemento d’anima, che è indispensabile per non svuotare di significato il senso di giustizia che ogni essere umano coltiva e porta in se stesso” .

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1 H. Zehr, The Little Book of Restorative Justice, Intercourse, (PA) 2002, p. 19.
2 M. Kay Harris, Reflection of a Skeptical Dreamer: some dielmmas in Restorative Justice theory and practice, in “Contemporary Justice Review” 1/1998, p.59.
3 H. Zehr, Changing Lenses, new focus on crime an justice, Scottsdale, 1990.
4 S. Cotta, Diritto, persona, mondo umano, Torino, 1989, p.80.
5 H. Zehr, Changing Lenses, new focus on crime an justice, Scottsdale, 1990, p. 34-36.
6 F. Cavalla, “La pena come riparazione. Oltre la concezione liberale dello Stato: per una teoria radicale della pena”, in Aa. Vv., Pena e Riparazione, a cura di F. Cavalla e F. Todescan, Padova 1998, p. 96-97.
7 S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, Milano, 2004, p. 7.

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