G. Prauss, Moral und Recht im Staat nach Kant und Hegel,
Karl Alber, Freiburg-München 2008, 152 pp.
di Markus Krienke

In qualche modo, Prauss riesce sempre a ricondurre gli errori a Kant. Comunque, per il nostro autore non è la religione ma la filosofia che trova la way out e che riesce a determinare in modo adeguato i concetti in questione: morale, diritto, Stato (57). L’autore chiude questo secondo capitolo riassumendo perché il «primo tentativo» kantiano è fallito (57-61): il problema fondamentale sarebbe che Kant a-vrebbe preso di mira soltanto il punto di vista del soggetto e che concepirebbe quindi “solo” da questa prospettiva il dovere. Non si interesserebbe invece per il soggetto verso il quale è indirizzata l’azione – ossia «il lato oggettivo all’interno della soggettività» –, anche se le domande di morale e diritto gliel’avrebbero senz’altro suggerito. Per questa «limitazione indebita» della questione morale e giuridi-ca, Kant non si accorgerebbe che la legge del dovere dovrebbe apparire sotto due specie, ossia nella differenza tra un «bene “giuridico” e un bene “morale”», nel senso che l’imperativo categorico si speci-ficherebbe in un duplice modo. In questo modo, Prauss concepisce l’azione nella sua unità tra «lato oggettivo» e «lato soggettivo» del soggetto verso il quale è indirizzata.
Secondo il nostro autore, Kant avrebbe fatto – implicitamente – un «secondo tentativo» per risolvere il problema, tentativo che l’auotre analizza nel terzo capitolo (61-91). In questo caso Kant avrebbe cerca-to di concepire una triplice distinzione anche sul versante oggettivo dell’azione, in analogia a quella sul versante soggettivo («contro», «per», «secondo»), anche se questa non risulta dal testo kantiano, ma di-rettamente dall’interpretazione di Prauss. Concretamente si tratta della distinzione kantiana nel tratta-re l’altra persona solo come un «mezzo» o anche come un «fine a sé». La suddivisione viene effettuata per l’utilizzo dei termini «solo» ed «anche» (62). Secondo Prauss, e quindi allargando la sistematica kan-tiana con gli stessi mezzi proposti dal filosofo di Königsberg, le tre possibilità per le specie oggettive dell’azione sono: trattare l’altro solo come mezzo, anche come fine a sé, solo come fine a sé (63s.). Che Kant proprio con questa triplice distinzione al lato oggettivo riesca a dare maggiore consistenza alla distinzione sul lato soggettivo, sarebbe un risultato che il filosofo tedesco semplicemente non vedreb-be, come Prauss non esita di sottolineare (64). Ma nonostante questa critica a Kant, il nostro autore gli attribuisce sempre il grande merito di non aver rincorso alla fede cristiana e al Cristianesimo per la fon-dazione di diritto e morale nella persona, poiché li dedurrebbe dalla ragione formale, concependo in questo modo l’illuminismo come auto-illuminazione dell’uomo attraverso la «scienza» della «filosofia» (66).
Come punto di partenza per questo «secondo», «oggettivo» aspetto della soggettività dell’azione, Prauss comincia dalla determinazione kantiana del male – morale e giuridico – che consiste nell’utilizzare un altro solo come mezzo (67). Per la determinazione del bene ne segue che esso signifi-ca, in un primo grado, non trattarlo solo come mezzo, ma anche; e infine il bene di secondo grado si realizza nel trattarlo solo come fine a sé. Questa prospettiva non si fermerebbe più sulla divisione tra il bene morale ed il bene giuridico (68). Con questi due valori si acquisterebbe bensì i modi sia minimo che massimo in cui un soggetto si rivolge ad un altro. Secondo Prauss, il primo caso si realizza se l’altro è capace di essere aiuto a se stesso; il secondo caso, al contrario, se il soggetto in questione non è in grado di aiutare se stesso ed è quindi richiesto un massimo di vicinanza (69s.). In tutta questa sistema-tica, comunque, «il più grave errore» di Kant sarebbe stato quello di non essere arrivato a questo terzo passaggio del «massimo»: infatti egli giunge dalla determinazione del «male» ossia dal trattare l’altro solo come «mezzo», alla sua negazione, ossia di trattarlo non solo come mezzo ma anche come fine, ma egli non realizzerebbe il terzo passo decisivo, di trattarlo solo come fine a sé (72s., 77). In tutta l’opera kantiana, il nostro autore non trova neanche il minimo accenno a questo terzo passaggio mancante (73s.). Da questo risultato, egli può solamente tirare la conseguenza che Kant non avrebbe compreso il proprio pensiero (73). Forse un interprete, a questo punto, si dovrebbe chiedere se la sua teoria, che non trova il minimo riscontro negli scritti di un autore, si trova ancora sulla strada giusta?
Infatti, questo terzo passaggio viene a significare l’«amore», che – contrariamente all’opinione comune – infatti si lascerebbe comandare: ciò viene dimostrato dal Nuovo Testamento stesso (74, 94). Infatti, il «bene morale» non si esaurisce nel trattare l’altro «anche come fine» ma soltanto nel «trattarlo solo come fine a sé». E di nuovo egli lamenta che Kant misconosce quest’ultimo momento sistematico dell’etica che, nel caso contrario, sarebbe diventato quello decisivo del suo pensiero (75, 77). Poi, Prauss risponde all’obiezione che l’amore come sentimento non si lascerebbe comandare, e sottolinea che infatti l’imperativo categorico della piena moralità (che Kant stesso non avrebbe visto) non co-manda un sentimento ma un modo di agire. In questo senso, il bene giuridico e morale – e il rispettivo male – si differenziano come il «massimo» ed il «minimo» per cui è la rispettiva situazione ciò che de-termina quale di questi due beni sia oggettivamente da realizzare (77s.). Alla domanda quale sia il ri-spettivo criterio, Prauss risponde che il «volere consapevole» (wissentliches Wollen) di un soggetto di-venta la «pretesa consapevole» (wissentliches Fordern) di questo soggetto stesso se gli si è posto di fronte un oggetto «di cui sa che si tratta altrettanto di un volere consapevole» (79). La pretesa etica na-sce dal soggetto che ho di fronte, ossia dal lato oggettivo della soggettività; infatti, come dice Prauss, non nasce di fronte ad un sasso. E siccome si tratta di un volere e di una pretesa «consapevole», il luogo per determinare la conoscenza di questa consapevolezza è la filosofia in quanto scienza (79). Da que-sto lato oggettivo della soggettività, Prauss deduce per il concetto di diritto che esso è un atto positivo del soggetto che fonda un «diritto originalmente positivo» il quale deriva dalla triplice sistematicità del «secondo tentativo» di Kant (83s.). In questo caso, come specifica il nostro autore subito, non si tratta né del «diritto naturale» né di un diritto che derivi dalla «natura dell’uomo» come verrebbe affermato ultimamente dal Cristianesimo (84s.). Comunque egli sollecita un maggiore confronto del Cristianesi-mo con questa sistematicità giuridica che ha rilevato in Kant (85s.). In questo modo, Prauss pretende di aver trovato una nuova base per un dialogo interculturale, un «criterio stabile» in quanto solo quest’ultimo sarebbe immune dall’accusa della fallacia naturalistica (87s.).
L’originalità del «volere» come base della morale e del diritto – fondamento della tesi di Prauss – viene svolta nei suoi dettagli alla fine di questo terzo capitolo (87-91).
All’inizio del quarto capitolo (91-113) Prauss riassume quel che, secondo la sua analisi, «sfugge» a Kant e che ci fornisce la «differenza tra bene giuridico e morale che regge ma che ancora oggi stiamo cer-cando»: essa non sta nella disposizione d’animo ma nella specificità dell’«osservanza del oggettiva-mente-specificamente dovuto in quanto oggettivamente-specificamente preteso» (91s.). Dopo un’analisi delle conseguenze dell’errore kantiano nel pensiero di Hegel (93-97), Prauss esemplifica co-me né le teorie della dignità umana come assegnazione, né quelle che concepiscono lo Stato come un ordine di diritto positivo, riescono a salvarla dallo svuotamento contemporaneo (97-99). Così il concet-to kantiano di morale e diritto avrebbe portato, oggi, alla situazione senza uscita della soluzione del di-ritto in politica, risultante dalla «caducità di questa [kantiana] comprensione datata di diritto, morale e Stato» (103s.).
Dalla propria teoria d’azione (99-101), invece, Prauss fa derivare il bisogno di fondare il non-empirico del dato fondamentale del diritto nella filosofia in quanto scienza (105). Ancora una volta, Prauss sotto-linea come ciò esclude di fondare il diritto sul dato della religione (106s., 112): si fonda sull’“essere di fronte”, sull’incontro tra soggetti, da cui si determina anche il minimo o il massimo dell’aiuto (108). A questo punto, anche il nostro autore rinvia ad una parabola ossia a quella del buon samaritano per spiegare la sua teoria e per ricordare nuovamente che secondo lui l’imperativo dell’amore è un precet-to morale, non in quanto criterio trascendentale, ma come comandamento concreto. Nei confronti di quest’ultimi, gli altri comandamenti si determinano come giuridici in quanto presuppongono nell’altro la capacità d’aiuto di se stesso (109). Difatti, quasi come una cartina di tornasole per la sua teoria che il nostro ordinamento giuridico, in quanto risente l’eredità kantiana, manca sul versante della morale che ha emesso fuori dal proprio ambito, Prauss commenta la parabola del buon samaritano a partire dallo stesso samaritano e vede nella punizione dell’omissione del soccorso un’incongruenza interna perché proprio in questo momento esso guarderebbe l’altro soggetto solo come fine a sé e quindi formule-rebbe un comandamento morale – cosa che sulla base dei concetti kantiani sarebbe esclusa (109).
Nell’ultimo capitolo (113-138), Prauss applica la sua analisi alla problematica politico-sociale oggi e ri-vela che ci stiamo allontanando sempre di più da questa consapevolezza, cioè che la normatività etica scaturisce dal «volere consapevole», nella misura in cui percepiamo diritto e Stato sempre di più come «potere di un meccanismo coercitivo» (113). La prima conseguenza, quella più fatale, è che ci aspet-tiamo da questo meccanismo il regolamento complessivo e totale di tutte le situazioni, persino di quel-le che non si lasciano gestire con il mezzo del diritto. Inoltre, questa misura giuridica si rivela sempre di più priva di garanzia e fondamento, per cui si genera la «perplessità» oggi ormai generale (115, 119). Prauss prosegue fino al punto di dare ragione ad un recente commentario autorevole della costituzio-ne tedesca (Grundgesetz) che giudica la dignità umana un resto di un diritto naturale oggettivistico, e di conseguenza la decostruisce (115). In questo contesto, il nostro autore profila il «criterio», dallo stes-so autore rinvenuto, evitando tutte le fondazioni oggettivistiche (giusnaturalismo, giuspositivismo, con le rispettive derive politiche fatali), ricavando dal soggetto l’oggettività del diritto (116). Questo, per il nostro autore, è compito della filosofia, meglio: di una filosofia che riprende gli inizi da Kant e su-pera gli errori e le mancanze commesse da Kant medesimo (117-125). Il risultato, la normatività del «volere consapevole» che sfocia nel «comandamento d’amore», viene precisato nel termine della «fra-ternità», termine dimenticato ma che nella Rivoluzione Francese assicurava gli altri elementi del terna-rio ossia la «libertà» e l’«uguaglianza» (122). Ma siccome tale impresa deve essere puramente filosofica, egli esclude nuovamente qualsiasi contributo che la fede o la religione potrebbero offrire (117). Come conferma di questo suo risultato, Prauss si confronta nella chiusura del libro criticamente con il dialogo tra Ratzinger e Habermas (126-138).
Prima di addentrarsi nell’analisi di questo confronto, il nostro autore accerta ulteriormente il risultato del suo studio, ossia che l’ordinamento giuridico e lo Stato non vivono dal presupposto della religione – cosa impossibile in una società pluralistica. Il fondamento, invece, sarebbe da trovare nella «cultura argomentativa» che porta l’uomo al «volere consapevole» attraverso «formazione» ed «educazione» per cui il «sapere» stesso diventa il fondamento dell’ordinamento pubblico e dello Stato (123). Solo co-sì, conclude Prauss, sarebbe rinvenibile una base valida contro la vera e propria sfida di oggi che sa-rebbe il “naturalismo empirista” (124s.).

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