D. Alioto, La justicia de los contratos.
Dialéctica y principios de los contratos privados, Colección Circa Humana Philosophia,
Buenos Aires, 2009, 282 pagg.
di María de Todos los Santos de Lezica

Risulta molto interessante la disamina che svolge l’A. sul concetto di atto volontario. Lui descrive la sua struttura, facendo cenno delle circostanze, del suo oggetto, e cioè, di quello che determina la volontà e in fine, di come si trova quell’oggetto nell’intelligenza dell’uomo (pp. 210-214). Dopo descrivere l’azione congiunta di intelligenza e volontà, elencando le funzioni proprie di ciascuna: è proprio della volontà la soddisfazione di essa davanti al bene che è presentato come tale dall’intelletto; ma anche l’intenzione del fine; l’elezione dei mezzi per raggiungere il fine, che sebbene presuppone un atto dell’intelletto, della ragione pratica in ordine al fine – dato che la volontà vuole il fine –, in un certo senso, vuole anche il migliore dei mezzi per raggiungerlo. Ergo, il mezzo giusto sarà frutto di un’elezione della volontà. Ma prima di quell’atto proprio della volontà, c’è l’atto deliberativo della ragione pratica che precede quello della volontà. Infine, ci sarà l’atto dell’imperare che secondo quanto stabilito dal Dottore Angelico, è un atto proprio della ragione pratica. Dopo l’arricchente studio dell’atto volontario, l’autore applicherà tutta questa sua riflessione all’argomento della contrattazione. E allora, si può dire che il finis operantis di ogni parte, e cioè, l’oggetto che fa sorgere il contratto, è un bene che a sua volta è un mezzo di apprezzamento economico.
Il contratto si forma attraverso il consenso di entrambi le parti. Questo consenso significa: 1) l’atto di volontà di due o più persone che coincidono nell’elezione del contratto come mezzo per raggiungere un bene che non potrebbero raggiungere da soli; 2) l’adesione delle parti all’oggetto che ha fatto nascere il contratto; 3) l’elezione del co-contrattante (pp. 215-224). Ma, siccome il contratto fa parte di un rapporto sociale ed è uno istituto giuridico, e allora si deve aver conto del fatto della situazione giuridica di ogni parte nella contrattazione, l’A. segnala nove ragioni del carattere dialettico del contratto che in breve si potrebbe dire sono il risultato di riconoscere il carattere dialettico del Diritto tout court.
«Il contratto ha una struttura intenzionale nella quale si proietta l’atteggiamento di entrambi le parti verso il raggiungimento di un obiettivo comune, che è la ragione di essere dello scambio» (p. 239). Questa struttura intenzionale, come ogni fenomeno sociale è in parte necessaria e in parte contingente.
La causa finale di ogni contratto è l’obiettivo per cui le parti si mettono d’accordo e fanno il contratto. Il contratto, dunque, è uno strumento d’associazione che non s’identifica soltanto con un bene particolare. E perciò – spiega l’A. – il contratto costituisce un bene comune, poiché è un mezzo per raggiungere un fine determinato (p. 247). Ma è interessante la considerazione che fa l’A. dei contratti bilaterali dove non si da una stretta uguaglianza delle prestazioni. Può darsi che non ci sia una uguaglianza aritmetica per causa del piacere che porta un bene, il cui acquisto motiva il contratto. Oppure la magnanimità di una delle parti, o qualche ragione economica strana la stessa contrattazione. Se la ineguaglianza è consentita da chi soffre la perdita, la validità del contratto è indisputabile (p. 254). Infine, ciò che diventa obbligatorio il contratto e valido il principio pacta sunt servanda radica nella propria ragione dell’uomo, che diventa efficace per la volontà delle parti. Il contratto diviene un obbligo «per la libera decisione delle parti di sottomettersi all’impero di una regola comune, che è la causa esemplare estrinseca di quello che è giusto» (p. 256).
Il contratto è uno strumento della vita dell’uomo adeguato per l’acquisto delle sue necessità, quindi, è uno strumento per la sua vita plena, per raggiungere quelle cose che da solo non potrebbe mai ottenere. Il contratto esige una cooperazione che si fa tramite la coordinazione verso il fine tanto comune –del contratto che conformano- come delle loro intenzioni. Questa coordinazione è nei confronti con il principio della reciprocità dello scambio, nel senso che s’indirizza a un ordine con riguardo a tutto ciò che si rapporta con il contratto (p. 258). Ma il contratto, come l’autore ci ha già spiegato, riceve il suo valore anche di un altro principio, quello del pacta sunt servanda, che comunque è un principio valido perché ci si fonda, oltre la volontà delle parti, sulla natura dello stesso istituto, cui perfezione non è che il raggiungimento del fine o bene comune. Si guardi, la sola volontà delle parti non basta per giustificare la sua obbligatorietà; e non basta non perché quella non sia efficace, ma perché non è possibile una volontà distaccata dalla ragione, una volontà che sia autonoma sarebbe una contraddizione in termini! A prescindere dal fatto che la volontà sia stata chiamata “appetito razionale”!
L’esercizio arbitrario e non controllato della propria autonomia personale, non ordinata al termine del contratto è in contro della giustizia obiettiva che è al centro del principio della reciprocità dello scambio, e cioè, questo principio soltanto si capisce nei confronti con l’uguaglianza e allo stesso momento, essa fa possibile il raggiungimento del bene comune. Di modo che l’uguaglianza obiettiva, sarà un’uguaglianza legata allo giusto naturale, non a una qualcosa arbitraria. Ma se le parti accordano una corrispondenza convenzionale diversa dal giusto naturale, «la validità della sproporzione obiettiva dipende della sua inserzione nell’ordine intenzionale del contratto» (p. 261) e secondo la quale una parte accetta ricevere una prestazione diversa dal punto di vista della giustizia aritmetica. Oggigiorno che è possibile presumere il grado produttivo del denaro, davanti ad un contratto di credito, e cioè, di prestito oneroso di denaro, è giusto esigere un interesse aggiuntivo ad esso. Prima non era possibile una concezione del denaro come uno strumento di produzione in grado di accrescere la ricchezza; invece oggi si può misurare il suo valore e il suo prezzo nel mercato finanziario (p. 261). Oggi un interesse di questo tipo non trasgredisce il principio della reciprocità dello scambio. Poi, c’è un’altra considerazione molto importante che mette in luce l’A.: il fatto che raggiungere l’uguaglianza e per tanto, il bene comune contrattuale, non è soltanto una cosa che riguarda le parti, invece, quello suppone compiere una funzione sociale ed economica, e cioè, un andare oltre le parti direttamente coinvolti. Tutta la comunità che conforma la cornice delle parti, la famiglia, i comuni, ecc., stanno in alcun modo coinvolti.
I principi pacta sunt servanda e quello della reciprocità degli scambi, non si contraddicono, anzi, entrambi devono essere presenti nella contrattazione e colti nel loro esatto valore. Il contratto non potrà offrire alcunché che possa essere ritenuto giusto – sia naturale o convenzionale – se non viene rispettata la reciprocità, ma neanche sarà valido, se le parti non si obbligano per il principio del pacta sunt servanda, il quale sarà efficace nei confronti dell’uguaglianza.

Forse, per quelli che conoscono il pensiero classico, e cioè, di Aristotele, San Tommaso e così via, potrebbero pensare che quanto è sottomesso a riflessione in quest’opera, non sia niente di innovativo, anzi, un fare emergere quella vecchia dottrina ancora una volta. Ma una breve considerazione è opportuno evidenziare. Non si va avanti soltanto quando si propongono nuovi concetti, disamine, questioni, ma quando si può dare una nuova spiegazione dei principi antichi. Ancora, quando si ha la chiarezza di poter spiegare modernamente i principi classici. E non è una questione semplice quando di economia si tratta, perché si tratta di materia contingente, mutabile e oggetto di considerazione dialettica. Eppoi per questo il suo carattere dialettico, sia nella materia giuridica, sia nell’economica, da quando c’è tensione, c’è una problematicità da considerare. Non è che si tratti di una tensione senza possibilità di venir risolta, ma una tensione che evince il carattere problematico della natura umana e allora che non si può fare a meno. Anzi, questa tensione deve venir affrontata di modo dialettico, nella maniera come è stato colto dall’A. in relazione ai contratti. E in questo senso, riteniamo che l’opera possa essere considerata un reale sforzo in tal senso.

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