P. Consorti, Diritto e religione, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 228
di Silvia Fanari

Il tema trattato successivamente è quello della tutela penale del sentimento religioso, costituzionalmente legittima perché rispettosa del principio di cui all’art. 19 Cost., anche se opportuna sarebbe l’entrata in vigore di una normativa (ben più articolata e ragionata della Legge 85/2006) che accordi una tutela uguale per tutte le confessioni religiose, senza diversità di trattamento tra Chiesa cattolica e culti ammessi (a tale risultato si è finora giunti solo per via giurisprudenziale).
Di grande attualità, poi, il paragrafo dedicato alle prerogative e incompatibilità dei ministri di culto: dopo aver definito cosa si intenda per ministro di culto, Consorti si sofferma sul problema del “segreto ministeriale” (sui suoi presupposti e motivazioni), sulle incompatibilità relative a tali figure (come quella relative all’ambito legale) e, soprattutto, sul problema dei paventati abusi che possono essere perpetrati da tali soggetti. Norme, quelle che tendono a limitare appunto i possibili abusi perpetrati dai ministri di culto, che “bilanciano” le prerogative di cui tali soggetti godono: così, ai sensi dell’art. 61 n. 9 c.p., è una circostanza aggravante di un reato il fatto che lo stesso sia commesso con violazione dei doveri inerenti la qualità di ministro di culto (ciò in considerazione dell’affidamento di valore di cui questi godono), ma anche, ai sensi dell’art. 61 n. 10 c.p., che sia commessa contro un ministro di culto. Nell’analizzare la questione, l’Autore si sofferma così sul reato di abuso elettorale, ma anche attese le inevitabili difficoltà nel farlo, sul problema degli abusi sessuali commessi da ministri di culto.
L’ultimo paragrafo di questo capitolo densissimo di stimoli ma non sempre esaustivo, è dedicato alla discussa questione dei simboli laici e simboli religiosi, questione che viene analizzata da due prospettive distinte: come ostentazione di simboli privati in luoghi pubblici e come ostentazione di simboli religiosi proposti dall’autorità amministrativa in luoghi pubblici. Dal primo punto di vista, l’Autore (dopo aver sottolineato come la questione si sia posta soprattutto con riguardo all’emanazione nel 2004 in Francia di una legge – che vede un caso simile in Turchia – che vietava agli studenti di indossare nei locali scolastici simboli evidenti della propria appartenenza religiosa, normativa espressione della – tipicamente francese – laïcité de combat) ricorda come l’art. 19 Cost. protegga “il diritto di tutti a manifestare la propria professione di fede, e quindi di indossare abiti e simboli che attestino la propria identità o appartenenza religiosa” (p. 156), che è però questione ben diversa dal divieto di vestire indumenti che impediscono di identificare chi li indossa. Dal secondo punto di vista, la problematica è quella dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e giudiziarie: anche in questo caso, la voce di Consorti è fuori dal coro. Contrariamente a quanti (ed è l’opinione oggi dominante nel nostro Paese) sostengono che il crocifisso avrebbe raggiunto una sorta di “neutralità simbolica”, in ragione della quale sarebbe caratterizzato da una molteplicità di significati positivi e potrebbe divenire addirittura un simbolo di laicità, l’Autore, invitando peraltro l’autorità ecclesiastica a preoccuparsi di questa neutralità, giunge perfino ad affermare peraltro non del tutto giustificatamente, come sia un “inequivocabile dato di partenza che il crocifisso è primariamente un simbolo religioso: perciò, la sua esposizione in luoghi espressivi della presenza statuale è illegittima, sebbene inoffensiva” (p. 158).

Il capitolo sesto, “Il sistema dei rapporti tra Stato e confessioni religiose: la bilateralità incompiuta”, tratta innanzitutto, muovendo dalla lettera dell’art. 7 Cost., la questione della “distinzione degli ordini”, questione che, sottolinea l’Autore, “non tocca soltanto i rapporti formali fra lo Stato e la Chiesa cattolica, ma si estende a tutta la materia delle relazioni tra diritto e religione” (p. 159). Tale articolo, che dichiara la reciproca indipendenza costituendola come realtà duratura, va peraltro armonizzato col principio, visto precedentemente, del riconoscimento dell’eguale libertà di tutte le confessioni religiose previsto all’art. 8 Cost.. Lo scopo è chiaro: in una prospettiva di diritto ecclesiastico orizzontale, ciò che si persegue è che il rispetto dell’autonomia confessionale comporti per un verso la non intromissione dello Stato nelle questioni spirituali definite dalle religioni, per altro verso la non interferenza delle religioni nell’ordine delle competenze statali. L’Autore prosegue quindi analizzando il sistema delle fonti: innanzitutto, a partire dal secondo comma dell’art. 7 Cost., vengono analizzate le fonti concordatarie (“Patti Lateranensi” del 1929 e “Accordo di Villa Madama” del 1984), di seguito, con richiamo all’art. 8 comma 3 Cost., l’attenzione si sposta sul sistema delle intese. Più interessanti sono però i successivi paragrafi: viene infatti innanzitutto affrontata la questione del diritto ecclesiastico della Repubblica nella prospettiva federalista, come sviluppatasi a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Viene così posto in rilievo il fatto che l’esistenza di accordi a livello decentrato contribuisca “di fatto a diffondere una dimensione più ravvicinata del rapporto fra istanze sociali e presenze religiose che non è riuscita a livello centrale” (p. 171), il che, specie in un’ottica “orizzontale” – ma anche, verrebbe da dire, di sussidiarietà, e di avvicinamento ai bisogni reali degli uomini – è senz’altro positivo. L’ultimo paragrafo del capitolo è, poi, dedicato al problema della “bilateralità incompiuta”, che viene trattato soffermandosi su esempi concreti: da un lato viene presentato il caso della Consulta per l’Islam italiano (istituita con D.M. Interno 10 settembre 2005) che, con la “Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione” e la “Dichiarazione di intenti per la federazione dell’Islam italiano” dimostrano il fallimento di un certo modo di intendere le regole dettate dalla Costituzione per affrontare le relazioni con le confessioni religiose diverse dalla cristiano-cattolica e, tradendo la percezione della presenza islamica come problema alla sicurezza pubblica, rischiano di tradire l’impegno – fondato sul principio di laicità – a non ingerirsi in vicende interne alle confessioni religiose. Altro esempio di sicuro interesse è quello del disegno di legge sulla libertà religiosa, che, pur discusso da anni, non ha ancora condotto ad un risultato, dimostrando peraltro l’incapacità di affrontare le questioni nascenti dall’evoluzione multi-cultutrale (e pure multi-religiosa) della società con la conseguenza, per certi versi paradossale, che ad oggi resta ancora in vigore la Legge 24 giugno 1929 n. 1159 sui culti ammessi.

Il capitolo settimo “Diritto e religione fra multi-culturalismo e globalizzazione”, affronta, anche per il tramite di esempi calzanti (il divieto di mutilazione degli organi genitali, introdotto come reato – art. 583bis c.p. – nel 2006 e la questione dei rapporti comunali e condominiali), il riflesso che la globalizzazione inevitabilmente ha sul rapporto tra diritto e religione. Consorti pone in luce come il diritto, più di altre scienze sociali, atteso il suo carattere prescrittivo, fatichi ad adeguarsi alla rapida evoluzione di questi anni, ma sottolinea altresì come sia necessario che esso, e soprattutto il diritto ecclesiastico, affronti questi problemi “nella logica della garanzia dei diritti di libertà”, soprattutto considerando che “lo sviluppo giuridico di questi temi ha molto a che vedere con una laicità praticata”: per garantire – in una società multiculturale e globalizzata – la sicurezza dei cittadini è infatti necessario uno sforzo di natura laica “nella consapevolezza che la sicurezza è principalmente frutto di giustizia e garanzia dei diritti umani, prima che conseguenza di politiche di ordine pubblico e decoro urbano” (p. 185). Ancora in tema di globalizzazione, l’Autore sottolinea come a questa tematica sia strettamente connessa anche la questione del modo di pensare la democrazia: constatando come il rapporto tra religioni e democrazia sia tendenzialmente controverso, difficile, faticoso (ci si interroga addirittura sulla compatibilità tra democrazia e religione), egli traccia un quadro sintetico dei diversi modi di intendere la democrazia in alcune tradizioni religiose (ad esempio con riguardo all’Induismo e al Buddismo), e ciò col dichiarato scopo di contribuire alla diffusione di conoscenze (come quella dei diritti religiosi) che egli – anche rifacendosi a Ferrari – considera necessaria perché “dotata di un’importanza che supera i confini dell’interesse scientifico” affrontando questioni “legate alla coesione sociale e alla governance delle diversità” (p. 192).

L’ottavo ed ultimo capitolo, “Libertà, diritti e doveri delle coscienze”, si apre con una prima parte dedicata alla questione dell’obiezione di coscienza, tema alquanto delicato dal momento che “la scelta fra primato della fedeltà alla legge e quello della fedeltà alla coscienza tocca […] da vicino la laicità dello Stato”, e che deve essere posto in modo tale “da portare a considerare la relazione tra legge e coscienza non in termini di limiti che la prima pone all’altra, quanto configurando la libertà di coscienza come un compito primario che legittima la stessa potestà normativa” (pp. 203-204). Il tema della coscienza è poi affrontato con riferimento ai diritti e doveri della stessa, e in particolare rispetto alla sfera biogiuridica, tema tanto interessante quanto controverso: anche qui, va riconosciuto il merito dell’Autore di non aver cercato di scansare problematiche “scomode”. Anzi, dopo una sorta di “introduzione” alla questione, con riferimento alla Magna Charta Libertatum e all’Habeas Corpus ( documenti rilevanti per quanto attiene la questione del rapporto tra coscienza e corpo), all’art. 32 Cost., al consenso informato e all’autodeterminazione sanitaria, Consorti affronta il problema del testamento biologico, evidenziando come vi sia “la necessità di non accontentarsi del solo dato giuridico formale. Quando si parla di trattamenti sanitari che possono decidere della vita o della morte, oppure della perdita dell’integrità fisica o dei sensi, entrano in gioco questioni di coscienza che possono non assumere contorni univoci”. La soluzione di questa enorme questione, per essere rispettosa di una laicità “praticata e non solo proclamata”, dovrà, secondo il parere dell’Autore anche in questo caso purtroppo non sempre giustificato, tenere conto della coscienza di ciascuno, e il legislatore, conseguentemente, mostrarsi capace “di trovare una risposta adeguata alle esigenze della coscienza di ciascuno senza basarsi su principi guida assoluti, che uno impone all’altro” (pp. 217-218).

L’opera di Pierluigi Consorti, cui difficilmente questa disamina rende giustizia, affronta, lo si è visto, temi di enorme interesse, quasi quotidianamente al centro di dibattiti. Questo permette di riconoscere come il diritto ecclesiastico, contrariamente a quanto si è portati a ritenere anche tra giuristi, rappresenti un ramo del diritto di grande attualità, soprattutto nell’odierna società globalizzata.
Manca spesso, però, una conoscenza approfondita della materia, cosicché si è indotti a ragionare e dibattere per luoghi comuni e senza cognizione di causa: Diritto e religione, pur discostandosi dall’impianto classico di un manuale di diritto ecclesiastico (o più probabilmente proprio per tale ragione) e non offrendo sempre delle compiute giustificazioni alle affermazioni ivi contenute, è un volume caratterizzato da indiscutibile appeal, tanto per i temi trattati quanto per lo stile, semplice, diretto, mai ridondante ma sempre preciso, che ha le potenzialità per indurre ad accostarsi con sincero entusiasmo alla materia.
Nella sua Introduzione l’Autore ammonisce circa la necessità di “contrastare la tendenza a rinchiudere il diritto ecclesiastico in un cortile poco frequentato e un po’ malmesso, destinato a essere chiuso fra non troppo tempo. Allargare e abbellire questo cortile è compito nostro; l’unico modo per farlo è provvedere alla sua ordinaria e straordinaria manutenzione” (p. IX). Diritto e religione, è senz’altro un contributo notevole, seppur non completo, a tale fine.

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