Li Buyun, Lun renquan (Sui diritti umani),
Social Sciences Academic Press, Pechino 2010, pp. 332
di Maria Adele Carrai


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«Se il governo della legge fosse una corona, allora i diritti umani sarebbero di questa, la perla più luminosa» (p.1). Così si apre l’opera “Sui diritti umani” di Li Buyun, raccolta di articoli scritti negli ultimi trenta anni da Li in materia di diritti umani.
Li Buyun, nato nel 1933 a Loudi, nella provincia dello Hunan, è uno dei più influenti giuristi della Cina contemporanea, riconosciuto anche a livello internazionale, soprattutto per il suo contributo nel campo del costituzionalismo, dei diritti umani e della rule of law in Cina. Oltre ad essere il Direttore del Centro di ricerca di diritto pubblico di uno dei più importanti accademie cinesi, la Chinese Academy of Social Science (Cass), è anche Presidente onorario dell’Università di Guangzhou e della Università dello Hunan, e Direttore dei centri di ricerca sui diritti umani di queste due università.
L’autore già a partire dagli anni ’80 ha coraggiosamente trattato argomenti quali democrazia, libertà e diritti umani. A riguardo vale la pena ricordare almeno l’influente opera “Sistemi legali, democrazia e libertà”, la cui prima edizione è del 1986, pubblicata da Sichuan Renmin.
Un elemento interessante è che il suo affrontare temi “scottanti” non lo ha mai allontanato dalle linee guida del partito. Li infatti si sente «figlio della Cina» (p. 2) e del suo sistema politico, ed è la sua fedeltà critica al Partito Comunista Cinese che gli ha permesso di influenzare la stessa ideologia di partito, e di contribuire alla graduale liberalizzazione del pensiero in Cina. Anche oggi le teorie di Li sono un punto di riferimento per i circoli intellettuali cinesi e per il partito comunista stesso. Quest’ultimo sembra essere determinato a coronare la propria legittimità politica con la rule of law ed i diritti umani, dimostrando, soprattutto a partire dagli anni ’90, un interesse senza precedenti per la materia.
Le teorie di Li sui diritti umani si allontanano sia dai cosiddetti “valori asiatici”, sia dallo scetticismo a cui molti pensatori si arrendono nel momento in cui si chiedono quali siano i fondamenti filosofici alla base dei diritti umani. Li sostiene l’universalità dei diritti umani. Secondo l’autore tale universalità si «fonda sulla comune moralità e sui comuni interessi dell’umanità» (p. 116). Come colonna portante del sistema Li pone la persona e la sua componente naturale e sociale. La natura umana universale si sviluppa per mezzo della componente sociale, che è storica e particolare, e si realizza attraverso forme economiche, politiche, culturali (cfr. pp. 34-39; p. 94; pp. 117-120), ed è dalla diversità di tali situazioni che deriva la particolarità del trattamento dei diritti umani. Tuttavia nella sua visione progressista della storia, Li ritiene che nel tempo i diritti umani avranno una valenza sempre più universale (p. 117).
L’opera di Li presa qui in considerazione, rientra in un progetto di raccolta sistematica del pensiero dell’Autore degli ultimi trent’anni. Il progetto iniziato nel 2008 si è appena concluso con la pubblicazione della Social Sciences Academic Press (China) di 11 volumi, ognuno dei quali dedicato ad un tema specifico nell’ambito della campo giuridico.
Nello specifico, “Sui diritti umani” raccoglie 38 articoli riguardanti il tema. L’opera, pubblicata per la prima volta a gennaio 2010, si compone di un’introduzione al progetto di raccolta degli 11 volumi scritta nel 2008 (pp. 1-2); una prefazione dell’autore del 2009 (pp. 3-4) e un indice a cui segue l’opera vera e propria che si sviluppa secondo una struttura tripartita in cui gli articoli raccolti non seguono l’ordine cronologico di pubblicazione. Nella prima sezione, intitolata “I principi generali dei diritti umani” (pp. 3-167), vengono affrontati i problemi filosofici e teoretici; questa è la parte più poderosa dell’intera opera, e raccoglie ben 18 articoli. Nella seconda sezione “Vie per la realizzazione dei diritti umani” (pp. 185-261), l’autore tratta problemi legati alla legislazione internazionale e nazionale dei diritti umani, ossia le vie ‘pratiche’ per la promozione e la protezione dei diritti umani. Nell’ultima sezione, “Alcuni diritti umani nello specifico” (pp. 269-326), Li riflette su tematiche quali, ad esempio, la distinzione tra gongmin, cittadini, e renmin, popolo; il problema del trattamento riservato alle minoranze; il diritto al lavoro; il diritto allo sviluppo e il nesso fra diritti umani e diritto penale.
Nella prima parte, dedicata alla presentazione dei principi generali alla base dei diritti umani, vengono esposte le idee di Li in merito ai contenuti più importanti, alle forme, ai principi, alle categorie e alla natura dei diritti e dei doveri.
“I diritti umani sono i diritti di cui la persona in quanto tale dovrebbe godere, non sono una concessione esterna” (p. 79). Li pone a fondamento la persona la cui essenza è formata da una componente naturale e una sociale (p.12). Tali componenti generano nell’uomo una serie di fini ed interessi, liyi, a lui propri: «ogni persona naturalmente rivendica la propria esistenza, i principi di libertà e di eguaglianza, e di vivere una vita dignitosa, questi bisogni dipendono dagli aspetti tangibili e non tangibili della componente naturale ziranshuxing; sono bisogni fondamentali benneng e istinti naturali tianxing. Godere pienamente dei diritti umani diventa quindi l’obiettivo ideale dell’umanità, ed in ultima analisi il fine dei diritti umani è quello di proteggere la vita della persona, soddisfare i bisogni umani e garantire un certo benessere della di vita materiale e spirituale» (p. 24). I fini dell’uomo non sono solo materiali, ma hanno a che fare con aspetti morali e spirituali della persona; non è così un caso che nel parlare delle esigenze naturali della persona l’Autore si riferisca agli omonimi yi (giustizia) e yi (interesse) (p. 4; pp. 50-52).
Il sistema di diritti umani creato da Li, che ha alla base non la collettività ma l’individuo, geren (pp. 40-41, pp. 96-107), con i suoi bisogni naturali e sociali, genera un sistema tripartito di diritti: all’apice vi sono i cosiddetti yingyou renquan, diritti che bisognerebbe avere sulla base dei fini e dei bisogni innati della persona; poi vi sono i diritti stabiliti dalla legge, fading renquan, che si dovrebbero accordare ai primi. Il fine di questi è quello di fornire maggiori garanzia e protezione ai diritti umani; in ultimo i diritti reali, shiyou quanli, quelli che, pur non essendo riconosciuti dalla legge, sono diventati una “prassi” grazie a gruppi sociali, alle tradizioni e alle abitudini ormai consolidate (pp. 54-64).
Li non è un positivista, e infatti pone a fondamento gli yingyou renquan, non i diritti stabiliti dalla legge, seppure di questi riconosce l’importanza (p. 63). Egli arriva addirittura ad affermare, seguendo questa direttrice, che lo sciopero non è da considerarsi reato: «ogni anno in Cina ci sono molti casi di sciopero, non dovremmo considerare tale comportamento come illegale»(p. 72).
L’autore non è nemmeno un sostenitore del diritto naturale moderno, che pone al di fuori della storia e dell’esperienza il diritto naturale, e sottolinea sempre la storicità dei diritti umani, che può giustificare il loro trattamento ancora imperfetto in certi paesi in via di sviluppo (p. 4), in accordo con il sistema politico, lo sviluppo economico e le differenza culturali (pp. 52-53). Li ad esempio riconosce il ruolo storico del capitalismo nell’avere fatto fare un salto qualitativo globale nel trattamento dei diritti umani (pp. 37-39). Tuttavia l’autore esprime anche la sua fede politica, e riconosce i limiti del sistema capitalistico, sostenendo che solo il socialismo può rispondere a certe problematiche a cui il capitalismo non può trovare risposta (p. 10), basti pensare alle fasce della popolazione che rimangono escluse o che vengono sfruttate dal sistema capitalistico, e i relativi problemi di diseguaglianza e di ingiustizia sociale che si possono così generare.
In Cina, osserva Li, il trattamento dei diritti umani è migliorato notevolmente, sebbene ci sia ancora della strada da fare per raggiungere quella che lui definisce «liberalizzazione totale della persona», che coincide con un’universalizzazione della protezione di tutti i diritti dell’individuo (p. 17). Il fine delle convenzioni a cui anche la Cina ha aderito, è quello di rendere l’essere, la realtà, sempre più simile al dovere essere, all’ideale, avendo come fine la “persona” (p. 94). Un’ideale che si è visto basarsi non su qualcosa fuori dalla storia e fuori dall’uomo, ma dentro di esso costituendo la sua essenza (ziran shuxing, shehui shuixing, pp. 45-46) e rende l’individuo immerso in un contesto sociale di relazioni che costantemente lo influenzano nella sua moralità e nei suoi interessi (p. 86).
Infine, dopo avere trattato la questione dell’universalità e della particolarità dei diritti umani (“Sull’universalità e la particolarità dei diritti umani”, pp. 114-121; “Di nuovo sull’universalità e sulla particolarità dei diritti umani”, pp. 122-137), Li, a conclusione dell’ultima sezione, tratta il rapporto fra diritti e doveri. L’autore asserisce, rifacendosi a Marx, che diritti e doveri sono una sola cosa, e variano a seconda dei rapporti sociali nell’evoluzione storica: «non esistono diritti senza doveri, e non esistono doveri senza diritti» (p. 143). Il fine, perseguito nella storia, è che ci sia un perfetto bilanciamento di questi.

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