B. Constant, Lo spirito di conquista e l’usurpazione nei loro rapporti con la civiltà europea,
tr. it., Liberilibri, Macerata, 2008, pp. 204
(Introduzione a cura di M. Barberis e G. Paoletti).
di Federica Foschini

La seconda parte del libro è dedicata al tema dell’Usurpazione e da un punto di vista strutturale ricalca la prima parte, essendo anche questa divisa in numerosi capitoli di breve estensione, tranne gli ultimi dalla portata più ampia.
L’autore si pone come obiettivo quello di paragonare un “governo regolare a quello che regolare non è” (p. 67). Dopo una breve analisi della monarchia e della democrazia, precisa subito come l’usurpazione sia ben diversa dalla monarchia, portando come esempio positivo di questa forma di governo l’Inghilterra. Nel II capitolo svolge una dettagliata analisi delle differenze esistenti tra le due figure, notando come “malgrado l’ingannevole somiglianza che sembra esistere tra usurpazione e monarchia, considerate entrambe come il potere rimesso nelle mani di un solo uomo, non esiste nulla di più diverso” (p. 80). Nel III capitolo l’Autore mette a confronto il dispotismo e l’usurpazione, evidenziando come l’usurpazione possa essere peggio del più assoluto dispotismo. Infatti il dispotismo soffoca la libertà di stampa, mentre “l’usurpazione ne fa la parodia” (p. 83): il dispotismo condanna l’uomo al silenzio, mentre l’usurpazione lo condanna a parlare, “lo perseguita fin nell’intimo santuario del suo pensiero” (p. 83). L’Autore prosegue, poi, la sua trattazione evidenziando come l’usurpazione sia inattuabile nell’epoca moderna, proprio come lo spirito di conquista, dal momento che “le repubbliche si mantengono in vita grazie alla consapevolezza profonda che ogni cittadino ha dei propri diritti, grazie a quella felicità, quella ragionevolezza, tranquillità ed energia che il godimento della libertà procura all’individuo. Le monarchie si mantengono in vita grazie al tempo, alle consuetudini, alla sanità delle passate generazioni” (p. 85), mentre l’Usurpazione si fonda solo sulla supremazia individuale. Nel capitolo V l’Autore analizza i motivi per cui Guglielmo III non possa essere considerato un usurpatore, mentre nel VI capitolo dimostra come anche il dispotismo sia ormai una forma di governo non più adatta all’epoca attuale, costituendo il “terzo anacronismo” insieme allo spirito di conquista e all’usurpazione. Nei capitoli successivi l’Autore tratta invece il tema delle democrazie antiche, dimostrando come anch’esse siano forme di governo non più praticabili nell’epoca attuale, dal momento che la popolazione moderna è ben diversa da quella antica: “oggi sarebbe più facile trasformare un popolo di schiavi in un popolo di spartani, che non formare degli spartani mediante libertà” (p. 101). Questo perché il liberalismo di Constant è fortemente caratterizzato in termini individualistici e il tentativo di restaurare l’unità collettiva propria delle antiche poleis non è più possibile. Nei successivi capitoli, l’Autore passa a parlare dell’arbitrio, tema centrale, insieme a quello del dispotismo, delle forme irregolari di governo. Anche l’arbitrio è visto in maniera negativa dal momento che “distrugge la moralità, perché questa non esiste senza sicurezza” (p. 123), “quando l’arbitrio è tollerato, si diffonde in modo tale che anche il più oscuro dei cittadini può ad un tratto trovarselo di fronte, armato contro di lui” (p. 122). L’analisi prosegue, poi, nel capitolo XII a tracciare le linee degli effetti negativi dell’arbitrio sulle condizioni dell’esistenza umana, mentre nel XIII capitolo l’Autore tratta dei nefasti effetti che esso ha sugli intellettuali, sugli artisti, sul commercio, sulle professioni e finanche sui successi militari, dal momento che “il pensiero è il principio di ogni cosa; si applica all’industria, all’arte militare, a tutte le scienze, a tutte le arti; promuove i loro progressi e poi, analizzando tali progressi, allarga il proprio orizzonte. Se l’arbitrio interviene per limitarlo, la moralità ne risulterà meno sana, le conoscenze di fatto meno esatte, le scienze meno attive nel loro sviluppo, meno progredita l’arte militare, meno ricca di scoperte l’industria” (p. 132). Nel capitolo XIV l’Autore affronta, poi, il tema della religione sotto l’arbitrio, notando come in passato il dispotismo pretendesse di imporsi anche sulla religione, mentre nell’epoca attuale non la colpisce più con persecuzioni dirette, “ma è sempre all’erta per approfittare di ciò che può mortificarla” (p. 137). Nei capitoli che vanno dal XVI al XX l’Autore torna nuovamente sul tema dell’anacronismo di un governo dispotico nell’epoca attuale, “voler sostenere l’usurpazione mediante il dispotismo equivale a offrire a una cosa destinata a rovina un sostegno che deve parimenti rovinare” (p. 163). I motivi per cui un governo di questo tipo non può durare ricalcano i motivi del fallimento dello spirito di conquista e sono per lo più dovuti alla natura dell’uomo moderno, “incrollabilmente legato alla sua pace e ai suoi piaceri” (p. 159) e al commercio. In particolar modo sono la circolazione dei beni, la proprietà ed il denaro che rendono inapplicabile il dispotismo nell’epoca moderna.
Il libro si conclude con una nota finale in cui si possono rilevare molti riferimenti a Napoleone benché non venga mai nominato. E’ solo nella prefazione alla terza edizione che per la prima volta compare il suo nome, ed è in quest’ultima che si può leggere il motivo che aveva spinto Constant a scrivere la Sua Opera: “all’orrore che il governo di Buonaparte mi ispirava si aggiungeva allora, ne convengo, una certa insofferenza nei confronti del popolo che sottostava al suo giogo (…) soffrivo nel vedere che quel popolo profanava il coraggio e versava il suo sangue per mantenersi in uno stato di servitù” (p. 175).
Due capitoli sono poi stati aggiunti nella IV edizione del libro, in cui Constant risponde ad alcune critiche, oltre a quella di essere contrario all’innovazione e al progresso, che gli erano state mosse in relazione al suo pamphlet, ovvero di considerare usurpatori tutti quei governi che non erano fondati sul diritto ereditario e che le conseguenze dell’usurpazione non fossero tutte davvero inevitabili.
Quello che sembra interessante notare è come l’Autore riesca a descrivere non solo gli effetti negativi della conquista e dell’usurpazione verso l’esterno, ma anche verso l’interno, mettendo in luce i risvolti soggettivi che questi due fenomeni portano con sé, influendo profondamente nella coscienza degli individui. Infatti davvero approfondite e lucide sembrano le analisi dell’Autore circa quei meccanismi psicologici che scattano nella popolazione costretta a sottostare alle usurpazioni e a governi dispotici.
Il libro, quindi, tratta temi senza tempo, che si sentono ancora riecheggiare nel XXI secolo. Si pensi solo alla strumentalizzazione della guerra, alla personalizzazione del potere, oltre ai temi, quanto mai attuali, del rapporto tra la politica e l’economia e dei commerci tra i diversi Paesi europei. La ricostruzione di Constant, dunque, privata degli aspetti più legati al contesto in cui è stata scritta, è un’opera che può in ogni caso fornire spunti di riflessione anche ai giorni nostri.

Pages 1 2