Gli argomenti del giurista
tra «premesse» e «strategie» interpretative
di Federico Casa

codicistico “la simulazione non ha effetto tra le parti” viene interpretato quale fattispecie di nullità di cui agli art. 1418- 1424 c.c.; per coloro che la pensano quale negozio perfetto ma inefficace tra le parti in dipendenza dell’autoregolamento d’interessi intervenuto tra le parti stesse il disposto codicistico viene interpretato quale fattispecie di inefficacia relativa. Vediamo gli argomenti. La tesi della nullità discende immediatamente dall’ipotesi: se il codice covile prevede che un contratto senza volontà delle parti è nullo, e il contratto simulato è un contratto non voluto in quanto privo del necessario requisito della volontà, esso è nullo ai sensi del secondo comma dell’art. 1418 c.c.; la tesi è sostenuta a partire da un argomento analogico oppure sistematico. La conseguenza della inefficacia delle simulazione discende anch’essa direttamente dall’ipotesi, anche se viene sostenuta a partire da altri argomenti, tutti sistematici (in particolare dogmatici): la simulazione è incompatibile con il regime della nullità poiché la nullità è incompatibile il trattamento giuridico che gli artt. 1415 e 1416 c.c. riservano ai terzi e ai creditori in tema di simulazione; la nullità dovrebbe essere rilevata d’ufficio ex art. 1421 c.c. mentre non è così in tema di simulazione (ancora un argomento sistematico). A tali obiezioni i sostenitori della nullità replicano attraverso un argomento tratto dai principi generali dell’ordinamento: l’eccezionale rilevanza del contratto simulato rispetto ai terzi trova il suo fondamento nella tutela dell’affidamento dei terzi; in altri termini, il contratto è nullo ma la necessaria garanzia per i terzi finisce per renderlo operante nei confronti di coloro che ad esso si sono affidati. Ripetiamo lo stesso ragionamento con riferimento all’interpretazione del termine forma di cui al secondo comma dell’art. 1414 c.c., al fine di comprendere se tale termine sia da riferire al solo negozio simulato oppure anche alla controdichiarazione. Per coloro per i quali la simulazione costituisce una divergenza tra volontà e dichiarazione, perché il negozio dissimulato possa produrre effetti giuridici, è sufficiente che sia il solo negozio simulato ad avere i requisiti minimi di forma a nulla rilevando la forma in cui le parti hanno manifestato l’accordo simulatorio cosicché la controdichiarazione potrebbe anche prestarsi oralmente. Per chi pensa alla simulazione come ad un duplice regolamento di rapporti derivante da una duplicità di dichiarazioni i requisiti minimi di forma perché il negozio dissimulato possa produrre effetti giuridici devono essere contenuti anche nella controdichiarazione. Anche in tal caso le soluzioni giuridiche derivano direttamente dalle ipotesi. Gli argomenti utilizzati sono quello letterale per quanto concerne la prima teoria, ancora quello sistematico per quel che riguarda la seconda teoria. Proviamo allora a suggerire alcune conclusioni, ormai quasi definitive. La genesi di una teoria giuridica è assimilabile a quella di ogni altra teoria scientifica: lo scienziato giuridico descrive e spiega l’oggetto della sua ricerca a partire da alcune ipotesi (che certo risultano dall’analisi dell’oggetto della ricerca ma non sono generalizzazione dello stesso), dalle quali ipotesi sulla base di una serie di regole sintattiche vengono tratte una serie di inferenze logiche: il trattamento giuridico della simulazione è la nullità poiché tale istituto è pensato quale divergenza tra volontà e dichiarazione; l’asserzione il fondamento della simulazione è la divergenza tra volontà e dichiarazione è una mera ipotesi, opinabile come lo sarebbe l’asserzione la simulazione è il risultato di un negozio perfetto ma inefficace tra le parti in dipendenza dell’autoregolamento d’interessi intervenuto tra le parti stesse; tutte le affermazioni e così le soluzioni ai problemi proposti che ne derivano non sono mai intimamente vere o false; rispetto ad esse si può solo predicare la coerenza in relazione al dato di partenza e la maggiore o minore idoneità a reggere ad una procedura di controllo. A ben vedere, a quelli che vengono comunemente denominati gli «argomenti dell’interpretazione» intesi secondo l’insegnamento di Giovanni Tarello quali l’elencazione empirica dei ragionamenti più diffusi dei giuristi, si ricorre prima di tutto anche per costruire una ipotesi: l’istituto simulazione va pensato come il risultato della divergenza tra volontà e dichiarazione è una ipotesi, certo non scelta a caso ma frutto di un’analisi del diritto positivo, di quelli che sono gli orientamenti della giurisprudenza e della dottrina in tema di divergenza tra volontà e dichiarazione, e soprattutto osservando quello che normalmente fanno i contraenti quando pongono in essere un’operazione simulatoria. Sempre i medesimi argomenti, in tal caso quello analogico, sono utilizzati per sostenere le inferenze logiche che derivano dall’ipotesi assunta; se il codice civile prescrive che un contratto senza volontà delle parti è nullo, considerato che il contratto simulato, in quanto risultato della divergenza tra volontà e dichiarazione, è un contratto non voluto in quanto privo del necessario requisito della volontà, ad esso potrà trovare applicazione il regime della nullità di cui all’art. 1418 c.c.. Ancora agli «argomenti dell’interpretazione», in particolare a quello sistematico, si ricorre per confutare la tesi della nullità: siccome vi è una precisa e netta incompatibilità tra gli artt. 1415 e 1416 c.c. dettati in tema di simulazione rispetto al trattamento giuridico degli artt. 1421 e 1425 c.c. (i quali pure regolano i rapporti tra la nullità e i terzi) previsti in materia di nullità, il trattamento giuridico del contratto simulato non può essere la nullità. In forza di tali considerazioni ci pare di poter affermare con una certa sicurezza che il risultato dell’interpretazione di un determinato istituto giuridico (simulazione, contratto preliminare, acquisti dei coniugi in comunione legale) non è mai conseguenza dell’utilizzo di questo o di quell’«argomento dell’interpretazione» né pertanto di questa o quella «strategia interpretativa», ma il frutto di una riflessione sull’oggetto della propria ricerca con gli occhi “impregnati di teoria”; una volta individuata una ipotesi, alla cui costruzione certo contribuiscono gli «argomenti dell’interpretazione» in quanto “archetipi” del ragionamento del giurista, questa verrà proposta e sviluppata attraverso quegli argomenti che risulteranno più consoni alla sua sostenibilità, senza che tra di essi si possa dare un ordine gerarchico, senza che una «strategia interpretativa» possa considerarsi prevalente senza che si possa dire che vi sia in astratto un argomento migliore di un altro: non vi è alcun dubbio che una teoria giuridica è il “racconto” delle deduzioni logiche tratte da una determinata ipotesi e degli argomenti utilizzati per sostenerle, ma vi è sempre una netta e indiscussa subordinazione degli «argomenti interpretativi» rispetto alle “premesse” dell’interprete. Pertanto con riferimento al tema dei rapporti tra acquisti dei coniugi in comunione legale e l’istituto dell’accessione di cui si è discusso supra, risulta chiaro che ogni discussione è parziale se ci si limita a confrontare i diversi argomenti interpretativi utilizzati dai giuristi che si sono interessati alla disputa, proprio perché nessuno sarà mai in grado di indicare e sostenere con definitività l’argomento che assicura l’interpretazione preferibile; occorrerà invece comprendere quale sia l’ipotesi di ciascuna delle diverse teorie prospettate, alla quale i criteri dell’interpretazione devono in un modo o nell’altro piegarsi. D’altro canto, ciò è fin troppo evidente se si pensi che l’unanimità dei giuristi che sostengono la teoria della prevalenza dell’art. 177 lett. a) sull’art. 934 c.c., e quindi la caduta in comunione dell’edificio realizzato sul suolo di uno dei coniugi durante la vigenza della comunione legale, affermano che al fine di realizzare la comunione spirituale dei coniugi che passa attraverso la comunione di tutti gli acquisti e di tutti gli utili, deve prevalere l’esigenza di tutela del coniuge economicamente più debole, cosicché deve essere riconosciuta prevalenza alla disciplina della comunione coniugale rispetto a quella sull’accessione. Si badi bene che quello enunciato non è un argomento giuridico, ma l’esplicitazione di una ipotesi, assunta in modo a-problematico, certo sulla base di valutazioni politiche, sociologiche, magari anche “contestualmente” condivise, ma giuridicamente non discusse. Lungo tale itinerario argomentativo deve pertanto affermarsi una tesi che può apparire scettica a chi non abbia la consapevolezza della problematicità del sapere filosofico, il quale «cerca di porre una domanda integrale capace di investire tutta l’esperienza»118, e sia pertanto in grado di riconoscere la natura solo convenzionale della conoscenza scientifica del diritto: rispetto ad un determinato oggetto di ricerca possono proporsi un numero indeterminato di teorie a condizione che si possa portare a sostegno di ciascuna almeno un argomento dell’interpretazione, cosicché la teoria preferibile finisce per essere quella sostenuta attraverso il maggior numero di argomenti dell’interpretazione, i quali ragionamenti, secondo il giudizio degli scienziati giuridici che partecipano al “contesto” della discussione, meglio reggono ad un controllo di razionalità che pure viene svolto attraverso i medesimi argomenti dell’interpretazione. Si badi bene che tale conclusione consente di respingere il paradigma «contesto di scoperta/contesto di giustificazione»119 o comunque di svuotarlo di significato se applicato alla scienza giuridica, poiché non è dato rinvenire alcuna netta distinzione epistemologica tra la costruzione di una teoria giuridica e la sua giustificazione (non abbiamo il coraggio di utilizzare il diffuso termine capacità persuasiva), poiché, a ben vedere, essa costituisce il risultato di una serie di deduzioni rigorosamente logiche a partire da una ipotesi nata dall’osservazione dell’esperienza giuridica medesima, ma non induttivamente ottenuta dalla stessa, quella medesima esperienza giuridica al cui interno sarà compito del teorico generale dell’interpretazione riconoscere gli argomenti del ragionamento giuridico che avranno consentito la costruzione dell’ipotesi, la sostenibilità delle inferenze, la confutazione dei risultati finali120. Pertanto se in ambito scientifico ogni teoria è valida finché non viene confutata, proprio perché assunta sulla base di una “premessa” non discussa né discutibile (che certo il più delle volte coincide con le valutazioni dell’interprete), occorre tenere presente che tali conclusioni non consentono di risolvere in alcun modo il problema della verità, delle ragioni per le quali un bene viene attribuito a Tizio piuttosto che a Caio, in altri termini del “tribuere cuique suum”; tematiche queste che saranno affrontate in un successivo contributo, sulla base della consapevolezza teorica che è solo nell’attività decisoria del giudice che diviene cruciale il problema della razionalità dell’interpretazione.

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1 G. TARELLO, L’interpretazione della legge, Milano 1980, p. 39, ove si legge: «in questa accezione “l’interpretazione” è sinonimo di “interpretare” e si riferisce primariamente ad un fenomeno mentale, come l’attribuire significato ad un documento».

2 Ibid., p. 39: «in questa accezione “l’interpretazione” è sinonimo non tanto de “l’aver interpretato” quanto “il risultato dell’aver interpretato”».

3 E’ difficile non andare con il pensiero a quelle ancora oggi mirabili pagine di B. LEONI, Il problema della scienza giuridica, Torino 1940, p.171, in cui il filosofo di Pavia afferma: «ogni discussione del problema [della scienza giuridica e del suo oggetto] si rivela, in definitiva, come una discussione sul significato dell’oggetto, ed ogni tentativo di fondare programmaticamente la scienza giuridica implica, sempre, in primo luogo, la ricerca dell’oggetto[…]; nessuna fra le nozioni che vengono impiegate per risolvere il problema della scientificità di questa disciplina, sembra essere più discussa, più ambigua, e più incerta di questa». E a quelle di N. BOBBIO, Teoria della scienza giuridica, Torino 1950, pp. 169, 198, dal contenuto radicalmente opposto: «per il giurista il discorso [dellegislatore] costituisce l’oggetto della proroga ricerca, e il suo sistema scientifico risulta da un discorso elaborato al di sopra del discorso giuridico», proprio perché «la scienza del diritto non è elaborazione di regole che scaturiscano dalla società e dai suoi conflitti, ma una teoria del diritto positivo [forti] della consapevolezza critica che al di fuori di una teoria del diritto positivo non vi è né scienza né diritto, e quindi non vi può essere nemmeno una scienza del diritto».

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