Gli argomenti del giurista
tra «premesse» e «strategie» interpretative
di Federico Casa

1) quello avente ad oggetto il rapporto tra la fonte del diritto e le sue molteplici diverse interpretazioni, nonché il ruolo dei diversi criteri o argomenti dell’interpretazione giuridica all’interno delle costruzioni convenzionali ed operative della scienza giuridica;
2) lo studio dei criteri o giudizi (interpretativi) che presiedono alla scelta di una delle diverse possibili alternative suggerite dalla scienza giuridica. Ancora tre notazioni. La prima per spiegare come già l’indicazione di tali diversi ambiti di ricerca (quelli sub 1) e 2) di cui al capoverso precedente) accoglie pur con tutte le precisazioni del caso la distinzione propria del sillogismo giudiziale tra la “quaestio iuris” che attiene alle discussioni sulla fattispecie astratta e la “quaestio facti” che riguarda la cosiddetta fattispecie concreta, e in qualche misura, anche se solo per scopi prescrittivi, ne accentua la distinzione pur tentando di sfumarla. La seconda per chiarire come tali temi attengano quasi esclusivamente allo studio della “quaestio iuris”; anzi, proprio il tema sub 2) postula una netta separazione tra quest’ultima e la “quaestio facti”. La terza per evidenziare come tali problematiche presuppongano oggi l’impossibilità di costruire una unitaria dottrina dell’interpretazione, dovendosi separare la dottrina e la teoria dell’interpretazione dalla sua applicazione, l’attività del giurista da quella del giudice, distinguere con riferimento all’interpretazione giudiziale il «contesto di decisione» da quello di «giustificazione». Va subito detto che non si condivide in alcun modo il contenuto delle prime due notazioni (mentre la terza costituirà oggetto della successiva trattazione); va però altrettanto chiarito che così formulate risultano utilissime al fine di evidenziarne i limiti e le contraddizioni. Inoltre, con riferimento al tema di ricerca sub 2), oggi la principale preoccupazione degli studiosi è divenuta quella di sottolineare come l’attività interpretativa non possa risolversi in scelte e decisioni che coinvolgano la sola sfera della volontà, poiché i giudizi interpretativi devono investire anche la sfera della conoscenza. Evidentemente, il timore rimane sempre quello di dover convenire con Mario Losano, quando commentando Kelsen nei primi anni Ottanta, ci spiega come sul presupposto che l’interpretazione scientifica del giurista di Praga sia interamente compresa nell’interpretazione autentica di cui costituisce l’ineliminabile fase iniziale, «si sarebbe tentati di fare a meno della distinzione kelseniana, denominando ”interpretazione” soltanto questo settore comune alle due interpretazioni proposte da Kelsen e riservando al residuo settore dell’interpretazione autentica il nome di “statuizione di una norma giuridica individuale”»28, oppure rileggere oggi quelle pagine di Francesco Gentile, il quale nello stesso anno spiegava agli studenti partenopei che il tema dell’applicazione della norma giuridica in Kelsen era completamente neutralizzato dal concetto di validità formale della norma giuridica elaborata dal giurista austriaco: se valida è la norma statuita da un’autorità competente a farlo in base ad un’altra norma, «in tal modo viene esclusa dalla valutazione delle norme giuridiche ogni riferimento a qualche cosa che sia estraneo al puro processo normativo e in particolare ogni riferimento al contenuto o alla applicazione della norma, tutto quanto, in altri termini, ha a che fare con la storia e il suo tumultuoso scorrere»29.

 

1.2 Le diverse, molteplici, interpretazioni del medesimo testo normativo; l’art. 12 delle “Disposizioni sulla legge in generale”

La presente analisi si fonda sulla distinzione tra l’interpretazione giudiziale che è quella compiuta dai giudici nello svolgimento della loro attività giurisdizionale30 dal momento che ogni sentenza necessariamente contiene l’interpretazione di una o più norme, e l’interpretazione scientifica o dottrinale31 che è quella compiuta per chiarire in astratto il significato delle varie fonti del diritto; concentriamo la nostra attenzione su quest’ultima ed affrontiamo il tema di che cosa voglia dire attraverso una costruzione scientifica «ascrivere un significato ad un testo normativo»32. Siamo ben consapevoli che ci potrebbe essere obiettato che anche lo studio dell’interpretazione scientifica o dottrinale non può prescindere dalla discussione del cosiddetto tema dell’”applicazione del diritto” che, a ben vedere, altro non è se non una diversa rappresentazione della questione del fatto e/o della premessa minore del sillogismo giuridico; sul punto ci sia solo consentito replicare che dell’attività interpretativa dottrinale, a fini espositivi e non solo, ci interesseremo in particolare dei rapporti tra questa e la scienza giuridica, in altri termini, della relazione tra l’interpretazione e la costruzione del sistema, mentre discuteremo in seguito della cosiddetta “interpretazione giudiziale”33.Si tratta a ben vedere, secondo quello che è l’insegnamento della dottrina filosofico-giuridica dominante, di affrontare il tema di un aspetto di quello che comunemente viene denominato il “giudizio di diritto”, ovvero la valutazione dei fatti in base alle norme sostanziali, evidentemente lasciando almeno per ora tra parentesi ogni discussione relativa al cosiddetto “giudizio di fatto”34. A ben vedere, si tratterà non solo di individuare la norma da applicare35, consistendo tale operazione in un giudizio relativo all’esistenza della norma cui il giudice vuole riferirsi36, dopo aver formulato dei modelli alternativi di decisione ovvero delle ipotesi diverse, e tra questi scelto la soluzione preferibile, ma anche di comprendere37 il comportamento descritto dalla norma stessa38. Tale operazione è segnata da un certo grado di complessità, poiché la scelta interpretativa non si esaurisce in un solo atto che determina in maniera immediata il significato dell’enunciato normativo, ma si compone di alcune fasi, di cui le principali sono: la determinazione del problema interpretativo, l’individuazione dei vari significati che alla norma possono essere attribuiti a seconda della prospettiva esegetica da cui si parte e la scelta di uno tra questi significati, fatta sulla base della sua adeguatezza al thema decidendum39. L’ultima fase del “giudizio di diritto” è caratterizzata dall’applicazione del significato della norma così individuato al fatto, e così consentire al giudice di ricostruire il nesso di interdipendenza logica che nella norma lega il fatto giuridico previsto all’effetto giuridico a sua volta disposto e connesso al primo. Con riferimento al solo tema dell’attribuzione di un significato ad un enunciato normativo, è tesi senza dubbio unanimemente condivisa quella secondo la quale i giuristi espongono nelle loro argomentazioni interpretative le considerazioni in base alle quali deve essere attribuito questo oppure quel significato ad un testo di legge. Particolarmente esemplare di certo modo d’intendere (e di risolvere) il problema prospettato è l’opera di Robert Alexy, al quale va il merito di aver da tempo evidenziato il ruolo degli argomenti o canoni dell’argomentazione giuridica i quali nella sua teoria generale dell’argomentazione risultano raccolti in sei gruppi, ciascuno dei quali dovrebbe assolvere a funzioni differenti: «quello dell’interpretazione semiotica e quello dell’interpretazione genetica vincolano chi decide al tenore della legge ovvero alla volontà del legislatore», quello «dell’interpretazione storica e comparativa rendono possibile l’ammissione di esperienze pratiche di tempi passati e di altre società», quella «sistematica serve alla noncontradditorietà dell’ordinamento giuridico», mentre «le forme teleologiche aprono il campo all’argomentazione pratica razionale generale». Occorre subito chiarire che la prospettiva del filosofo tedesco è quella della distinzione e utilizzo del paradigma «contesto di scoperta e contesto di giustificazione», ove la «giustificazione interna» si occupa della validità delle inferenze da date premesse a decisioni giuridiche assunte come loro conclusioni, mentre la «giustificazione esterna» delle decisioni giuridiche affronta il problema di verificare non solo la validità delle inferenze ma anche la fondatezza delle premesse40.Ai fini della nostra indagine, non rileva in alcun modo, anche perché tali temi si affronteranno quando si discuterà più diffusamente dell’argomentazione giuridica, verificare la «natura logica» di tali canoni, oppure ancora il cosiddetto «postulato di esaustività» dei canoni stessi, quanto piuttosto comprendere il problema, che anche Alexy evidentemente avverte, secondo il quale «gli argomenti delle diverse forme [interpretative] possono condurre a soluzioni del tutto differenti»41. Non è chi non veda infatti come il significato attribuito ad un determinato documento normativo dipenda quasi esclusivamente dall’argomento dell’interpretazione cui il giurista ritiene di fare ricorso, con la precisazione che «con esso si indica non un argomento in senso logico ma un certo tipo di considerazioni rilevanti ai fini dell’attribuzione di significato ai testi di legge, fatte valere in sede di argomentazione interpretativa quali ragioni a sostegno di una determinata tesi interpretativa»42, in altri termini, quei procedimenti intellettuali che conducono alla decisione sui significati, e «si palesano abitualmente nella motivazione», ovvero conducono ad una proposta di decisione sui significati e «si palesano abitualmente in argomentazioni»43. Sul tema è ancora una volta esemplare il teorico dell’argomentazione tedesco: «la differente funzione delle diverse forme chiarisce già che gli argomenti delle diverse forme nell’ambito della discussione di un problema possono condurre a delle soluzioni del tutto diverse. Si dà così una doppia incertezza nell’uso dei canoni. Una forma può essere esaustiva in modo differente, e per la giustificazione di risultati differenti sono impiegabili diverse forme»44. Per una indicazione di quelli che vengono appunto chiamati gli argomenti dell’interpretazione45, occorre necessariamente discutere L’interpretazione della legge di Giovanni Tarello, pur con qualche precisazione; inutile dire che in tale fondamentale opera l’Autore mira ad evidenziare la relatività di ogni attività interpretativa, la natura solo persuasiva e non conoscitiva della stessa, in ultima analisi l’ideologia sottostante ad ogni forma d’interpretazione. Ai fini della presente ricerca può essere opportuno analizzare uno per uno i cosiddetti «argomenti dell’interpretazione»46.
1) L’argomento del significato letterale, con il quale viene attribuito alle parole e ai termini di un enunciato legislativo il significato che letteralmente esprimono47.
2) L’argomento a contrario, per il quale, posta una norma che predica una qualsivoglia qualificazione normativa di un soggetto o di una classe di soggetti, in mancanza di altra norma espressa, si deve escludere che valga una diversa norma che predichi quella stessa qualificazione per un diverso soggetto o una diversa classe di soggetti. Tale criterio può essere espresso nel brocardo “ubi lex voluit, dixit; ubi noluit, tacuit”; esso viene utilizzato per proporre quella che comunemente si chiama “interpretazione restrittiva”48.
3) L’argomento analogico, che risulta espresso dal brocardo “lex minus dixit quam voluit”, è quell’argomento per il quale, posta una norma, si deve concludere che valga una diversa norma che predichi quella stessa qualificazione normativa di altro soggetto che abbia col primo una somiglianza assunta come rilevante in ordine all’identità di disciplina giuridica (occorre cioè che l’elemento che accomuna le due fattispecie sia la “ragione” specifica per cui alla prima fattispecie sia stata attribuita proprio quella, e non altra conseguenza giuridica). In altri termini, essendo posto un enunciato normativo che predica una determinata qualificazione normativa di un termine dell’enunciato che sta per una classe di soggetti, si deve estendere il significato di quel termine fino a comprendere classi di soggetti non strettamente inclusi, che tuttavia presentino con i suddetti soggetti una somiglianza tale da essere rilevante ai fini dell’identità di disciplina giuridica. Sempre Tarello evidenzia «come negli impieghi giuridici l’argomento analogico è presto divenuto uno schema basato non già su una coppia di membri, bensì su una serie di tre soli membri: cioè è divenuto un argomento per cui, posti due termini collegati tra loro da una somiglianza rilevante, si deve attribuire anche al secondo termine, la disciplina giuridica del primo termine»49.

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