Il ruolo della filosofia nella formazione del giurista•
di Francesco Gentile


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“Iuri operam daturum prius
nosse oportet, unde nomen iuris
descendat. Est autem a iustitia
apellatum: nam, ut eleganter
Celsus definit, ius est ars boni et
aequi. Cuius merito quis nos
sacerdotes appellet: iustitiam
namque colimus et boni et aequi
notitiam profitemur, aequum ab
iniquo separantes, licitum ab
illicito discernentes, bonos non
solum metu poenarum, verum
etiam praemiorum quoque
exhortatione efficere cupientes,
veram nisi fallor philosophiam,
non simulatam affectantes”.

 

Riflettere sul “ruolo della filosofia” nella formazione del giurista per me, oggi, significa tracciare come un bilancio della mia attività nella scuola di diritto nella quale sono entrato cinquantaquattro anni fa e alla quale ho dedicato la mia vita, quattro anni come studente, otto come assistente e quarantadue come docente.
Bilancio dal quale spero che si possa evincere quello che ritengo debba essere il programma dell’impegno scientifico e accademico di un filosofo del diritto per il tempo che il Signore gli vorrà concedere. Il discorso, che inevitabilmente avrà uno sviluppo sommario e suggestivo piuttosto che esaustivo, sarà strutturato in tre “stanze”, la prima, che potremmo chiamare della “geometria legale”, incentrata sulla legalità, la seconda, che potremmo chiamare della “dialettica giuridica”, incentrata sulla giustizia e la terza, che sarei tentato di chiamare della “teodicea”, incentrata sulla giustificazione, introdotte da un preambolo di carattere storico e storiografico sulla “fortuna” della filosofia del diritto nell’accademia italiana e seguite da un epilogo allegorico. La “fortuna” della filosofia del diritto nell’accademia italiana. Nel 1991, quando in Italia si prese coscienza anche a livello istituzionale della “crisi della giustizia”, il Consiglio Superiore della Magistratura produsse un documento interno di singolare interesse a proposito del reclutamento e della formazione dei magistrati in Italia nel quale in maniera perentoria si affermava: “Lo studente in giurisprudenza negli ultimi vent’anni è impegnato in uno studio molto più severo e tuttavia impara molto meno”1. Il redattore del testo, il professor Giovanni Galloni allora Vicepresidente del CSM, indicava anche le ragioni di tale sfasatura tra il peso degli studi giuridici e la reale preparazione dei giuristi, stigmatizzando il “rilievo maggiore, almeno in termini quantitativi, dato allo studio analitico della normativa anziché a quello del principi che la regolano e ai criteri logici per interpretare i testi” e denunciando energicamente la “trascuratezza verso le materie formative (…) rispetto a quelle di mera specializzazione” quasi che si fosse dimenticato come “ogni materia debba essere studiata nei suoi fondamenti filosofici, storici e sociali”2. Riecheggiano in questa vibrata protesta argomenti che già erano stati sviluppati quasi duecento anni prima da Gian Domenico Romagnosi nel suo Progetto di regolamento degli studi politico-legali3 del 1803 e poi da Pasquale Stanislao Mancini nel discorso De’ progressi del diritto nella società, nella legislazione e nella scienza durante l’ultimo secolo, in rapporto co’ principi e con gli ordini liberi4 del 1858. Romagnosi sviluppava le sue considerazioni nella prospettiva dell’educazione pubblica, “diretta dal governo e fatta a spese dello Stato”, affermando che lo studio della giurisprudenza non si poteva ridurre a semplice “eco materiale della legge” ma che dovesse riposare “sopra i teoremi di ragione che determinarono il legislatore nello statuire. E’ dunque manifesto – concludeva – che l’insegnamento deve precipuamente versare sulla teoria filosofica (in corsivo nel testo originale) del diritto, combinata colla disposizione positiva delle leggi”5. Da parte sua Mancini notava come il progresso nell’evoluzione della scienza giuridica si fosse manifestato con l’assunzione ad “oggetto di studio e d’insegnamento” nelle Facoltà Giuridiche, oltre alla stanca ripetizione dei canoni di Diritto romano e di Diritto canonico, del Diritto pubblico interno, ecclesiastico e amministrativo, della Scienza dell’amministrazione, del Diritto criminale, del Diritto giudiziario, del Diritto internazionale, pubblico e marittimo, dell’Economia politica e della Filosofia del diritto, considerata non “come un lusso accademico estraneo ad un quadro regolare di studi giuridici” ma come la “madre di tutte le altre discipline
giuridiche”6.
Intorno alla metà dell’800, un po’ ovunque nelle università italiane, la filosofia del diritto comincia a trovare un posto nell’ambito del piano di studio della facoltà giuridica e alla nuova disciplina si approda dalla Filosofia teoretica e pratica, com’è il caso di Pietro Baroli nell’Università di Pavia7 o di Bertrando Spaventa nell’Università di Modena8, ma soprattutto da materie più propriamente giuridiche, dal Diritto e processo penale ad esempio, com’è il caso di Alessandro Nova sempre a Pavia9, o dalle Pandette, com’è il caso di Del Rosso nell’Università di Pisa10. Ma i casi si potrebbero moltiplicare11.
Un’attenzione filosofica all’esperienza giuridica è, dunque, richiesta proprio dai giuristi, come momento qualificante uno studio corretto delle stesse leggi positive. E per questo un insegnamento nuovo si impone nel piano degli studi giuridici e prende per lo più il nome di Filosofia del diritto, benché non tutti con esso intendano la stessa cosa.
Per comprendere criticamente il plesso teoretico della questione è opportuno fare cenno ad un libro, a quei tempi ma non solo a quelli, celeberrimo: il Cours de droit naturel ou de philosophe du droit, fait d’aprèe l’état actuel de cette science en Allemagne, “complété, dans les principales matières, par des aperçus historiques et politiques” di Henri Ahrens12, “ancien professeur de philosophe et de droit naturel aux universités de Bruxelles et de Gratz, professeur de philosophe et des sciences politiques à l’Université de Leipzig, Chevalier etc.», che citiamo, volutamente, dall’ottava edizione del 1892, apparsa in Lipsia da Brockhaus dopo la morte dell’autore (1874), testualmente, « sur la sixième édition entièrement réfondue et complétée par la théorie du droit public et du droit des gens ». Sin dal titolo di questo libro si può comprendere il nodo problematico in cui la Filosofia del diritto si trova coinvolta nel suo iscriversi in un piano di studi giuridico, dovendosi far largo ma anche misurandosi con discipline affini quali il Diritto naturale e l’Enciclopedia del diritto, tra naturalischer ed antropologischer Grundlagen, ma anche in rapporto all’Etica, auf dem Grunde des Ethiscen Zusammenhanges13.
Incontrovertibile risulta tuttavia il fatto che i giuristi, quando ne invocano l’introduzione nel piano di studi della scuola, chiedono alla Filosofia di guardare al diritto in una prospettiva unitaria, globale, sottolineando la “funzione educativa” che si attendono dalla nuova disciplina.
Presentando quella che sarà l’ultima edizione, lui vivente, del suo Cours Ahrens scrive: “La grave situazione politica (siamo nel luglio del 1868) in cui stanno quasi tutti i paesi civili, la perturbazione di tutte le idee morali, che tanto chiaramente si manifesta nelle deplorevoli tendenze più o meno materialistiche (..) mi hanno spinto a determinare ancor meglio il principio del diritto nel suo carattere razionale e presentarlo nei suoi rapporti intimi con tutto l’ordine morale, ed a mostrare, mediante cenni storici, che tutto l’ordine del diritto, come anche tutte le istituzioni e forme dello Stato, sono un riflesso di tutte le forze e di tutte le tendenze che agiscono nell’ordine intellettuale della società, e che le condizioni essenziali alla libertà privata e pubblica non si trovano che in un’azione potente delle idee e delle conoscenze morali nel seno di una società”. E aggiunge, riferendosi specificamente al ruolo della Filosofia del diritto nel corso degli studi giuridici: “La prima condizione necessaria per rialzare le forze spirituali e morali nel seno di una nazione è riunire nell’istruzione superiore lo studio delle scienze razionali, della filosofia in generale e nella sua applicazione alle scienze pratiche: per formare un contrappeso necessario alle scienze positive, e per fare che la mente non perda, nella moltitudine di conoscenze che da ogni parte si accumulano e ch’essa deve appropriarsi, la coscienza di se medesima, della sua intima natura, delle sue facoltà spirituali e dei grandi principi dell’ordine morale che debbono servirle di guida nella vita e nella scienza pratica”14. La Filosofia del diritto, insomma viene invocata dai giuristi come “contrappeso” allo scientismo15 dilagante negli studi giuridici e come “antidoto” al materialismo diffondentesi nell’esperienza giuridica16.
E come fu praticata?

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