PAOLA MARIA ARCARI
di Francesco Gentile


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“Se chi insegna oggi storia delle dottrine politiche non sarà, forse, animato, come il professore che leggeva la repubblica platonica nell’Italia dell’aureo Rinascimento, dalla speranza di poter trarre da tanta lettura le norme eterne del perfetto reggimento, esso può, tuttavia, essere animato dalla fede che una accurata indagine del secolare travaglio compiuto dallo spirito umano per raggiungere l’universale concetto della politica, ci possa permettere di vivere più compiutamente l’individuarsi della categoria politica in una data ora storica”[1]. Con questa citazione dalla Premessa metodologica della sua Storia delle dottrine politiche italiane, concludevo il mio contributo[2] agli studi in memoria di Paola Maria Arcari, che per la Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari il professor Tito Orrù ha curato nel 1978, cercando di mettere in evidenza la specificità del suo modo di “fare” storia delle dottrine politiche.

Coinvolta nel dibattito, che negli anni ’30 del secolo scorso vide gli storici delle dottrine politiche impegnati a smarcarsi[3] dalla caustica definizione crociana della disciplina come “storia-guazzabuglio”[4], Paola Maria Arcari, in modo del tutto originale ma soprattutto spregiudicato, notava l’opportunità di individuare quanto di specifico vi fosse nella storia delle dottrine politiche, al fine di “evitare di risolvere i grandi problemi di questo nuovo ramo della storia con semplici trasposizioni di discussioni sorte e risolte in altri campi”[5]. Ed avendo sinteticamente accentrato l’attenzione su tre termini: storia, dottrina, politica, avvertiva la necessità di “non dimenticare che dal terzo di essi doveva scaturire il momento peculiare della disciplina”[6]. Potrebbe sembrare una banalità, tanto è scontata la proposta, ma così non era, e non è. Se ne coglie l’importanza, e soprattutto la carica polemica tuttora incisiva, solo che si rifletta, anche solo di sfuggita, sulle difficoltà che allora la cultura idealistica incontrava nel definire il diritto (e quindi in qualche modo anche la politica), considerato un’astrazione dei concreti rapporti economici o un fossile dell’eticità. Ora, riconosciuto alle partizioni crociane il merito d’aver imposto un approfondimento critico delle ideologie e delle istituzioni politiche, della precettistica e dell’arte politica, per stabilire se esse appartenessero al mondo dei fatti o a quello delle idee, l’Arcari avvertiva la necessità di “guardare addentro alla distinzione storia di fatti e storia di idee, in modo da poter chiarire i nessi esistenti fra la politica come arte e la politica come scienza o filosofia”[7], per riconoscere, discostandosi in tal modo radicalmente da ogni idealismo, che “storia di fatti e storia di idee non sono sinonimi, sic et simpliciter, di azione e pensiero”[8]. Se così fosse, infatti, storia di idee sarebbe storia di pensieri pensati come storia di fatti storia di azioni già compiute, e le due, in apparenza tanto distanti da sembrare ad un idealista quasi due universi separati e incomunicanti, rivelerebbero una singolare identità in quel loro assumere ogni accadimento, azione o pensiero, nella sua “empirica puntualità”, per collocarlo in una serie causale convenzionalmente predeterminata. Ora in una simile “serie causale – commentava con sottile umorismo l’Arcari – il fatto (cioè l’atto compiuto) dall’abate Coeur che illustra il programma del liberalismo cattolico e il fatto che l’uva piemontese avesse dato vino abbastanza buono per ubriacare il monaco di Grinzane, si inseriscono ugualmente come fatti determinanti la politica religiosa del conte di Cavour”[9]. Con questo l’Arcari non intendeva negare la possibilità di un simile modo di riflettere scientifico, o come noi preferiamo chiamarlo “geometrico”[10], intorno all’esperienza politica, a condizione però di non perdere una vigile consapevolezza dell’ipoteticità del procedimento seguito nella costruzione e dell’astrattezza dei risultati in tal modo raggiunti[11], ma negava con straordinaria energia che questo fosse il modo in cui poteva esser concepita un’autentica storia delle dottrine politiche, non ritenendo che per questa via se ne potesse cogliere la collocazione conveniente nell’esperienza politica. Così, infatti, si pone il più complesso problema del rapporto tra la conoscenza convenzionale ed operativa della scienza politica e l’azione o, come sarebbe preferibile dire, l’esperienza politica, rispetto al quale un ruolo cardinale viene ad assumere la storia delle dottrine politiche a condizione però di non ridurre le dottrine, ossia il pensiero, alla “empirica puntualità” delle sue manifestazioni[12], come all’Arcari sembrava venisse fatto nella gran parte degli studi contemporanei di storia delle dottrine politiche. Una storia doxastica[13] delle dottrine politiche in altre parole non potrebbe che limitarsi alla “riproduzione” di testi politici, esercizio magari formalisticamente elegante ma sostanzialmente pleonastico rispetto a quello della scienza politica, “la storia vera diverrebbe solo quella dei fatti e la storia delle dottrine politiche diverrebbe storia di vane elucubrazioni”[14]. Essa pertanto deve essere altro. E, “come la storia vera, quella cioè che non è empiria ma filosofia, è autocoscienza della problematicità dei risultati di indagini storiche compiute con metodo scientifico, così la storia filosofica della scienza politica deve essere autocoscienza dei limiti delle scienza politiche”[15]. Per rendere più stringente la sua affermazione ma anche più preciso l’assunto, l’Arcari si affida ad una lunga citazione di Gioacchino Volpe: “Innegabile – afferma acutamente il Volpe – il vantaggio che alla storiografia può venire ed è venuto dalla filosofia, in quanto negli storici si sia destato il desiderio e bisogno di approfondire, allargare la visuale, porre problemi veri, fondere al fuoco di un pensiero i materiali freddi e frammentari dell’erudizione; ma innegabile anche il danno che può venire ed è venuto quando storici o filosofi abbiano trasportato o trasportino di peso la ‘filosofia’, la scienza filosofica, nel campo storico e di essa facciano coperchio e pietra tombale alla viva realtà; o quando storici e filosofi si mettano allo studio delle dottrine politiche con un vistoso bagaglio filosofico ma con una appena rudimentale conoscenza di quella realtà empirica, di quelle condizioni di fatto in mezzo a cui e da cui il pensiero politico dei vari tempi è scaturito. Di studiosi così fatti di storia delle dottrine filosofiche ce ne sono, oggi, troppi e ne viene una tendenza ad isolare, a sistematizzare, ad irrigidire la dottrina politica, in altre parole un’attività che rampolla, nei suoi elementi vivi, dalla realtà vissuta. Si rischia di svuotare e impoverire nuovamente la storia dei fatti quanto la storia dei pensieri; come anche si rischia, da parte dei zelanti della nuova formula ‘storia etica’, di ruzzolare nel moralismo, di supervalutare il momento cosiddetto morale nella spiegazione dei fatti o perdersi nella casistica delle intenzioni, dell’animo buono o non buono, che presiede all’attività degli individui storicamente importanti”[16]. Con queste, anche caustiche ma opportune se non necessarie, precisazioni l’Arcari definiva quindi filosofica la storia delle dottrine politiche in quanto impegnata a “cogliere il formarsi del volere politico, o nello sforzo che esso compie per raggiungere un’autocoscienza del suo essere, o in quello di inserirsi nelle astratte classi scientifiche che l’intelletto gli presenta, o nell’ineffabile determinarsi dell’azione nella sua puntualità”[17], con “finalità ultima (..) quella di raggiungere il concetto di politica” ed “avendo sempre riguardo al fatto che ogni sistema di filosofia politica presuppone la critica che la storia ha fatto del sistema precedente e che, a sua volta, tende a tradursi in programma politico e a farsi storia”[18]. Ecco perché per Paola Maria Arcari, “se chi insegna oggi storia delle dottrine politiche non sarà, forse, animato, come il professore che leggeva la repubblica platonica nell’Italia dell’aureo Rinascimento, dalla speranza di poter trarre da tanta lettura le norme eterne del perfetto reggimento, esso può, tuttavia, essere animato dalla fede che un’accurata indagine del secolare travaglio compiuto dallo spirito umano per raggiungere l’universale concetto della politica, ci possa permettere di vivere più compiutamente l’individuarsi della categoria politica in una data ora storica”[19].

A trenta anni di distanza, o quasi, volendo contribuire in qualche modo al rinnovato ricordo di quella straordinaria figura di pensatrice e d’insegnante che è stata Paola Maria Arcari, mi sono trovato a meditare su quale potrebbe, o forse dovrebbe, essere l’oggetto, oggi, di una “accurata indagine del travaglio compiuto dallo spirito umano” per “vivere più compiutamente l’individuarsi della categoria politica” nella nostra ora storica. E, riprendendo in mano quella pietra miliare della storia delle dottrine politiche che è il suo monumentale Idee e sentimenti politici dell’Alto Medioevo pubblicato postumo nel 1968[20], sono stato colto come da un’improvvisa suggestione.

Lo studio dell’Arcari, riguardante “il periodo che, nella storia delle dottrine politiche, viene conglobato o confuso sotto la generica denominazione di stoico-patristico”[21], è filologicamente motivato dall’intento di mettere in evidenza il valore solo “negativo” della denominazione[22], il cui unico scopo sarebbe quello di “scindere il medioevo non scolastico da quello scolastico, cioè aristotelico-tomistico”[23]. Uno studio estremamente complesso, e difficile da apprezzare, per la latitudine, la varietà e la sottigliezza dei riferimenti documentari ma anche per il groviglio oggettivo dell’argomento trattato; l’Arcari suggerisce di sostituire la denominazione di “stoico-patristico” con quella di “sincretista”. Sincretista il “tentativo rappresentato in Italia da Cassiodoro, che in Italia ebbe una troppo breve esistenza ma in altre province dell’impero, e soprattutto sotto i visigoti di Spagna, più avventurate anche se meno mature manifestazioni. Sincretista, sebbene sotto diverso aspetto, il contributo dato da Boezio”[24]. Ma anche studio suggestivo per lo sviluppo del pensiero che da esso si dipana con linearità: l’Arcari successivamente analizzando il crollo dell’Impero d’Occidente nella coscienza degli uomini del V e VI Secolo, i tentativi sincretisti del periodo gotico nella fase romano-barbarica, problemi e paralogismi sollevati dall’avvento dei longobardi nella fase biblico-germanica, il passaggio dalla società della foresta al mundeburdio regio, riconosce come linea conduttrice quello che chiama “il paradosso: nella realtà anarchica di una società senza Stato si inserì l’organizzazione della Chiesa, come ordine provvidenziale, provvidenzialmente impostosi al caos politico”[25], e questo comportò, come conseguenza non si può dire inevitabile ma nei fatti non evitata, l’affermarsi di una ideologia: “l’ideologia della totale sostituzione della Chiesa allo Stato”[26], il che avrebbe esposto, questa volta sì inevitabilmente, “la Chiesa ad affrontare problemi, e a patire delusioni e amarezze, che erano proprie dell’esperienza statale”[27]. Ma soprattutto, questa trasformazione della “Chiesa in Stato significava correre il rischio di dare lo stesso valore eterno e trascendente del dogma a ciò che dogma non è ma che, per sua natura, è anzi verità pro tempore, momentanea, transeunte”[28]. “Solo oggi il Concilio Vaticano II ha sentito l’esigenza di conciliare fermezza del dogma e tolleranza religiosa, raccogliendo così il legato tramandato dagli epigoni della Chiesa romano-latina”[29].

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