Figure dell’ordinamento.
Dalla piramide alla rete, e oltre…
di Elvio Ancona

Metafora ambivalente: rete come trappola o come tessuto?

“D’altro canto – prosegue Pagallo, riprendendo un’osservazione dello storico delle religioni Mircea Eliade (cfr. Il dio legatore e il simbolismo dei nodi, in Immagini e simboli, Milano 1981, pp. 100 ss.) – l’immagine appare ambigua proprio perché… il nodo raffigura tanto un legame che unisce, quanto qualcosa che lega” (U. Pagallo, Introduzione, cit., p. 33). All’ambiguità del nodo corrisponde del resto l’ambivalenza della rete, che può essere tanto la rete del tessuto, quanto la rete di una trappola, tanto la rete come struttura che connette, tanto la rete come strumento di controllo (cfr. P. Heritier, La rete del diritto, cit., pp. 145 ss.).

Questa ambivalenza si rende particolarmente evidente in riferimento alle problematiche poste dall’informatizzazione del diritto. Essa infatti simboleggia efficacemente “il dilemma dell’odierna informatizzazione del diritto”, in quanto stretta tra la concezione dell’ordinamento come mezzo tecnico di controllo sociale e il diritto come modalità dell’interazione comunicativa dei soggetti (cfr. Pagallo, Introduzione, cit., p. 33; Gentile, Ordinamento giuridico, cit., pp. 11-12).

La rete come tessuto

Della valenza “benevola” della rete può costituire un’efficace esemplificazione la concezione di Tim Berners-Lee, uno degli ideatori del World Wide Web, che riprende continuamente l’immagine del Web come “tessuto distribuito di connessioni” o come “trama di fili” che veicolano contenuti; fino a dichiarare, in un afflato di entusiasmo, che noi, gli operatori della rete, “link dopo link, costruiamo sentieri di comprensione nella rete dell’umanità. Siamo i fili che tengono insieme il mondo” (T. Berners Lee, L’architettura del nuovo web, Milano 2001, p. 177).

L’immagine dell’intrecciare fili, sia pure digitali, ci riconduce peraltro alla raffigurazione archetipica dell’ordinamento, rinvenibile nel Politico di Platone, allorché il filosofo, per illustrare la natura dialettica dell’attività politica, ricorre appunto al modello fornito dall’arte del tessere: “Quale paradigma che si riferisca allo stesso genere di attività della politica, modello di minime proporzioni, potrebbe assumersi come termine di confronto, così da scopire e conoscere in modo sufficiente ciò che stiamo cercando? Per Zeus, vuoi, Socrate, che, se non abbiamo altro sottomano, scegliamo allora l’arte del tessere? E anche questa non tutta, se possibile? Forse basterà solo la tecnica relativa ai tessuti di lana…” (Platone, Politico, 279a7-b4). Come nota Francesca Rigotti, infatti, l’arte di reggere lo Stato è l’arte del combinare e dell’intecciare secondo misura. E se il filosofo è colui che intesse in questo modo i fili del pensiero, sarà lui il miglior politico, perché introdurrà la stessa arte nel governo, intrecciando misuratamente e sinfonicamente la trama e l’ordito della città (cfr. F. Rigotti, Il filo del pensiero, Bologna 2002, pp. 170-1),. “L’arte di lavorare la lana – scrive la studiosa – ne è la metafora comprensiva perché è lì che si può vedere il momento della separazione di ciò che era congiunto insieme e poi quello della unione, … l’articolazione della realtà nel confronto di molpeplicità e unità, il momento diacritico (il cardare la lana e il passar la spola nell’ordito) e il momento sincritico (la torsione dei fiocchi di lana, la preparazione dei fili e l’intreccio dell’ordito e della trama). Questo è il ritmo del telaio e il ritmo del pensiero e ha da essere il ritmo della politica” (Ibid.). Il cui scopo, quindi, secondo Platone, sarà quello di congiungere le diverse parti dello Stato e di intrecciare le nature deboli con quelle forti come si intrecciano i fili duri dell’ordito coi fili molli della trama. “Ché infatti – dice lo Straniero nelle ultime battute del dialogo – unicamente in ciò si riassume tutta l’opera di questa regia arte del tessere, nell’intrecciare una trama di consensi, di onori e glorie, di reciproci scambi, di impegni matrimoniali, componendo mediante tali elementi un tessuto liscio e, come si dice, fine” (Platone, Politico, 310e).

Socrate conclude il dialogo lodando il forestiero per aver magnificamente definito la figura del politico e dell’attività politica, il cui scopo è riunire le vite degli uomini in comune consenso e amicizia, realizzando “il più stupendo e il più prezioso di tutti i tessuti” (Ivi, 311c).

Come nota Pagallo, nel caso di Platone la metafora della tessitura e dei nodi propone una configurazione reticolare dell’ordinamento (politico, giuridico, economico), la cui specificità “consiste nel fatto che ogni nodo della rete rappresenta, a suo modo, un centro e, a sua volta, ogni centro istituzionale di potere è solo relativamente tale” (Introduzione, cit., p. 38). Inizierebbe ad affiorare così il principio dell’autonomia personale, non a caso rinvenibile esemplarmente proprio negli “snodi della rete informatica”, nei processi di autoregolamentazione telematica cui ha dato vita il fenomeno di internet (cfr. G. Pascuzzi, Il diritto dell’era digitale, Bologna 2002, pp. 186-7). Per restare nel nostro contesto metaforico, esemplare è da questo punto di vista il caso della “net-iquette” (cfr. S. Nespor, Internet e la legge, Milano 2002, pp. 40, 383).

La rete come trappola

Per considerare viceversa il profilo “insidioso” della rete, possiamo partire da una osservazione di Sabino Cassese. Egli nota che quando il termine indica “una struttura risultante da elementi che si intersecano e formano una trama con maglie, rami e nodi”, questo uso è già metaforico, “nel senso che trasferisce il significato della parola dal senso proprio ad un altro figurato che ha con il primo un rapporto di somiglianza”. E il senso proprio è quello di essere “un attrezzo costituito da fili intrecciati e annodati, usato per catturare pesci e uccelli” (S. Cassese, La rete come figura organizzativa della collaborazione, in Id., Lo spazio giuridico globale, Roma-Bari, 2003, p. 21).

La rete, dunque, era originariamente intesa come trappola o come strumento di controllo, il cui aggiornamento gius-cibernetico può essere ravvisato ai nostri giorni nella teoria sistemica di Niklas Luhmann (cfr. N. Luhmann, Sistema giuridico e dogmatica giuridica, Bologna 1978). Per il sociologo tedesco la società è un “sistema complessivo”, all’interno del quale si collocano una serie di sistemi parziali o sottosistemi, la cui funzione è quella di ridurre la contingenza e la complessità sociale. Tra i vari sottosistemi vi è quello del diritto: rispetto agli altri sottosettori della teoria dei sistemi, il compito del diritto si costituisce in rapporto alle procedure formali tendenzialmente automatizzate del sistema, che, per quanto possibile, mirano a ridurre l’imprevedibilità dell’interazione umana: l’input che traduce la volontà politica del sovrano con programmi informatici o sistemi esperti, corrisponde all’output che punta ad “applicare” il diritto con reti neurali e procedure telematiche (cfr. Pagallo, Introduzione, cit., p. 42). In tal modo, però, la teoria di Luhmann non propone altro che un approfondimento cibernetico della ricostruzione “virtuale” dell’ordinamento, inteso, ancora e solo, come sovrapposizione convenzionale di norme alla naturale entropia intersoggettiva (cfr. Pagallo, Introduzione, cit., p. 43). Così alla specifica dimensione virtuale dell’ordinamento more geometrico concepito, si aggiunge l’illusione autoreferenziale del giurista informatico, dando luogo a quella che felicemente Pagallo chiama “virtualità al quadrato” (ivi, pp. 6, 11).

Ma allora, nella misura in cui, in un sistema del tutto informatizzato, l’interazione comunicativa dei soggetti può essere ridotta a snodi rudimentali che si limitano a ricevere input in vista di output prescelti, la struttura reticolare si ritrova così anche alla base della modalità con cui le più recenti e avvertite rappresentazioni sistemiche e cibernetiche dell’ordinamento rinnovano la sua configurazione come strumento della volontà sovrana (cfr. ivi, p. 59). Come se non si trattasse di altro che di “sostituire la norma fondamentale di Kelsen con un “grande” computer “centrale” (Ibid.). In fondo non è un caso se alcune tra le più fosche previsioni sul futuro dell’umanità hanno assunto nel nostro immaginario la forma a ragnatela di “Matrix” (il riferimento è alla celebre produzione cinematografica dei fratelli Wachowski)!

Conclusione: metafore o sineddochi?

Nella sua ambivalenza, la metafora della rete dunque non sembra molto più rassicurante di quella della piramide.

La rete può essere sia strumento di connessione, sia mezzo di controllo sociale, tanto luogo in cui si pratica la relazione civile tra liberi e uguali, quanto ambiente di imprigionamento e schiavitù.

La ragione di questa ambiguità tuttavia non risiede probabilmente nella natura “neutra” o “neutrale” del mezzo, suscettibile di venire utilizzato per svariate finalità, e quindi “buono” o “cattivo” a seconda della connotazione assiologica del fine cui è rivolto.

Si può infatti dire della figura della rete ciò che Pagallo dice di ciò che essa rappresenta, della riconfigurazione informatica dell’ordinamento: che il “mezzo” in questo caso ha una natura propria, la quale incide sulla stessa operazione cui dovrebbe servire (cfr. Pagallo, Introduzione, cit., pp. 8, 12, 24, 57, 65). La rete infatti sembra una figura caratterizzata dalla stessa struttura geometrizzante e artificiale della piramide e dunque incapace di rappresentare il superamento dell’ordinamento artificiale more geometrico concepito. Non è infatti possibile descrivere il superamento dell’ordine geometrico e artificiale in termini geometrici e artificiali. D’altra parte, riferite a tale concezione dell’ordinamento, più che metafore, la piramide e la rete sembrano essere delle sineddochi. E nel caso della sineddoche le sorti del significato sono tutt’uno con quelle del significante, essendo entrambi, per continuare a parlare comunque in termini metaforici, “della stessa stoffa”.

Per superare l’ordine artificiale geometrico non avremo forse allora bisogno anche di un linguaggio figurale diverso? La risposta affermativa, che a questo punto sembra d’obbligo se le figure impiegate devono essere adeguate all’oggetto, ci pone d’altro canto il problema della sua individuazione.

Un suggerimento al riguardo ci viene ancora da Cassese. Il giurista osserva che l’odierna figura organizzativa reticolare ha un importante precedente nell’ordinamento prestatale medievale. Tale ordinamento, in particolare, era caratterizzato “dalla presenza di un insieme di autorità, in posizione di dipendenza reciproca per alcuni versi, di concorrenza per altri: comuni cittadini e rurali, città-stato, università, signorie rurali, feudi, stati regionali, papato, impero” (S. Cassese, La rete come figura organizzativa, cit., p. 22). Orbene, nel Medioevo la metafora più usata per rappresentare tale ordinamento policentrico è sicuramente quella organicistica, che ritrae la comunità politica come un corpo e lo fa in molteplici varianti, da Giovanni di Salisbury a Tommaso d’Aquino a Marsilio da Padova (cfr. T. Struve, Die Entwicklung der organologischen Staatsauffassung im Mittelalter, Stuttgart 1978). Ma, ancora una volta, si tratta di una metafora o di una sineddoche? Il fondamento giusnaturalista dell’ordinamento medievale non lascia dubbi: anche in questo caso – per parlare metaforicamente – il linguaggio usato è della stessa “natura” dell’oggetto espresso. Cosicché possiamo concludere che, se il superamento della concezione geometrica e artificiale dell’ordinamento deve condurre anche ai nostri giorni alla riscoperta della sua naturalità, allora il linguaggio figurale adeguato all’“oggetto” dovrebbe essere altrettanto naturalistico, come appunto accadde nel caso dell’organicismo medievale. L’interdipendenza strutturale e funzionale potrebbe così combinarsi finalmente con quei rapporti di subordinazione e sovraordinazione gerarchica che risultano necessari per la salute e l’ordinato sviluppo del cosiddetto “organismo sociale”.

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