Principio democratico e globalizzazione
di Alberto Scerbo


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Un processo che in questo momento risalta fortemente alla nostra attenzione riguarda il fondamentale rilievo assunto dai fattori economici, che direttamente o indirettamente incidono sulla configurazione delle abituali categorie della politica ed influenzano sviluppi particolari nel mondo giuridico. Sotto questo aspetto si prospetta, anzi, una tendenziale subordinazione della politica e del diritto all’economia e alla riaffermazione di un’ottica prettamente individualistica. Già all’interno della realtà europea si assiste ad un’accentuazione delle relazioni statali su base economica e ad una produzione legislativa che ha come comune denominatore la costruzione di un modello economico unitario. Le basi stesse dell’Unione Europea sembrano poggiare prevalentemente su interessi economici, da cui far discendere la definizione delle politiche comuni e la individuazione dei settori sociali oggetto di intervento normativo.

Il fenomeno si è ancor più accentuato a seguito dell’incalzante sviluppo tecnologico, dell’introduzione di nuovi strumenti di “comunicazione giuridica” e dell’allargamento dei confini dei mercati economici e finanziari. Questi caratteri appaiono ricompresi nel processo di globalizzazione, che si caratterizza per il fatto di produrre un diverso modo di vivere la dimensione spazio-temporale.

I processi di globalizzazione favoriscono, infatti, il distacco dal fattore spaziale, nel senso che provocano l’effetto di una sostanziale “indifferenza rispetto ai luoghi”, creando nei fatti l’affermazione di un diverso centro, di un altro punto di riferimento, costituito non da un “altro luogo” o da “più luoghi”, ma da un “non-luogo”. Con l’esito di rompere il tradizionale equilibrio fondato sulla costruzione dello Stato moderno, per dare origine ad una società de-territorializzata: per usare alcune indicazioni di Habermas, ci si è indirizzati verso la formazione di una “costellazione postnazionale”, che “elimina il costruttivo combaciare – entro i confini dello stato nazionale – di politica e sistema giuridico, da un lato, con circuiti economici e tradizioni culturali, dall’altro lato”[1]. La società globale si presenta, in altri termini, come una “società senza Stato” o come una “molteplicità senza unità”, in cui appaiono del tutto evanescenti tanto l’aspetto spaziale, quanto quello temporale, sfumato dalla rapidità e dalla immediatezza dei mezzi di comunicazione.

Per intenderci: “una particolare azione umana, simultaneamente ad altre provenienti da non importa quale luogo, può direttamente estendersi da una parte all’altra del mondo, può raggiungere qualsiasi altra parte del globo, annullando del tutto lo spazio fisico, cioè la distanza, e comprimendo al massimo, quando non azzerando, il tempo occorrente per il compimento dell’azione stessa”[2]. Questa annotazione rinvia ad una valutazione più generale. La globalizzazione, infatti, “designa l’ampliarsi e l’intensificarsi dei rapporti di traffico, comunicazione e scambio al di là delle frontiere nazionali (…). Rete è diventata una parola chiave a prescindere dal fatto che si tratti del trasporto di beni e persone, dei flussi di merce, capitale e denaro, della traduzione ed elaborazione elettronica di informazioni, dei processi circolari tra uomo, tecnica e natura”[3]. Sì che va tenuto presente che l’abbattimento delle frontiere riguarda sicuramente il campo economico, ma tocca anche la politica, il diritto, la cultura e la società, innescando processi di mutamento tendenzialmente radicale.

Le caratteristiche stesse della globalizzazione favoriscono ipotesi di frammentazione politica e sociale. Nel senso che sotto i più svariati punti di vista ad una tendenza uniformatrice ed omogeneizzante corrisponde una realtà disgregatrice, proiettata verso soluzioni di isolamento sociale e di separatismo politico. Secondo alcuni autori il localismo è una sorta di vero e proprio rifugio di fronte all’incalzare della globalità. Costituisce, cioè, un patrimonio di certezza e di sicurezza a cui appigliarsi per resistere alle spinte dell’attualità in direzione di una perdita di identità, individuale e collettiva; ma rappresenta anche il sistema attraverso il quale operare un recupero di valori a compensazione dell’azione corrosiva avviata nei confronti dei principi che presiedono alla razionalità democratica. In verità ci si sta accorgendo che la concentrazione del potere globale richiede la presenza di ambiti operativi incapaci di uscire dai confini locali, l’espansività spaziale dei pochi necessita della limitazione spaziale più diffusa, la totale assenza di confini degli uni presuppone la definizione di confini sempre più stretti ed invalicabili degli altri.

Gli obiettivi della liberalizzazione delle attività economiche e finanziarie, della espansione dei mercati internazionali e della riduzione degli interventi normativi costituiscono lo specchio dello svilimento del potere della politica dinanzi alle esigenze prevalenti dell’economia. Qualche autore ha tratto la conclusione che la globalizzazione rappresenta un fenomeno eminentemente economico, dal momento che si assiste ad una tendenza ad assimilare i processi economici in un sistema unico di espansione mondiale, che si configura caratterizzato dall’idea dell’universalismo del mercato[4].

Dalla parte dell’economia è stato precisato innanzitutto che la globalizzazione non è un fenomeno del tutto nuovo, favorisce l’acquisizione di benefici e vantaggi a seguito dell’influenza derivante dal muoversi in società sempre più aperte e non deve provocare la messa in discussione dell’economia di mercato, poiché essa si connette forzatamente alle condizioni istituzionali esistenti. E’ pur vero, però, che il problema reso palese dalla sfida della globalizzazione è posto dall’allargamento dei livelli di disuguaglianza[5]. Senza voler rifiutare i risultati del progresso, è bene constatare che il territorio è stato ormai sostituito dal mercato, tant’è che le valutazioni di ordine economico sembrano prevalere su tutte le altre, finendo per condizionare l’azione politica.

Si è parlato, così, di un “fondamentalismo del mercato”, che ha prodotto il perseguimento soprattutto di interessi finanziari e commerciali da parte delle istituzioni economiche internazionali. A ciò si aggiunge l’acquisizione di un reale potere di fatto ad opera dei soggetti più forti economicamente, che determina indubbiamente la possibilità di dettare le regole del gioco e di sottrarsi ai vincoli derivanti dalla politica e dal diritto in virtù dell’evanescenza dei confini spaziali e delle impalcature temporali. La libertà e la velocità di movimento dei “poteri economici” impedisce l’esercizio di un’attività di controllo tanto nazionale quanto internazionale, ma si propone, al contempo, come strumento di pressione per imporre soluzioni di vantaggio e a forte beneficio utilitaristico. Si è dovuto riconoscere, pertanto, che la globalizzazione ha finito per servire gli interessi dei paesi più industrializzati a discapito dei paesi in via di sviluppo, ha dimostrato l’incapacità di pilotare correttamente le economie in fase di transizione ed ha evidenziato generale disinteresse per la sorte delle diverse forme di povertà del mondo, contribuendo, peraltro, ad allargare la cerchia del disagio[6].

Questo quadro fornisce la chiave di lettura del rapporto asimmetrico esistente tra i soggetti detentori del potere e della forza economica e gli individui titolari della capacità di consumo, tra gli Stati forti e ricchi e gli Stati deboli e poveri. L’andamento “schizofrenico” dell’economia globale, con i suoi risvolti oscillanti tra positività per pochi e negatività per molti, o anche tra positività da estendere a molti e negatività da ridurre a pochi o a poco, al momento sembra foriero di repentini mutamenti dei mercati, di tendenziale instabilità economica e di un inasprimento dei conflitti sociali, sia sul piano interno che in ambito internazionale. I processi economici dell’epoca della globalizzazione rivelano, tra l’altro, la radicalizzazione di uno schema sociale, ma allo stesso tempo di un indirizzo politico-giuridico proiettato verso l’esaltazione individualistica, dal momento che il motore della vita sociale viene rinvenuto prevalentemente nel momento economico, e l’homo oeconomicus sembra avere soppiantato ogni altra componente dell’umanità.

Questa ispirazione di fondo rivendica, poi, come condizione costitutiva, ma anche come fine, la libertà: una libertà che finisce per prospettarsi come liberazione, libertà “negativa”, libertà disgiunta dalla responsabilità. Tutto ciò si riverbera sul processo di riformulazione dei rapporti di lavoro, che sono condizionati dalla ricerca e dalla predisposizione di nuovi e più efficaci strumenti di flessibilità, che tendono a spostare i rischi derivanti da un’economia globalizzata dall’impresa al lavoro. In verità, l’idea trainante appare quella di dimostrare la capacità del capitale di governare il mercato, senza alcuna interferenza frapposta da variabili differenti. La possibilità di controllare e piegare i comportamenti dei lavoratori incide sulla competitività delle imprese nel mercato e sull’aspetto quantitativo del sistema occupazionale. Permane, invece, un sostanziale disinteresse per le conseguenze umane di questa diversa strutturazione del lavoro, che provoca, inoltre, “un indebolimento dell’intero apparato delle tutele sociali garantite sinora ai lavoratori e alle loro famiglie”[7].

Bauman visualizza con precisione la realtà di un’economia disegnata attraverso la lente della flessibilità, evidenziando come dal lato della domanda significhi libertà di azione ed espansione delle opportunità di scelta degli ambiti e dei luoghi di svolgimento delle attività produttive. Sul versante dell’offerta si riversano, invece, effetti devastanti, poiché “il lavoro va e viene, scompare subito dopo essere apparso, viene spezzettato o sottratto senza preavviso, mentre le regole del gioco per le assunzioni e i licenziamenti cambiano senza appello, e chi ha o cerca un lavoro poco può fare per frenare il processo. Per rispondere quindi agli standard di flessibilità imposti da quanti fanno e disfanno le regole – per essere “flessibili” agli occhi degli investitori – la condizione di coloro che “offrono lavoro” deve essere quanto più rigida e inflessibile possibile”[8].

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