CE LA FAREMO ? [1]
di Francesco Gentile


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In un tempo, qual è il nostro, caratterizzato dalla disponibilità pressoché infinita di strumenti sofisticati e potentissimi, l’evento catastrofico, come quello di un’onda anomala, un tsunami, colora di tinte fosche l’interrogativo e, mostrandone l’impotenza, precipita l’uomo in una desolazione leopardiana. Inghiottiti, e non solo metaforicamente, dal rovello della “nobil natura (…) che de’ mortali / madre è di parto e di voler matrigna” (La ginestra, 111-125), non ci accorgiamo o non vogliamo accorgerci della deriva inquinante presa dai nostri prodigiosi artifici. Inquinata l’aria per eccesso d’emissioni di fumi e di polveri, come l’economia, drogata dall’abuso di speculazioni finanziarie. Inquinata la terra per eccesso di fertilizzazioni chimiche, come l’avventura, drogata dall’abuso di viaggi turistici. Inquinata l’acqua per eccesso di discariche, come la vita, drogata dall’abuso di biotecnologie. Ubriachi d’ipertrofia dell’io, di fronte alla constatata reazione della natura per le manipolazioni cui viene sottoposta da parte dell’uomo, ci gingilliamo con l’ipotesi, usando una formula riciclata trent’anni fa da Roberto Vacca, della “rivolta della natura”.Un equivoco madornale si nasconde dietro questo atteggiamento, tanto più incomprensibile considerando il dilagante scientismo; posto che non si capisce perché, scientificamente parlando, non dovrebbe valere per l’uomo ciò che vale in genere per ogni sistema organico.

“Una caratteristica strutturale comune a tutti i sistemi organici superiori – scrive Konrad Lorenz riflettendo su Die acht Todsünden der zivilisierten Menschheit – è la regolamentazione mediante i cosiddetti circuiti regolatori o meccanismi d’omeostasi” (München, 1973; tr.it. Milano, 1981): circuiti a retroazione positiva quelli per i quali il minimo sforzo d’uno degli elementi del sistema determina l’aumento di tutte le funzioni e così la minima estinzione porta all’estinguersi d’ogni attività; circuiti a retroazione negativa quelli determinati dall’introduzione nel sistema di un elemento che eserciti su quello successivo della catena un’azione inversamente proporzionale a quella che su lui esercita l’elemento precedente, col risultato di equilibrare il sistema e quindi renderlo stabile. Essi rappresentano tanto efficacemente il processo di mantenimento della vita che, dice con linguaggio metaforico Lorenz, non sapremmo “immaginarci la nascita di questa senza la contemporanea invenzione del circuito regolatore”. I circuiti a retroazione positiva, continua, sono rarissimi e rappresentano eventi caratterizzati da un rapidissimo incremento o esaurimento, come una valanga o un incendio nella steppa; d’altra parte ogni meccanismo di retroazione positiva porta prima o poi alla catastrofe, la quale tuttavia è evitata proprio per la presenza o nella misura in cui è operante nel circuito regolatore la retroazione negativa.

Allo studio di uno scienziato attento, e libero da preconcetti, non sfuggono alcuni meccanismi presenti nel sistema organico che sta alla base del comportamento attuale dell’uomo rappresentabile nei termini del circuito a retroazione positiva: ad esempio la “selezione economica intraspecifica che tende ad instaurare tempi di lavoro sempre più stretti”, e disumani, o il progressivo aumento dei bisogni per la tendenza propria ad ogni produttore di “incrementare il più possibile nei consumatori il bisogno dei suoi prodotti”, al di fuori d’ogni misura; meccanismi tutti pericolosamente destinati ad un esito catastrofico per la specie umana se non vi fossero a bilanciarli, nel circuito regolatore del sistema, meccanismi rappresentabili come a retroazione negativa.

Che cosa impedisce, allora, di vedere nelle varie manifestazioni della natura, che l’uomo moderno si ostina a definire come “di rivolta”, il segno di un meccanismo d’omeostasi indispensabile e provvidenziale per la stessa sopravvivenza della specie, anche se questo dovesse implicare per l’uomo una trasformazione filogenetica?

Volendo poi spingere oltre l’analisi, sempre in chiave scientistica, si potrebbe ricordare quanto “gli immunologi hanno messo in evidenza (…) e cioè che esiste uno stretto legame fra le capacità di formare anticorpi e il pericolo d’insorgenza dei tumori maligni. Si può persino formulare l’ipotesi – scrive Giuseppe Sermonti ne La mela di Adamo e la mela di Newton – che la produzione di sostanze difensive sia stata inventata come risultato della pressione selettiva che, negli organismi longevi e specialmente in quelli in cui il periodo della crescita dura più a lungo, veniva esercitata a causa del costante pericolo che, nel corso delle innumerevoli divisioni cellulari, la cosiddetta mutazione germinale desse luogo allo sviluppo di pericolose forme cellulari asociali (…). È probabile che noi tutti moriremmo ancora in giovane età, colpiti da tumori maligni, se il nostro organismo non avesse sviluppato, attraverso la formazione di reazioni immunitarie, una specie di polizia cellulare che blocca in tempo la proliferazione d’elementi asociali” (Milano, 1974).

In questa chiave di lettura del tutto coerente, ripeto, con lo scientismo oggi diffuso ed imperante, che cosa potrebbe impedir di vedere nella “rivolta della natura” una vera e propria “azione di polizia”, volta a neutralizzare tempestivamente l’opera devastatrice di una cellula impazzita: l’uomo, la quale, perdute le proprietà che le consentono d’integrarsi nel tessuto organico della natura, tende a proliferare e ad espandersi tumoralmente, senza riguardo alla totalità dell’organismo? E tutto questo “per” la continuità della vita, e “grazie” alla vita!

Ma noi non condividiamo la fiducia nello scientismo e cerchiamo altrove risposta all’interrogativo. “Noi come padre abbiamo Abramo”.

La disinvoltura, per non dire l’incoscienza, con la quale l’uomo oggi manipola le cose, ogni cosa compreso se stessa ridotto a cosa, superbo della sua potenza operativa e indifferente alla natura, fa davvero ritenere che ci si ritenga legittimati a fare qualsiasi cosa perché “figli di Abramo”. L’anatema di Giovanni morde a noi le orecchie come alle folle che accorrevano da lui per farsi battezzare con l’acqua del Giordano. “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a scampare dall’ira che sta per venire? Fate dunque frutti degni di penitenza, e non cominciate a dire: il nostro padre è Abramo! Perché io vi dico che Dio è capace di far sorgere figli ad Abramo da queste pietre” (Lc, 3, 7.8). Commentando questo drammatico passo del Vangelo di Luca, Sant’Ambrogio sviluppa un’argomentazione che sembra convenire al caso nostro. “Non la successione degli antenati assicura le prerogative della discendenza, bensì la retta conformità delle azioni morali” (Expositio evangelii secundum Lucam, II, 75). Non poteva essere denunciata in maniera più efficace la vacuità d’ogni formalismo ed affermata la necessità di recuperare in tutte le circostanze la ragione profonda delle cose.

Non v’è dubbio che la genialità inventiva dell’uomo abbia oggi moltiplicato in modo esponenziale le potenzialità degli strumenti a sua disposizione, ma non è negli strumenti che l’uomo può trovare la ragione del suo fare. Ché anzi la facilità formale dell’agire, garantita dalla potenza dei mezzi, può talvolta sviare e, al limite, ottundere l’attenzione per i fini cui l’azione è intesa, che ne sono l’unica, autentica, ragione. Col tragico risultato di un vuoto fare per fare. Allora “la scure è già posta alla radice degli alberi – tuonava il Profeta – ogni albero che non fa frutti buoni sarà tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3, 9); né il produttivismo oggi di moda sembra più indulgente. Sbaglierebbe, tuttavia, della grossa chi pensasse che la causa del tragico risultato stia negli strumenti, magari almanaccando sulle nequizie del potere. “Il potere non è cosa malvagia – ammonisce Ambrogio – bensì malvagio è colui che si serve malamente del potere (..). Il potere non è riprovevole, ma solo l’ambizione. Anzi, il potere è stato ordinato da Dio a tal punto che chi se ne serve bene è addirittura un ministro di Dio” (Ibid., IV, 29). È dalla bontà del fine che i mezzi vanno giustificati.

Ecco, dunque, che per dire se ce la faremo, cardinale risulta oggi chiedersi che cosa intendiamo fare. E nuovamente ci soccorre un passo ambrosiano su intenzione e azione. “Intentio visionis actionis est ministerium, finis autem intentionis est actio, principium actionis intentio” ( Ibid., II, 8). Non v’è dubbio che lo scopo finale dell’intenzione sia l’azione ma è altresì indubitabile che il principio dell’azione sia l’intenzione e in questo, e solo in questo, se ne trova la ragione. Scontato che qui intenzione non sta per desiderio o appetito o, genericamente, proposito, ma scopo o fine o, classicamente, idea. N’è conferma il richiamo, suggestivo e commovente, dell’episodio evangelico di Marta e Maria. “L’una, infatti, ascoltava il Verbo, l’altra si dava da fare tra le sue faccende. Ma questa s’interruppe, ed esclamò: ‘Signore, non t’importa che m’abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi venga in aiuto’. Ed Egli disse: ‘Marta, Marta, Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta’. Ecco dunque che in una traboccava lo zelo dell’intenzione, nell’altra invece il servizio dell’azione, tuttavia – continua Ambrogio – non mancava ad entrambe il desiderio dell’una e dell’altra virtù, perché, se Marta non avesse ascoltato il Verbo, non si sarebbe presa l’incarico del servizio, la cui esecuzione ben tradiva la sua intenzione; dal canto suo, Maria seppe attingere tanta grazia dal perfetto esercizio delle due virtù, da ungere i piedi di Gesù e tergerli con i suoi capelli, riempiendo tutta la casa del profumo della sua fede (…). Bisogna pertanto acquisire la pienezza di entrambe le virtù, come la poterono raggiungere gli apostoli, dei quali dice Luca: ‘All’inizio videro, e furono ministri’. Così, dal fatto che videro, dobbiamo arguire la loro intenzione di conoscere la verità divina; dal fatto che furono ministri, risulta la loro azione” (Ibid., I, 9).

Così, anche per noi, è opportuno, conveniente, necessario, resistendo all’onda travolgente dell’azione, fermarsi un istante per riflettere sulla natura della nostra intenzione. E ce la faremo, oggi come sempre, se saremo capaci di vedere.

[1] Testo destinato al primo numero della Rivista “Atlantide”