Europa 2004
di Francesco Gentile

3.- Stando al mito, Europa, figlia di Agenore e Telefassa, sorella di Cadmo, vive a Tiro nella Fenicia. Di lei s’innamora Zeus, che incarica Ermes di spingere il bestiame di Agenore sulla spiaggia mediterranea dove Europa e le compagne giocano spensierate. Ivi, sotto le spoglie di un toro, bianco come la neve, una robusta giogaia e piccole corna simili a gemme, Zeus seduce la giovane. “Europa il puro fianco / al falso toro commise; / e in mezzo al minacciante mar / che di mostri brulica / l’audace impallidì”. Così Orazio all’ode ventisettesima del terzo libro. La sorte d’Europa era segnata. Rapitala a Creta “dalle cento città”, Zeus, trasformatosi in aquila, la possiede in un boschetto di salici, presso una fonte. Ne nasceranno Minosse, Radamonte e Sarpedone.
Ma lasciamo il bel gioco del mito e riprendiamo la fatica del pensiero. “Coscienza europea significa differenziazione dell’Europa, politica e morale, da altre entità. Il concetto d’Europa si forma per contrapposizione, in quanto c’è qualcosa che non è Europa” . E’ difficile riconoscere che cosa intendesse veramente dire Chabot, nel 1943, con questa frase. Poiché differenziazione non è semplice sinonimo di contrapposizione. Dall’insieme tuttavia emerge un dato puntuale ed nitidissimo: l’identità europea si definisce, si è sempre definita, per riferimento e per distinzione.
Si pensi alla distinzione fra “greco” e “barbaro”. Cantata da poeti come Callino e Archiloco o Mimnermo. Descritta da storici come Erodoto. Discussa da filosofi come Ippia e Platone o Aristotele. Distinzione, in un primo tempo, basata su scriteri biologici o razziali, ma subito integrata problematicamente con criteri linguistici o istituzionali. Barbaro, com’è noto, significa balbettante. “I persiani – leggiamo nelle Storie – non hanno piazze, non ne hanno bisogno, perché a comandare è uno solo e ai cittadini non si domanda il consenso; o, se si dovesse domandarlo, il despota lo otterrebbe senz’altro” . E’, tuttavia, con criteri teoretici, elaborati con e in virtù della problematizzazione filosofica, che essa si definisce propriamente, evidenziando come non si dia diversità se non nel rapporto con qualcosa che si riconosce comune: “La nostra città –scrive Isocrate nel Panegirico – ha fatto in modo che greco non stia ad indicare una razza bensì una forma di pensiero, e che tale non sia tanto chi partecipi ad una comune natura (physis), quanto chi abbia la stessa cultura (paideia). Esemplare il caso di Meleagro di Gradara, poeta palestinese di cultura greca, nel I° secolo avanti Cristo.
Si pensi alla distinzione tra “cittadino” e “alieno” nell’esperienza giuridica di Roma. In un primo momento strettamente connessa alla discendenza fisica dai fondatori della città sul Palatino. Gelosamente protetta e caparbiamente rivendicata. Poi, in virtù del genio filosofico dei giuristi, il titolo di civis romanus è divenuto il segno che designava l’attitudine al rispetto delle regole, la disciplina, la buona fede, ovunque e comunque si manifestassero. Due esempi paradossali. La Plebs, che è la prima famiglia istituzionalmente riconosciuta, composta dai cittadini senza famiglia storica. La Pax Romana, che è pacificazione del mondo mediante riduzione della molteplicità delle stirpi in un’unica società di governo e di leggi, ma nella quale ogni popolo ha la propria legge, derivante dai suoi costumi e dalle sue tradizioni, il cui rispetto, in quanto leggi, è solo accertato non costituito dal magistrato romano. Invero la straordinarietà del Jus peregrinum consisté nel suo prestarsi alle combinazioni più varie dell’attività economica promossa dal contatto con genti diverse, della Magna Grecia e della Sicilia, e nell’assicurare, col riconoscimento della validità delle disposizioni speciali dei contraenti, la lealtà reciproca della transazione e la rapidità dell’esecuzione. In altri termini, rispetto agli “alieni”, la civiltà romana significa una dispiegata umanità di genti abituate al vivere ordinato; dove ordine non significa soggezione alla volontà di un capo e nemmeno mera consanguineità, ma disciplina, o meglio autodisciplina, e dunque comunanza nella virtù. “Alieno è colui che non sente la legge”, scriverà Paolo Orosio nel V° secolo, al tempo di Sant’Agostino.
Si pensi alla distinzione tra “fedeli” e “pagani” dominante la storia medioevale della Christiana Respublica. Essa si connette ad un atto di fede e la fede è dono di Dio: qualcosa che nessuno ha di per sé ma solo per grazia divina. Una distinzione, quindi, se possibile, ancor più radicale e rigida dell’appartenenza ad una stirpe, ad una istituzione o ad una cultura. E invece va subito notata una peculiarità teologica della Religione Cristiana, che non è la religione di un popolo particolare, nonostante la metafora ricorrente del “Popolo di Dio”. Lo avevano capito i teologi dell’imperatore Settimio Severo che, seppur equivocando, ricenoscevano un posto nel Pantheon a Javeh, in quanto Dio del Popolo ebraico, ma non a Cristo, che pretendeva di essere il Dio di tutti gli uomini. Per quei teologi pagani era motivo di rifiuto, sino alla condanna a morte, di Cristo e dei suoi seguaci, ma per i Cristiani, e per gli Europei in quanto cristiani, motivo di distinzione ad anche di apertura nei confronti degli altri. Appunto per quel senso del diverso e del comune dialetticamente congiunti e distinti nella coscienza europea. Ne dice qualcosa il movimento, complesso ma continuo, dei pellegrinaggi, delle crociate e delle missioni: fenomeni non identificabili, e per certi aspetti addirittura alternativi, ma accomunati dalla medesima “ricerca di Dio” per la quale la vita stessa è viaggio, crociata. missione . Due soli esempi, anche in questo caso dal sapore paradossale. Il primo offerto dalle Assise di Gerusalemme secondo il racconto di Jean d’Ibelin e di Filippo da Novara. Quando Goffredo di Buglione fu eletto re di gerusalemme e si pose il problema di stabilire un’ordinamento giuridico, col consiglio del Patriarca, dei principi e dei baroni, designò un certo numero di saggi perché s’informassero presso gli abitanti di Gerusalemme sulle diverse consuetudini, cristiane o meno che fossero, e le mettessero per iscritto. Tra queste Goffredo scelse quelle che parvero le più convenienti e ne fece delle “assise”, dalle quali lui stesso e tutta la popolazione del regno sarebbero stati governati. Ma l’esempio più significativo è offerto da San Francesco, pellegrino al seguito della crociata e primo missionario. L’originalità di Francesco, fedele penitente, consiste nel suo atteggiamento nei confronti dell’altro, dell’infedele dal quale attende il martirio, ma col quale intende stabilire un rapporto, per confrontare le rispettive leggi, per misurarne gli effetti, nell’ansia di dimostrare la superiorità del proprio credo, nell’amore per il diverso, trasparente dalla sete di commuovere e di convincere. I Francescani, con i Domenicani, assolveranno così a due funzioni in apparenza contraddittorie, quella della predicazione e della propaganda della crociata e quella della fondazione degli Studia Arabica, per esercitarsi nella conoscenza della lingua e del messaggio di Maometto.
Si pensi, infine, alle “nazioni” che in pieno Umanesimo, nel De pace Fidei, Nicola da Cusa rappresenta suggestivamente distinte e riunite in coro nella lode dell’Altissimo. Nazioni: questa parola richiama l’attenzione su di un’ulteriore, e forse ancor più sottile, problematizzazione del senso del comune e del diverso, che abbiamo visto caratterizzare dialetticamente la coscienza europea nel suo esplicarsi, non tanto o non solo nei confronti di ciò che non è Europa ma all’interno stesso dell’essere Europa. Ad uno scolaro della patavina Universitas Juristarum, la parola Nazioni evoca un singolare ma significativo fenomeno delle origini, che vide la popolazione studiosa aggregata in nationes, dieci ultramontane: Germana o Alemanna, Bohema, Polona, Ungara, Provincialis, Burgunda, Anglica e Ultramarina; dodici citramontane: Romana, Sicula, Marchio-anconitana, Lombarda, Mediolanensis, Tusca, Veneta, Marchio-tarvisina, Foroiuliensis, Dalmata, Pedemontana e Genuensis. In realtà non si può fare la storia d’Europa senza fare la storia delle Nazioni Europee. Ma è altrettanto vero che “per legami etici, religiosi, intellettuali, artistici – come scrive Carlo Antoni – la vita di una nazione europea è partecipazione così complessa alla vita europea che non è possibile tracciare la storia di una singola nazione senza fare la storia delle altre” . In questo frangente risulta ancor più chiaro come la ricerca dello specificamente diverso non si non possa attuarsi se non integrandosi nella ricerca del genericamente comune; dove genericamente sta per sostanzialmente. Due esempi, tratti dall’esperienza storica della rivendicazione nazionale italiana possono illustrare l’assunto. A muovere da Cattaneo e da Gioberti.
Nelle Notizie naturali e civili su la Lombardia, Carlo Cattaneo, patriota italiano ma anche fautore di un programma di Stati Uniti d’Europa, nel 1844, si pone il problema della comune origine e della varietà e molteplicità delle nazioni componenti l’Europa. Avanza una tesi, per certi versi, fantasiosa ma forse proprio per questo utile se sene coglie la suggestione piuttosto che la dubbia dimostrazione. “Se v’è in Europa un elemento uniforme, il quale certo ebbe radice in Asia, madre antica dei sacerdozii, degli imperi, delle scrituure e delle arti, v’ha pure anco un elemento vario, e costituisce il principio delle singole nazionalità; e rappresenta ciò che i popoli indigeni ritennero di sé medesimi, anche nell’aggregarsi e conformarsi ai centri civili, disseminati dall’asiatica influenza. Le varie combinazioni fra avventizia unità e la varietà nativa si svolsero sulla terra d’Europa; non approdarono già compiute dall’Asia” . La cosa, secondo Cattaneo, risulta ancor più evidente se si considera che “le lingue vive d’Europa non sono le diverse emanazioni di una primitiva lingua comune, che tende alla pluralità e alla dissoluzione; ma sono bensì l’innesto di una lingua comune sopra i selvatici arbusti delle lingue aborigene, e tende all’associazione ed all’unità” . Cattaneo si diffonde in una serie colorita di esempi per lo meno avventurosi, quello tuttavia che colpisce, per l’acutezza dell’intuizione, è l’assunto fondamentale. Ciò che caratterizza l’Europa rispetto a ciò che Europa non è, l’unità insieme con la varietà, rileva non solo all’esterno ma all’interno dell’Europa, sicché la rivendicazione nazionale del patriota può accompagnarsi, senza mai discostarsene, all’aspirazione di una pacifica fraternità trans-nazionale. “L’Europa fu sinora come un pascolo individo. Iddio, che sortì un pensiero ad ogni secolo, commise al nostro di efftuare che ogni nazione abbia una terra sua, e collochi i termini sacri della sua patria là dove muore il suono della sua lingua. E nel segnare questo limite di ragione agli stranieri, ogni popolo troverassi avere inconsciamente imposto un limite a sé medesimo, e scritto sul campo delle prische battaglie il patto della pace e della fraternità” .
Più denso di argomenti teoretici il discorso di Vincenzo Gioberti. Nel saggio Della nazionalità italiana, del 1847, il filosofo propone d’intendere l’Europa come una nazione più grande, allo stesso modo che la nazione, ogni nazione, è una città più grande, assumeno a cerniera di queste connessioni il Cristianesimo. “Cristo – scrive –, assegnando all’incivilimento per ultimo scopo terreno l’unificazione totale dell’umana famiglia, suggerìl’idea dialettica di nazione, quasi città ampliata e umanità contratta. (…) Lo stesso concetto unitario di Europa, quasi anfizionia delle nazioni cristiane, e grado superiore di quel corso unificativo che tende ad abbracciare tutto il genere umano, non ebbe altra origine” . E’ sulla dialetticità del concetto di Nazione, come d’Europa, che si deve fissare l’attenzione. Gioberti, infatti, precisa il paralleo tra Europa e Nazione mediante il concetto dialettico di Europa nazione fatta di Nazioni europee. L’Europa, scrive, “è legalmente ciò che è l’Italia in modo ristretto, vale a dire un composto di molti Stati che abbisognano di unione reciproca (senza perdere però l’individualità loro) e ne posseggono i semi, ma sono d’altra parte, disseparati e altercati per molti fomiti di astio e dissidenza reciproca”. E, tessendo l’elogio d’Europa, afferma: “Essa è la prima parte del globo, perché meglio disposta di ogni altra per ragion di sito, di clima, di stirpe alla dialettica congiunzione degli uomini, il che chiaro apparisce, sia che si consideri la sua struttura, intersecata da mari e da fiumi copiosi; o la temperie, che tramezza fra il gelido coluro e il tropico ardente, ed è per abito nativo e culto artifizioso assai più dolce, che quella di altre regioni sottoposte agli stessi gradi di altezza polare; o la qualità della schiatta, che è bianca, giapetica e pertinente al ramo principe degli Indopelasghi; o, finalmente, la religione, che è il Cristianesimo, progenitore di quella civiltà adulta che cammina a gran passi verso il pacifico conquisto e la concordia del mondo” . Non vanno nascosti, né sottovalutati i limiti della pposizione giobertiana, che per certi aspetti rappresenta una palese e marcata forma di secolarizzazione. Secondo Gioberti il Papa, capo della Cristianità e polo aggregante delle Nazioni d’Europa, dovrebbe poi porsi a capo di una di esse, la Federazione degli Stati italiani, per promuoverne l’indipendenza. Ma è il riferimento giobertiano alla “dialettica congiunzione degli uomini” a consentirci di tirare le fila, in relazione a ciò che si può dire schiettamente e pienamente europeo.
La vocazione, meglio sarebbe dire l’attitudine, a specificare nel comune i diversi e a riconoscere fra le diversità il comune costituisce la caratteristica strutturale dell’essere europeo, ne costituisce l’identità. Di tale attitudine l’identità europea porta le stimmate. Della “problematicità radicale”, intesa quale disposizione a mettere in questione con l’altrui la propria opinione; quale consapevolezza che ogni costruzione sistematica poggia su di una base problematica, nasce cioè da un problema di cui porta con sé i segni e le determinazioni, ed esplica la sua potenzialità misurandosi con l’esperienza, cioè con la sua continua ed inesausta problematizzazione. Della “trascendenza”, intesa appunto come disposizione ad andare oltre ciò che si dà immediatamente come certo, per riconoscere ciò che permane veramente: come consapevolezza della metafisicità del vero, avendo l’avvertenza di considerare metafisica non la conclusione di un pensato ma l’essenziale attualità, non reificabile, non fisica, del pensare . Per intendere tale attitudine basterebbe rileggere, ancora una volta, le parole di Platone a proposito della “buona regola secondo la quale di fronte a cose aventi tra loro qualcosa di comune non bisogna smettere di esaminarle prima d’aver distinto, nell’ambito di quella comunità, tutte le differenze che costituiscono le specie. E, d’altra parte, di fronte alle differenze di ogni sorta che si possono percepire in una moltitudine, non bisogna scoraggiarsi e distogliersene prima d’aver compreso, in una solo somiglianza, tutti i tratti di parentela che esse nascondono e di averli raccolti nell’essenza comune di un genere”. Il luogo di questo testo platonico, tratto dal Politico (285 a/b), riporta, se mai ce se ne fosse allontanati, all’identità europea, individuata nell’attitudine alla “dialettica congiunzione degli uomini” alla quale possiamo dare il nome suo proprio di politica. Beninteso intendendo classicamente per politica l’intelligenza politica. L’intelligenza della giusta misura. Intelligenza di ciò che conviene, che è opportuno, che è necessario alla convivenza. Intelligenza di ciò che consente una vita equilibrata della comunità. Riconoscimento del bene comune che altro non è se non riconoscimento in comune del Bene.
Se tutto questo corrisponde al vero, e non credo che sia facilmente confutabile, non sarà difficile riconoscere perché non abbia avuto successo il progetto di integrazione europea, attraverso la omogeneizzazione ideologica dei popoli d’Europa, perseguito dalla evangelizzazione secolarizzata del razionalismo produttivistico, tanto di stampo individualistico quanto di stampo socialistico. Se, infatti, l’Europa in certi momenti storici è parsa unita, nel senso di uniforme, per il diffondersi di questa o di quella versione del razionalismo industriel, o forse sarebbe meglio dire per la pressione su di essa esercitata da potenze ispirantesi a questa o a quella versione, dell’Est come dell’Ovest, non è difficile riconoscere come in realtà venissero così soffocate la più schietta identità dei popoli europei e l’autentica natura della loro convivenza, ponendo le premesse della disintegrazione piuttosto che dell’integrazione europea. Prova ne sia il fatto, incontrovertibile, che le due grandi guerre del XX° Secolo, mondiali per la risonanza ma europee per il luogo dello scontro e dell’iniziativa, sono state delle guerre ideologiche, che hanno intaccato l’Europa ma anche le sue Nazioni. Luigi Einaudi, nel discorso pronunciato alla Camera dei Deputati il 29 luglio 1947, in occasione della ratifica del Trattato di pace ha usato delle parole terribili, che la circostanza drammatica ha reso ancor più significative. “Non è vero che le due grandi guerre sian o state determinate da cause economiche (…). Verò è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili (…), pervero guerre fra stati e fra popoli, ma la loro caratteristica fondamentale, quella che le distingue dalla più parte, non da tutte, le guerre del passato sta in ciò che quelle guerre furono combattute dentro di noi, Satana e Dio si combatterono nel nostro animo, dentro le nostre famiglie e le nostre città”. Se ci si libera dal manicheismo, spiegabile nella temperie del momento, per il quale non c’era dubbio su chi fosse Satana e chi Dio, il tutto reso più tranquillizzante dal convincimento che a vincere sarebbe stato Dio e a perdere Satana, e per il quale ci si illuse, anche nell’ambito degli studi, storici in particolare, che per risolvere i problemi bastasse schierarsi in termini antitetici ai perdenti, appare chiaro quale incidenza abbia avuto sulla crisi europea e nazionale insieme l’ideologia. Non questa o quella ideologia particolare, che in un battibaleno, come abbiamo visto, può dissolversi col crollo di un muro, ma la struttura ideologica, che per un processo maligno ha eroso il tessuto politico d’Europa e delle sue Nazioni, sostituendo alla dialetticità del rapporto comune e diverso, costitutiva della comunità intesa aristotelicamente come “unità di una molteplicità”, garante di equilibrio e di pace, la polemicità della contrapposizione di amico e nemico, costitutiva di sette e di partiti, di lobbys e di soviets, fomite di tensioni e di guerra.
Questo è il problema Europa, che penetrando nel corpo dell’esperienza quotidiana come un raggio di luce nel corpo di un prisma si rifrange in mille questioni particolari, la soluzione delle quali non si dà se non all’interno della proposizione di esso in termini globali e radicali. Il problema Europa consiste nel recupero della politica al di là della crisi delle ideologie. Nel recupero dell’intelligenza politica oltre la ragion di stato, del governo oltre l’amministrazione, della comunità oltre la setta.

Pages 1 2 3 4 5 6