Europa 2004
di Francesco Gentile

2.- Integrazione. Il vocabolario avverte che alla parola integrazione corrispondono più significati. Sta per “fusione”, di gruppi sociali o di etnie, ma anche per “inserimento”, in un sistema politico oppure economico o culturale. Anche la metafora matematica dell’operazione il cui risultato è l’integrale, ossia l’area definita sulla base di una funzione, risponde al nome d’integrazione. Tra gli “ottomila neologismi della nostra lingua e del nostro parlare quotidiano dal dopoguerra ad oggi” Claudio Quarantotto riporta anche un significato negativo di integrazione, come “accettazione delle regole e degli ideali della società in cui si vive”, contrapposta a rivoluzione, e riporta una citazione significativa di Alberto Moravia, dall’ “Espresso” del 25 febbraio 1968, si noti la data, che suona: “L’integrazione c’è ed è ben profonda e irrimediabile”! Ma significa anche “concentrazione”, “collaborazione”, “coordinamento”, fra organismi, imprese, stati e, con leggera variante, “aggiunta”, “supplemento”: si pensi alla Cassa integrazione salari o ai corsi integrativi. In altri termini significa “recupero”, e qui il senso muta decisamente.
Integrazione significa anche “completamento”, pienezza”: E la cosa risulta più chiara se non si trascura il fatto che la parola entra nel nostro vocabolario attraverso l’espressione latina integratio. Un latino tardo. Nel IV/V secolo dopo Cristo, Aurelio Symmaco con integratio rei familiaris indica il ristabilimento, il rinnovamento, la reintegrazione del patrimonio familiare . Soprattutto se non si trascura la radice, questa sì classicamente romana, di integer, che significa “illeso”, “incolume”, “immune”, “in forze”, in una parola “intero” ma anche “incontaminato”, “incorrotto”, “sano”, “illibato”, “onesto” ossia “puro”.
Ora non c’è dubbio che anche noi, quando usiamo l’aggettivo integro, intendiamo qualificare ciò a cui ci riferiamo tanto nel senso dell’interezza quanto in quello della purità (uso questo termine inconsueto, piuttosto che quello corrente di purezza, per evitare ogni sfumatura tartufescamente moralistica). Insomma, integro è tutto quanto può dirsi veramente intero e schietto: Integra fides (Tacito), Integer vitae scelerisque purus (Orazio). Che cosa questo significhi, quando si parla di “integrazione europea”, è quesito a cui credo convenga rispondere con una provocazione intelligente piuttosto che con una dimostrazione geometrica.
Per ragioni storiche potremmo muovere da una data, dalla quale seguire l’evolversi del programma di integrazione europea: il 1814. Consapevole delle obiezioni di carattere storiografico a cui si rischia d’andare incontro, farei notare come di integrazione, nel senso di fusione, d’inserimento, di coordinamento o di concentrazione, in Europa, non si potesse corretamente parlare se non dopo il processo di frammentazione rappresentato dal costituirsi e dal consolidarsi dei moderni Stati Nazionali. E come, d’altra parte, non si potesse non parlarne dopo il fallimento di un tentativo di riaggregazione posto in essere da uno di quelli, o comunque da parte di uno dei suoi più significativi governanti che, non è un caso, dopo essere stato un generale rivoluzionario si è fatto proclamare console a vita e poi imperatore.
Per ragioni letterarie, poi, potremmo muovere da un testo, dal quale svolgere gli argomenti del programma di integrazione europea. Si tratta di un pamphlet del conte Claude Henri de Saint-Simon, appunto del 1814, intitolato De la réorganisation de la société européenne ou de la nécessité et des moyens de rassembler les peuples de l’Europe en un seul corps politique en conservant chacun son indépendence nationale. Subito l’attenzione è calamitata dall’espressione rassemblement, usata per indicare il processo di riorganizzazione dei popoli dell’Europa, quale forma di integrazione europea, e nel medesimo tempo dal rifiuto del termine “stato” per designare i soggetti di fatto esistenti ed operati sullo scacchiere politico, per i quali viene escogitata la formula della indépendance nationale, ma anche per configurare il nuovo soggetto politico, per il quale nome più conveniente non sembra esserci che quello, appunto, di rassemblement, lo stesso usato per indicare il processo di riorganizzazione dei popoli dell’Europa. Consapevole dei rischi ideologici a cui si espone in tal modo tutto il discorso sulla teoria dell’integrazione europea, non saprei non condividere la convinzione di Carlo Curcio, l’autore della più architettonica e monumentale opera sull’Europa , secondo il quale Europa è “un’espressione polemica del pensiero e della cultura” piuttosto che “una manikfestazione diretta dei momenti più vistosamente europei della storia occidentale”. Ché, infatti, “non ai periodi di maggior compattezza dell’Europa ha corrisposto un senso, un intendimento chiaro di essa, viceversa sentimenti e consapevolezza dell’Europa si sono avuti meglio staccati allorché l’Europa ha mostrato le sue crepe o, per lo meno, è stata ritenuta in crisi”. E va notato come dello stesso avviso fossero un Federico Chabot, che al tema dell’Europa dedica il Corso di Storia moderna e contemporanea tenuto presso l’Università degli Studi di Milano nell’anno accademico 1943-44 , o un Armando Saitta, che cura nel 1945 la prima traduzione italiana del pamphlet di Claude Henri de Saint-Simon, facendola precedere da un saggio su Saint-Simon e la federazione europea . Per inciso, si notino le date!
Nel 1814, l’avventura napoleonica si è conclusa e sta per aprirsi il Congresso di Vienna. Il Saint-Simon è spinto a scrivere il suo pamphlet, che peraltro divenne subito un bestseller di cui anche la Censura dovette occuparsi, perché prevede il fallimento delle assise internazionali dei vincitori della guerra. Teme che nessuno sappia sollevarsi dall’interesse di parte, che nessuno riesca ad intendere la misura del bene dell’Europa intera. E, malinconicamente, immagina che “ci si lascerà scontenti l’uno dell’altro, con l’accusa reciproca del magro successo dell’assemblea. Non accordo. Non conciliazione degli interessi: Non pace. Delle confederazioni regionali, delle coalizioni contrapposte, ricacceranno l’Europa nel triste stato di guerra da cui vanamente s’era cercato di trarla” . Sain-Simon, peraltro crede anche di sapere perché questo accadrà, inevitabilmente. “Pensare che l’Europa raggiunga la pace per mezzo di trattati e di congressi, significa pensare che un corpo sociale sussista in virtù di convenzioni e di accordi”. Mentre “ci vuole una forza capace di unire le volontà, di concertare i movimenti, di rendere condivisi gli interessi e saldi gli impegni”. Sembrerebbe un discorso utopistico, e taluno così lo ha interpretato. Ma Saint-Simon lo innerva di riferimenti storici puntuali. “Carlo Magno è stato il fondatore della Socità Europea. Mediante la sua spada formidabile e la sua profonda scienza politica si è costituito capo dei due popoli, il latino e il barbaro. Raggiunta tale posizione, la sola che consenta ad un legislatore di realizzare i suoi progetti, ha proceduto all’organizzazione della Società Europea; ha amalgamato, ha federato le frazioni dei due popoli. Ha fatto della religione il collante federativo”. Molti altri particolari potrebbero arricchire l’argomento, ma tanto basta, perché siamo al nocciolo della questione. Ad “unire le volontà”, a “concertare i movimenti”, a “rendere condivisi gli interessi e saldi gli impegno”, insomma ad integrare l’Europa, quando la società europea fu una e organizzata per opera di Carlo Magno, è stata la religione. Dunque solo una nuova religione sarà in grado di promuovere l’integrazione europea dopo la stagione degli Stati Nazionali e delle loro guerre. E Saint-Simon ritiene di conoscere questa religione. Più avanti la chiamerà il Nuovo Cristianesimo. Ma, per procedere, è necessaria una precisazione.
Sin dalle sue prime riflessioni Claude Henri de Saint-Simon era andato definendo “la religione come un’invenzione umana”, “come il solo modello di istituzione politica tendente all’organizzazione generale dell’umanità” . In sintesi, la religione sarebbe “una scienza pratica volta a realizzare nella vita dell’umanità i risultati e le scoperte della scienza generale”, sarebbe “la collezione delle applicazioni pratiche della scienza generale mediante la quale gli uomini illuminati governano gli ignoranti” . Preoccupato, come sempre, di inquadrare ogni fenomeno storicamente o, come sarebbe più corretto dire, nel sistema di una filosofia della storia, Saint-Simon s’impegna poi nella descrizione del progresso della religione dal politeismo al deismo e, in fine, al fisicismo. Potrebbe risultare interessante analizzare compiutamente l’itinerario speculativo mediante il quale egli procede alla secolarizzazione del movente religioso , ai fini tuttavia del discorso abbiamo elementi sufficienti per notare come la nuova religione, quella che Saint-Simon ritiene debba costituire il collante federativo per l’integrazione europea dopo la stagione degli stati e delle loro guerre, sia il fisicismo che, nel suo linguaggio fatto di neologismi fantasiosi e suggestivi, costituisce un mélange di razionalismo e di produttivismo. Di razionalismo, nel senso dell’esaltazione positivistica del sapere scientifico, assunto come la forma più alta ed esaustiva del sapere umano; non si dimentichi che tra gli allievi di Saint-Simon il più illustre è senza dubbio il polytchnicien Augusto Comte, il padre della sociologia. Di produttivismo, nel senso della esaltazione del produrre, assunto come la più alta ed autentica ragion d’essere dell’uomo; per corretteza filologica andrebbe detto che la parola saintsimoniana indicante il produrre è industrie, che non designa solo la produzione industriale, anche se quella industriale già si stava affermando come la forma di produzione più tipica del suo e, oggi possiamo ben dirlo, del nostro tempo. Sicché Saint-Simon può affermare che l’integrazione europea si farà solo a condizione che si diffonda tra i popoli d’Europa il nuovo credo, a condizione che si divulghino i valori del razionalismo industriel. E, sentendosi investito di una vera e propria missione, profetizza nel suo fortunato pamphlet: “L’importanza di tutto ciò è evidente, poiché la crisi nella quale tutta la popolazione europea è coinvolta non ha altra causa che l’incoerenza delle idee generali. Non appena si avrà una teoria sociale proporzionata allo stato dei lumi, tutto tornerà nell’ordine. Allora, l’istituzione comune – noi potremmo tradurre l’integrazione – dei popoli europei si stabilirà di per sé e un clero – noi potremmo tradurre una classe di intellettuali – d’istruzione proporzionata alla conoscenze acquisite dalla scienza ristabilirà prontamente la pace in Europa, mettendo a freno l’ambizione dei Popoli e dei Re”.
D’ allora, convenzionalmente dal 1814, dal fallimento del Congresso di Vienna, la missione prospettata dal Saint-Simon per l’integrazione europea è stata perseguita dai grandi movimenti ideologici, la cui vocazione internazionalistica è consistita nella diffusione delle idee generali del razionalismo industriel, vuoi di stampo individualistico vuoi di stampo socialistico, trasversalmente all’interno dei diversi Stati Nazionali del continente europeo o se si preferisce di dire dei diversi popoli europei. Con lo scopo determinato e puntuale di fondere le diverse mentalità. Operando così una vera e propria “evangelizzazione” secolarizzata, proiettatasi poi globalmente nelle due grandi e contrapposte ortodossie: la liberale ad Occidente e la socialista ad Oriente. A chi obiettasse che tanto il liberalismo che il socialismo si sono caratterizzati per una aperta opposizione al fenomeno religioso, si potrebbe rispondere che nei fatti tale opposizione si è in realtà sostanziata nella contrapposizione di una religione civile alla religione tradizionale dei popoli europei: il Cristianesimo. Tanto più forte nei confronti della versione cattolica appunto universale, e non nazionale come hanno finito per essere quasi tutte le versioni protestantiche: esemplare il caso dell’Inghilterra dove il problema neppure dovrebbe porsi, considerato che la religione anglicana è già una religione civile. Locke lo ha ben detto nella sua celebre Epistola sulla tolleranza .
Il fallimento storico di quella missione ideologica “bifronte”, nella versione liberale come in quella socialista del razionalismo industriel, quanto è accaduto e sta accadendo negli ultimi tempi non lascia spazio a illusioni né sull’uno né sull’altro fronte, non dispensa dal porsi la domanda del perché di un travaglio tanto fallimentare. Poiché non si può non riconoscere che, sia pure per qualche breve periodo, l’Europa sia parsa integrata sull’onda ideologica. Integrata nel senso di unita, di uniforme? Forse si. Integrata nel senso di pura, nel senso di schiettamente e pienamente “europea”? Non credo che vi possano essere incertezze nel rispondere no. Perché?
Per rispondere al quesito muoveremo dall’antico mito del Ratto d’Europa.

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