Europa 2004
di Francesco Gentile


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1.- “Ormai Europa era una nobile dama, il cui volto, per quanto sapientemente accomodato, tradiva il travaglio degli anni e delle molte esperienze. Gelosie e litigi incessanti fra le nuore rendevano meschina e fastidiosa la vita nei superbi palazzi avuti in dono dai divini amatori. Nel disordine domestico le fantesche avevano preso il sopravvento e tutto, sotto le loro mani, si era venuto trasformando secondo un tono per cui quella sua aristocratica e stanca bellezza era come sopravissuta, in un ambiente estraneo ed ostile. Un mattino, al confine fra due continenti, si addentrò nel bosco di betulle, quando da una macchia sbucò un grosso orso bruno, che si avvicinò trotterellando. Con aria noncurante e sorniona andò a sdraiarsi tranquillamente ai piedi di Europa, la quale con un brivido riconobbe la forma dell’antico invito. Ebbe un momento di perplessità ma poi, spinta dal fascino del ricordo e dal fastidio di una situazione grigia e senza decoro, si decise di tentare l’avventura. Salì sulla schiena dell’orso, arrivarono ad una spiaggia ed entrarono in acqua, era il Mar Nero” . Così favoleggiava. cinquanta e più anni fa’, Antonino Pagliaro. Ironico e mordace. Poiché la fiaba finisce con Europa che si lagna per il peso del viaggio e i disagi di un’abitazione inadeguata. Allora l’orso “ebbe un accesso di riso. Poi, bofonchiando, rispose che la smettesse con quelle fisime del tutto sconvenienti in una donna della sua età: egli l’aveva rapita perché aveva bisogno di una buona signora, nobile ma senza pretese, che badasse all’educazione dei piccoli e desse una mano nelle faccende di casa” .
La malinconica amarezza di cui è tinto il racconto allegorico dell’umanista corrisponde al clima in cui si viveva all’indomani della sconfitta patita nella Seconda Guerra Mondiale che, qualche anno prima, era stato drammaticvamente rappresentato da Luigi Giusso così. “L’Europa oggi è un cimitero di egemonie fumanti. E’ un’amalgama informe di idee, di sistemi, di ambizioni, sparpagliata di fabbriche sventrate, di cathédrales englouties. E’ una banchina di prestigi sommersi: le fortezze volanti e i carri armati americani hanno distrutto, forse per sempre, l’illusione della sua superiorità come le orde di Alarico travolsero la superiorità romana. Hanno schiacciato e maciullato i suoi miti, i suoi déi, i tesori delle sue fabbricerìe, i diplomi dei suoi archivi” .
Poi, con la ricostruzione, le fabbriche hanno ripreso a produrre alacremente, i diplomi ad avere corso, i tesori nuovamente ad accumularsi, tanto che, circa quarant’anni dopo, fra le prime sette potenze industriali del mondo quattro risultavano essere europee. Eppure quella del declino continuava a sembrare la sola, o la più probabile, prospettiva per le Nazioni Europee se, alla fine dell’anni ottanta, Alain Minc può disegnare lo scenario a venire di una “Europa/Hong Kong, enorme zona di democrazia e di economia di mercato, priva fra trent’anni di qualsiasi identità strategica, polmone del mondo sovietico, ma anche semiprotettorato: situazione che vivremo – continua il tecnocrate liberal, ex allievo dell’Ecole National de l’Administration, ispettore delle Finanze e poi PDG della Saint Gobain – senza tensione né rivolta, perché il peggio sarà proprio la morbidezza di questa finlandizzazione del ventunesimo secolo. Con questa Hong Kong democratica, ancora prospera, a-strategica, senza sbandierarlo, usciremo in punta dei piedi dalla Storia o almeno da quella che si produce, che si muove, che vibra”
Solo pochi anni dopo sarebbe stato il mondo intero a trovarsi inopinatamente di fronte alla fine della storia, almeno secondo l’avviso di Francis Fukuyama, funzionario del Dipartimento di Stato degli USA, autore di un saggio, intitolato appunto La fine della storia , che ha fatto rumore per l’annuncio plateale e sguaiato della “universalizzazione della democrazia liberale di Occidente, come forma finale del governo umano”. Ma per ragioni diametralmente opposte. Che cos’era successo? Era caduto il muro di Berlino.
Nell’immaginario collettivo il muro di Berlino ha rappresentato fisicamente e moralmente la politica dei blocchi sancita a Yalta, rispetto alla quale già nel 1948, quando fisicamente il muro non c’era ma se ne stavano mettendo moralmente le basi, Guido De Ruggiero avvertiva preoccupato come “l’aspetto più preoccupante dell’indebolimento dello spirito europeo non stesse tanto nella formazione dei grandi blocchi, quanto nella rassegnazione con cui gli uomini avevano accettato la divisione che si andava creando come se fosse qualcosa di irrimediabile” .
Con la sua permanenza, quel muro rappresentava la garanzia di sopravvivenza delle Nazioni Europee, per il meccanismo strategico della mutual assured destruction, che ha dissuaso i Grandi dal farsi una guerra nucleare a livello intercontinentale come di misurarsi in uno scontro tattico sul terreno continentale , ma era anche il simbolo odioso della loro capitis deminutio, poiché “da una parte e dall’altra della muraglia di cemento l’Est e l’Ovest si fronteggiavano senza che né da una parte né dall’altra l’Europa avesse conquistato lo spazio della sua indipendenza” .
Col suo crollo, inatteso ed insperato, quel muro è apparso come il segno di un rinnovamento possibile, direttamente per le Nazioni Europee e indirettamente per l’intero mondo. Perché il crollo del muro di Berlino non è stato determinato dal sopravvento di una delle due contrapposte superpotenze, che bloccavano gli equilibri del mondo e neppure dall’emergere di una terza forza. L’equilibrio astratto dei blocchi, architettato a Yalta e operativamente predisposto dalla politica internazionale dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, si è dissolto perché uno dei due pilastri su cui si reggeva ha ceduto di schianto, per vizio interno, saremmo tentati di dire congenito. Lasciando nel vuoto anche quello, dei due pilastri, che per non essere caduto poteva credersi saldo, mentre era incrinato da fratture tanto profonde e diffuse che qualche anno dopo avrebbero reso difficile, per mancanza di voti, persino l’elezione del proprio perno presidenziale. Ma nel frangente le Nazioni Europee, nonostante l’apparente novità delle circostanze, per i propri limiti e per l’altrui arroganza, continuavano a sperimentare la subalternità. Ormai solo nei confronti della superpotenza superstite che le considerava, nella più rosea delle eventualità, come rincalzo subordinato, “azioniste di minoranza” quando non “popolo dei fondi”, o peggio opportunità di comodo outsourcing.
Di fronte ad una inequivocabile “decadenza” , era dentro di sé che gli Europei riconobbero allora di dover cercare la forza per sopravvivere alla globalizzazione ed è appunto all’inizio dell’Anni Novanta che, pressante, si ripropose il problema di una autentica integrazione europea per il recupero dell’identità propria d’Europa.

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