GIUSEPPE PRISCO
di Francesco Gentile


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“L’avversario che oggi nega alla filosofia, con l’importanza, la ragion d’essere (…) è quella dottrina che va col nome positivismo”. Così scrive all’inizio dei suoi Elementi di filosofia speculativa Giuseppe Prisco nel 1879. E il positivismo sarà il suo avversario o, come forse sarbbe più corretto di dire, il suo interlocutore per tutto il corso delle sue ricerche, dei suoi studi, delle sue lezioni, nella Facoltà Teologica come nella scuola privata per gli iscritti della Facoltà Giuridica di Napoli, che teneva presso la sua casa al civico n. 16 di Vico Pazzariello ai Banchi Nuovi. Trentaquattro anni “di produzione intellettuale (…) in progresso sempre ascendente verso un contenuto di dottrina sempre più intenso”, scrive Pasquale Orlando, lo studioso napoletano che si è dedicato alla riscoperta e alla diffusione della conoscenza dei cattolici napoletani dell’Ottocento: trentaquattro anni, tra il 1855, data del primo Saggio di filosofia, dato nel Liceo Arcivescovile di Napoli il dì 5 luglio, e il 1889, data dell’ultimo scritto di natura filosofica, il Darwinismo esposto e disaminato. Una produzione scientifica cospicua, improvvisamente e drasticamente interrotta con la porpora cardinalizia, conferitagli da Leone XIII nel Concistoro del 30 novembre 1886 e la successiva elezione ad Arcivescovo di Napoli nel 1898, carica tenuta sino alla morte, nel 1923.

Non che il Cardinale Prisco abbia mai espunto dall’orizzonte dei suoi interessi quello culturale, ché anzi, fra le altre iniziative, istituirà l’Accademia di Scienze e lettere, proprio per incrementare la preparazione del clero napoletano, dotandola di una “Rivista di scienze e lettere” intesa a diffondere il pensiero cattolico in un mondo che non era particolarmente attento ad esso, ma non scrisse più “di filosofia”, come se la cosa non fosse conveniente al suo nuovo magistero. Si riflette in questa decisione un convincimento teoretico di cui è possibile rinvenire traccia nell’intera sua opera filosofica.

“Ponendo considerazione al mezzo precipuo di cui la filosofia si serve nelle sue investigazioni, s’intenderà che essa è distinta dalla religione”. Alla propria conoscenza, infatti, “il filosofo (..) perviene per la luce naturale della ragione, il teologo per la luce della Rivelazione divina”. Così definita, la distinzione sembra corrispondere da uno schema astratto sotto il quale non riuscirebbe a nascondersi una pericolosa aporia, quella della natura di tale distinzione che, per valere come tale, non dovrebbe essere né rivelata né razionale, ma in grado di padroneggiare, e quindi di spiegare, tanto la Rivelazione quanto la Ragione. In questa aporia non cade il Prisco filosofo.

Mediante un’argomentazione strettamente dialettica, secondo i canoni della filosofia, classica e perciò perenne, l’abate e professore napoletano avverte che, “non potendo mai la verità, che è una e semplicissima nella sua origine, essere contraria a sé medesima”, fra “la Rivelazione e la vera filosofia non può mai sorgere reale dissidio”. Sicché la distinzione dei mezzi del sapere (Ragione e Rivelazione) viene operata sulla base di una continuità che è garantita dalla “vera filosofia”. Il problema dunque è quello della “vera filosofia” che, in quanto tale, letteralmente filo-sofia, non designa un sapere conchiuso ed esausto ma la disponibilità al sapere, l’amore del sapere, di per sé inesausto, poiché non è possesso di cui si possa disporre come di cosa, e problematico, in quanto si esplica nella messa in questione del dato nell’esperienza.

Benché indirettamente, ma in modo inequivocabile, Prisco riconosce tutto questo predicando la filosofia come “sommamente necessaria alla fede” per tre motivi. Primo: perché dimostrando l’esistenza di Dio e dei suoi attributi e “facendo sentire all’uomo la necessità di credere, è quasi una cotal preparazione rimota alla Fede”. Secondo: perché, nonostante la sua incompetenza a dimostrare ciò che è rivelato, “ella può e deve additare il nesso che le verità rivelate hanno sì tra di loro, sì con le altre verità, e tentarne una qualsiasi dichiarazione per mezzo di naturali cognizioni”. Terzo: “perché gli errori, le prevenzioni, i dubbi, che nascono dalle imperfezioni della ragione e che frappongono altrettanti ostacoli al pieno assenso a prestarsi alle verità rivelate, possono e debbono risolversi e dissiparsi per mezzo della ragione e della filosofia”. Si riconosce in questi tre motivi, come peraltro richiamato, l’insegnamento di San Tommaso, nel commento del De Trinitate di Boezio e del De ordine di Sant’Agostino. Ciò, tuttavia, che ci preme di notare, per concludere questa lunga premessa, è innanzitutto la fondatezza teoretica, filosoficamente sostenuta, dell’astensione dell’Arcivescovo Prisco dallo scrivere “di filosofia”. Non già per una sopraggiunta e inopinata prevenzione anti-filosofica, ché anzi tale posizione e decisione si sostengono solo per l’intelligenza filosofica, ma per l’esplicito riconoscimento che allo specifico magistero religioso del Vescovo, competendo il governo dei fedeli con ogni autorità sacerdotale, conviene la parola della Rivelazione, di per sé apodittica. D’altra parte, ed è questa la seconda cosa che ci preme di evidenziare, risulta con tutta evidenza quale significato attribuisse alla propria opera il Prisco scrittore “di filosofia”, quello cioè di strumento del “magistero filosofico” di per sé dialettico. Tutto questo illumina ed orienta sulla struttura dei suoi lavori che, per la sequenza della loro edizione e per la modalità della loro composizione, potrebbero apparire espressione di un sistema.

Delle grandi opere di Giuseppe Prisco, la prima è intitolata, appunto, Elementi di filosofia speculativa, due tomi di teoretica, distinta in “soggettiva“ e “oggettiva”. Quella, la “soggettiva”, o “teoria delle conoscenza” è a sua volta distinta in quattro parti. La “logica”, tomisticamente “scientia quae est directiva ipsius actus rationis”; la «dinamilogia», «trattazione, cioè, delle facoltà operative dello spirito umano (…) delle sue leggi generali e della natura e leggi di ciascuna facoltà particolare”. La “ideologia”, che “si propone di spiegare l’origine della conoscenza intellettuale e delle idee”. La “critereologia”, infine, il cui ufficio “è d’investigare quale sia il motivo della certezza” del proprio sapere, perché “la certezza è lo stato della mente nel quale si aderisce così fermamente alla cognizione da non temere che la cosa non sia come si conosce. Perciò ad ogni certezza va innanzi un giudizio sulla conformità della conoscenza con l’oggetto conosciuto”. D’altra parte, la teoretica “oggettiva”, o “teoria degli esseri” o “filosofia universale” o “metafisica”, è a sua volta distinta in tre parti. La “cosmologia”, che è “la scienza delle ultime ragioni intrinseche delle nature inferiori all’uomo” nei tre regni della natura: il minerale, il vegetale e l’animale. La “antropologia”, il cui compito è quello di “studiare ciò che l’anima umana è in sé. ciò che ella è per rispetto al corpo, e quale sarà il suo stato dopo la dissoluzione dell’organismo che ella avviva”. La “teodicea”, infine, o teologia naturale, “la scienza che muovendo dal lume naturale della ragione, ed aiutandosi della tradizione scientifica e religiosa, investiga gli attributi di Dio e le relazioni che il creato ha con Lui”. Per chiarirne la differenza con la teologia rivelata, Prisco preciserà: “Nella dottrina filosofica, che rigujarda le creature in sé e che ci mena da esse alla conoscenza di Dio, prima è la considerazione delle creature, ultima quella di Dio; (…) nella dottrina della fede, poi, prima è laq considerazione di Dio e poi quella delle creature”.

La Seconda grande opera di Giuseppe Prisco è la Metafisica della morale ossia Etica generale del 1865. Lezioni elementari è precisato questa volta, ed è per noi cosa assai importante, come risulterà chiaramente più avanti, ma rimane identica la struttura del lavoro rispetto a quello precedente, sicché è giustificato ritenere che anche gli Elementi di filosofia speculativa fossero in realtà delle “lezioni elementari”. Ma procediamo con ordine. Ora “la filosofia morale (…) è la scienza che con scorta principalmente dell’umana ragione tratta delle supreme norme della morale rettitudine. (…) Ma la morale rettitudine involge una relazione di conformità tra l’operare dell’agente morale ed il connatural suo fine, o, per dirlo più chiaramente, esprime la direzione che la volontà deve dare agli atti suoi per ottenere il connatural suo termine, il quale il Bene in sé”. Si evince da ciò la necessità di una relazione tra la teoretica, ed in particolare quella che abbiamo visto classificata come “metafisica” (cosmologia, antropologia e teodicea) e la morale. Ed ecco, appunto, l’Etica generale, in quanto “metafisica della morale”, garantire tale relazione mediante la ricerca dei principi supremi della rettitudine morale e mediante la ricerca della regola per la quale l’uomo può accertarsi della rettitudine delle sue azioni. Di qui le due parti dell’Etica: la “antropologia morale”, che ricerca i supremi principi della moralità nell’intima essenza dell’uomo, e la “nomologia”, che ricerc<a la regola la quale “certifica l’uomo della bontà o malizia della sua azione”. Per intendere corretamente l’indicazione di Prisco non si deve dimenticare che, a suo avviso, “il Bene assoluto manifestasi come fine o segno della libera volontà dell’uomo e la impera come legge: giacché ogni attività destinata a raggiungere un fine posto fuori di essa prende dal fine stesso la norma del suo operare”.

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