TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Prima degli anni Trenta il tema della scienza giuridica era già stato comunque affrontato: nel 1922 da Tomaso Perassi, il quale scriveva una Introduzione (alle Scienze giuridiche) ad un Corso di Istituzioni di diritto pubblico [179] , divenuta ormai un classico della filosofia del diritto, essendovi contenute delle utilissime indicazioni sulle varie articolazioni che avrebbero caratterizzato le scienze giuridiche, in relazione ai diversi oggetti dei quali esse si sarebbero dovute occupare, seppure, occorre rilevarlo, alcuna discussione vi è contenuta, e nemmeno accennata, in ordine alla metodologia delle scienze giuridiche [180] .

Si affronterà, invece, in seguito la disamina delle dottrine di Widar Cesarini Sforza, Ermanno Cammarata, Giuseppe Maggiore e Felice Battaglia, le quali saranno trattate diffusamente e assieme, non solo per le comuni ascendenze neo-idealiste [181] e per la rilevanza degli sforzi epistemologici compiuti, dei quali già si è detto supra, ma anche per il particolare posto che esse occupano nella storiografia sulla natura della giurisprudenza, nella cui descrizione seguiremo appunto la via indicata da Enrico Opocher ne Il problema della natura della giurisprudenza e, seppur solo in parte, da Norberto Bobbio nella Teoria della scienza giuridica.

Una qualche riflessione dovrebbe invece meritare subito il saggio Istituzioni di scienza generale del diritto [182] di Alessandro Groppali pubblicato nel 1921. Non certo per la rilevanza delle indagini o per l’originalità del risultato raggiunto, rispetto al quale, si è soliti affermare, esso sarebbe stato esemplare di come la costruzione consapevolmente positivistica, e pertanto in qualche modo modellata dai procedimenti e dalle tecniche induttive del naturalismo giuridico, sarebbe risultata influenzata da alcuni concetti delle scuole giuspubblicistiche, che avrebbero finito per trasformare e inserire un nuovo ordine concettuale nell’intero impianto [183] . A ben vedere, invece, il saggio di Groppali costituiva un formidabile esempio non tanto, o comunque non solo, dell’inadeguatezza del metodo del positivismo rispetto alle nuove istanze che promanavano dalla giuspubblicistica italiana, quanto delle difficoltà della filosofia giuridica, che diventavano tanto più evidenti quanto più il discorso veniva trasferito dal piano filosofico al problema metodologico della scienza, dato che veniva apprestato un concetto del diritto “filosofico” e uno “scientifico” [184] : L’intento di Groppali era proprio quello di tenere nettamente separate la filosofia dalla scienza giuridica [185] , e non commettere l’errore di alcune radicali prospettive positiviste ottocentesche [186] , come quella “di Austin e di Merkel”, che seppure per ragioni diverse avevano finito per confondere ”queste due scienze”. Infatti, se non si poteva negare “il contributo che la scienza generale del diritto poteva recare alla filosofia giuridica”, non andava dimenticato che la filosofia giuridica aveva per oggetto “tutto il diritto e non solo quello attuale”, mirando non solo “ad una elaborazione concettuale e non puramente empirica e tecnica dei principi fondamentali del diritto”, ma anche “a cogliere i nessi che legano il diritto all’ordine universale delle cose ed a stabilire gli ideali e le norme onde valutarlo eticamente in armonia alle esigenze immanenti di una giustizia superiore” [187] .

Quasi a dover porre per ipotesi un oggetto della scienza qualitativamente diverso rispetto a quello della filosofia, convenzionale l’uno, essenziale o reale l’altro, salvo, poi, dimenticare che una scienza giuridica così modellata, non sarebbe potuta che venire a capo dei conflitti che è quotidianamente chiamata a risolvere solo ipoteticamente. Se ciò risulta particolarmente scoperto nel positivista Groppali, si è già verificato supra come ciò sarebbe accaduto anche nelle Scuole più decisamente antipositiviste, come quella neoidealista o quella neokantiana, le quali entrambe, a ben vedere, avrebbero finito per fare coincidere, seppur solo per convenzione, il diritto con le leggi positive; certo, solo, per ipotesi. Eppure l’approdo inconsapevole al positivismo giuridico non avrebbe ancora rappresentato la vera contraddizione di queste scienze giuridiche, ma solo il sintomo di un’aporia ancora latente.

Gli stessi rilievi potrebbero valere anche per Benvenuto Donati, in particolare per Essenza e Finalità della Scienza del Diritto del 1924 e per la Fondazione della scienza del diritto [188] del 1929, nel quale è ancora oggi possibile verificare gli esiti, quasi sempre insoddisfacenti, del tentativo di innestare nell’indirizzo logico-critico della ricerca filosofica positivista il problema dell’a priori giuridico; intento, in questo caso, complicato dall’avvertita necessità di ri-trovare il fondamento reale del diritto, nella consapevolezza che il esso avrebbe avuto di sé, che sarebbe coinciso con i risultati la scienza giuridica. Ed è interessante rilevare che anche Benvenuto Donati poneva il problema della giurisprudenza in termini di alternatività tra “arte e scienza”, tra “pratico e teoretico”, salvo, poi, rilevare che “non si concepisce pertanto arte senza una preparazione nella conoscenza teoretica; o meglio, l’arte viene indubbiamente ad avvalorarsi per la scienza che è, in tal maniera, più propriamente scienza applicata, ossia determinazione e penetrazione sulla base della conoscenza delle leggi naturali dei mezzi idonei all’azione in rapporto ai fini che vogliosi raggiungere” [189] . Si trattava di una scienza giuridica che con estrema disinvoltura passava dal concetto empirico “un primo grado di conoscenza, necessario come punto di partenza” a quello logico, che consente di comprendere “quale posto il dato assume attraverso la molteplicità delle sue rappresentazioni concrete rispetto agli altri oggetti; e quale posto assume di conseguenza ogni singola rappresentazione rispetto alle essenza del dato”, in cui “la teoria generale completava il compito sistematico della giurisprudenza”, le ricerche di ordine comparativo “i fini o le ragioni delle leggi”, fino al “problema della unità del diritto, il quale, tradotto in termini di conoscenza, significava nel senso più alto: il problema della verità giuridica” [190] . Se non sono certo queste le conclusioni che interessano, o le pagine in cui Donati affrontava il problema dello scopo dell’azione umana, in cui affermava che “lo scopo nell’azione umana è l’elemento ideale reale, e perciò è esso medesimo un elemento reale, senza il cui dato non può sussistere” [191] , occorre, invece, evidenziare come il maggior interesse della sua opera stava quando egli riteneva di dover distinguere la scienza dalla filosofia. In altri termini, è abbastanza sicuro che la scienza giuridica di Donati risulta oggi emblematica delle difficoltà che incontrava quel positivismo filosofico che voleva porsi il problema dell’essenza del diritto: ad una giurisprudenza essenzialmente classificatoria capace solo di creare un sistema di concetti “empirici”, corrispondeva una speculazione filosofica, in cui l’avvertita necessità di pensare al concetto del diritto, la quale in Donati diveniva quell’”attuazione pratica”, che è “pertinenza del soggetto” e “requisito dell’azione umana” che “ha nell’azione il suo momento creativo e di sviluppo” [192] , comportava il dissolversi della “filosofia dei compiti” nella ricerca di quell’in sé del diritto che avrebbe consentito di orientare la legislazione. L’esito era una scienza giuridica ancora ridotta a teoria generale del diritto, e una filosofia intesa quale vera e propria scientia superior, abilitata a cogliere l’essenza del diritto a partire dai provvisori risultati offerti dalla giurisprudenza. Ma era già, in qualche modo, abbozzato ciò che di lì a qualche anno Giuseppe Capograssi avrebbe tematizzato con la consueta profondità. L’idea, cioè, che una via privilegiata per conoscere il concetto del diritto era lo studio della scienza giuridica, intesa quale coscienza dell’esperienza giuridica, pur rimanendo aperto nel positivismo di Donati, e probabilmente trascurato, tutto il problema dei concetti “empirici” della giurisprudenza, della comprensione cioè delle ragioni per le quali sarebbe stato possibile dedurre da questi ultimi “i concetti logici” [193] , fino al concetto del diritto, cogliere il senso dell’esperienza giuridica a partire da un sapere che portava con sé necessari profili di convenzionalità.

Una notazione merita il saggio di Pompeo Biondi, Metodo e scienza del diritto [194] , non tanto per il fatto di essere stato recensito da Benedetto Croce [195] , quanto per il fatto che l’Autore riteneva impossibile tenere separata la filosofia del diritto dalla scienza e dalla pratica giuridica. Di quel pur breve contributo, ancor oggi va apprezzata non tanto l’analisi gnoseologica del ruolo della filosofia del diritto, quanto lo sforzo di ancorare quest’ultima alle questioni di diritto positivo, alcune delle quali avrebbero imposto quella disamina universale che solo la speculazione filosofica sarebbe stata in grado di offrire: “chi è scienziato veramente, e non un empirico che fa dell’empirismo anche nella scienza “sente”, anche quando non lo intenda coscientemente, che il suo pensiero collega il risultato raggiunto a delle ragioni lontane nella profondità del suo spirito”, poiché “è assolutamente errato credere che la filosofia cominci ad un dato livello di astrazione, e che la scienza finisce là dove comincia la filosofia”, dato che “scienza e filosofia non sono due termini antitetici, ma semplicemente due “forme” in cui si manifesta la stessa filosofia, cioè quella tendenza di conquistare i concetti dei fenomeni e di aggrupparli in un sistema sempre più vasto di unità ideali” [196] .

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