TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

E’ lungo questa linea interpretativa che con estrema disinvoltura Salvatore Pugliatti avrebbe affermato che “nei paesi nei quali si tentarono trasformazioni radicali delle strutture giuridico-politiche”, ciò che avrebbe consentito “ai cultori della scienza giuridica di opporre una barriera formale ai reiterati e sempre più insistenti tentativi di sopraffazione”, sarebbe stata una scienza giuridica caratterizzata da “una rarefatta geometria di forme concettuali legate in un elaborato sistema, capace, almeno in apparenza, di accogliere qualsiasi contenuto” [159] . In altri termini, a tal punto la geometria legale si era insinuata nella cultura filosofica italiana, cosa che per i giuristi significava incondizionata accettazione del positivismo giuridico, che nemmeno i più attenti studiosi di scienza giuridica si sarebbero accorti che non aveva alcun significato affermare che “uno dei nostri più insigni giuristi [appunto Salvatore Pugliatti] ha potuto giustamente parlare di una valida forma di autodifesa della scienza giuridica” [160] nei confronti della strumentalizzazione del diritto [161] . Infatti, le ragioni della crisi andavano meditate non tanto a partire dalla convinzione che “si errerebbe pertanto, se si affermasse come verità di ordine generale la tendenza del diritto a passare dalla forma della consuetudine, o della pronuncia giurisprudenziale sporadica e saltuaria, alla forma della legge” [162] , quanto dalla concezione di quella giurisprudenza, frutto del positivismo filosofico ma anche del neoidealismo crociano, che riteneva di salvare la sua autonomia mantenendosi pura [163] , senza riflettere sulla natura convenzionale dei suoi risultati [164] . Eppure, così dimenticava che, lungo questa via, purezza avrebbe significato indifferenza rispetto a qualsiasi contenuto [165] , adattabilità ad ogni verità, fondazione di una scienza giuridica che, non potendo cogliere fino in fondo la realtà, poiché i pseudoconcetti non avevano alcun valore conoscitivo [166] , ma nemmeno darvi fondamento, poiché l’ordinamento giuridico, ipotizzato come un insieme coercitivo di norme già funzionante, diventava lo strumento principe per la trasformazione dei rapporti di forza in rapporti giuridici [167] .

Ed è ancora oggi emblematico che Flavio Lopez de Onate avesse ritenuto che il problema della crisi del diritto si sarebbe potuto risolvere attraverso il ricorso alla certezza del diritto, intesa quale generalità e astrattezza della norma, poiché, dal momento che il diritto costituiva la struttura basilare della società, sarebbe stato necessario che le disposizioni legislative potessero essere riferite ad un gruppo di persone e di rapporti considerati astrattamente, cioè a prescindere dalla loro individualità, e in grado di disciplinare classi o categorie di comportamenti tipizzati [168] . I valori dell’astrattezza e della generalità della norma avrebbero consentito di meglio tutelare il soggetto umano rispetto a quell’istanza di giustizia che solo apparentemente consentiva lo svolgimento della vita sociale, poiché il diritto non avrebbe mai potuto rinunciare al suo momento obiettivo, poiché la concretizzazione della norma permetteva di ricondurre il singolo episodio in una struttura ordinaria. La certezza del diritto sarebbe così divenuta il mezzo “per piegare l’azione a presentarsi nella sua universalità e nella sua verità”, dato che “il diritto è la verità sociale dell’azione, nella certezza che la verità presenta” [169] .

Opera emblematica [170] , si è detto, poiché avrebbe rappresentato uno degli sforzi più consapevoli [171] , dall’interno dello stesso formalismo neo-idealistico, di proporre una scienza giuridica che potesse sciogliere il problema della crisi del diritto, senza per questo contrapporvi uno sterile giusnaturalismo, o accentuare il carattere creativo dell’interpretazione, la quale, a ben vedere, sarebbe divenuta la via più battuta dagli studiosi di formazione crociana e gentiliana, che si sarebbero ben presto resi conto che la gnoseologia neoidealistica collimava perfettamente con l’ideologia del positivismo giuridico.

In ogni caso, verificata una qualche identità di vedute sulle cause della crisi, si tratterà di analizzare come giuristi e filosofi abbiano ritenuto di poterne uscire. Se è possibile affermare che la filosofia giuridica italiana fino a quel momento aveva affrontato con un certo disinteresse il problema epistemologico del fare dei giuristi, è altrettanto esatto sostenere che a tale distacco era corrisposto un comportamento da parte dei giuristi che aveva contribuito a rendere ancora più marcato tale divario. Infatti, senza ombra di dubbio, l’atteggiamento antifilosofico della nostra giurisprudenza dipendeva anche dall’astrattezza degli orientamenti filosofici e dalla inconsistenza delle dispute, spesso solo accademiche, che avevano caratterizzato la nostra cultura, ma la consolidata e incondizionata accettazione dei nostri giuristi del positivismo giuridico, per la maggior parte dei quali probabilmente addirittura inconsapevole, sembrava avere reso sostanzialmente inutile, se non anche dannosa, ogni riflessione filosofico sull’ordinamento giuridico che mirasse a criticare in crisi il fondamento scientifico e ideologico del positivismo giuridico. Eppure, e la circostanza risulta quanto meno sintomatica di una singolare e completa incomprensione degli uni e nei confronti degli altri, anche tutte le filosofie giuridiche fino a questo punto esaminate avevano finito per approdare, nemmeno tanto scopertamente, a quella tranquillizzante prospettiva ideologica in virtù della quale, seppur solo per ipotesi, l’esperienza giuridica veniva fatta coincidere con il diritto positivo, il quale era giusto solo per il fatto di essere valido. Nessuno potrà oggi dubitare che il problema dello statuto epistemologico della scienza giuridica e del conseguente metodo della giurisprudenza fosse stato affrontato anche nei decenni precedenti; ma, a dire il vero, quasi sempre quale corollario di questa o di quella concezione della filosofia giuridica; oppure ancora in recensioni ad opere di Autori stranieri, soprattutto francesi e tedeschi, la descrizione del cui pensiero consentiva di non prendere una posizione troppo netta rispetto al tema della scienza giuridica; oppure, infine, nella Premessa di trattati di diritto positivo, in cui erano le teorie della scienza giuridica, rispetto ai quali la discussione sul tema del metodo corrispondeva più ad una esigenza di completezza teoretica, quando non era solo estetica, che ad un vero e proprio interesse scientifico o metodologico.

In qualche modo esemplare di come la filosofia giuridica affrontasse usualmente la problematica metodologica è La classificazione delle scienze e le discipline sociali [172] di Adolfo Ravà del 1904. Si tratta di un saggio molto articolato, ricco di spunti di particolare rilevanza, propri di una cultura filosofica pregevolissima, che però, a ben vedere, costituisce una conferma delle difficoltà nelle quali s’imbatteva la filosofia del diritto, quando fosse chiamata ad affrontare il problema epistemologico della natura della giurisprudenza e quello della metodologia giuridica. Non c’è dubbio alcuno che l’intento fosse anche quello “di superare l’ormai esaurita polemica tra Begriffenjurisprudenz ed Interessenjurisprudenz, alla ricerca di un nuovo fondamento dell’edificio giuridico sulla neonata teoria dei valori” [173] , ma è anche vero che il tema principale era quello della collocazione delle scienze sociali nel sistema del sapere, e pertanto il problema della grande divisione tra le scienze dello spirito e le scienze della natura: “mentre le scienze in genere di fronte ai loro obietti procedono per via di astrazione, e tendono alle generalità, la storia invece mira a conoscere l’individuale immediatamente e in quanto tale” [174] . Sarebbe risultato subito evidente come il problema di Ravà, studioso della cultura giuridico filosofica tedesca formatosi alla scuola del Windelband, era anche quello di assumere una posizione rispetto a quel notissimo dibattito, che tanta risonanza ebbe nella Scuola neokantiana sud-occidentale, il quale aveva ad oggetto la ricerca di un efficace e coerente metodo di distinzione delle discipline sociali e giuridiche dalle scienze naturali [175] , che aveva visto impegnati il Windelband, il suo allievo Rickert e il Wundt. Secondo Ravà, infatti, ben difficile era condividere la posizione di Windelband e di Rickert, secondo i quali scienze naturali e scienze dello spirito si sarebbero distinte per il diverso metodo di studio rispetto al loro oggetto. In altri termini, un conto era il metodo in ragione del quale le scienze venivano collocate in questo o in quell’ambito, un conto il metodo conoscitivo delle diverse discipline scientifiche, poiché non solo occorreva tenere distinto il metodo conoscitivo dal metodo che consente di ordinare le scienze, ma per operare una precisa classificazione “si deve partire dagli oggetto da classificare (quindi la classificazione deve essere a posteriori), e astrarre da questi un concetto generale, la cui estensione coincida perfettamente con questi oggetti. Ciò fatto, la partizione deve basarsi sopra modificazioni che possono assumere le note essenziali che costituiscono tale concetto di cui si tratta di dividere l’estensione (e in questo senso la partizione è a priori)” [176] . Quanto, invece, al metodo, Ravà sembrava non condividere la distinzione tra metodo nomotetico proprio delle scienze naturali e metodo idiografico caratteristico delle scienze spirituali, a cui egli avrebbe voluto sostituire il termine “scienze sociali”, rispetto alle quali, a suo giudizio, erano astrattamente ipotizzabili il metodo nomotetico “mirante a formare i concetti generali delle azioni al fine di conoscere le leggi, l’approccio storico che usa come chiave teoretica la categoria dell’individualità, l’approccio etico il cui criterio epistemico è dato dal dover essere delle azioni”, finendo, infine, per privilegiare l’approccio etico rispetto al mondo del diritto, anche se sono tutti sempre presenti in vario grado e forma, solamente che uno è di volta in volta prevalente sugli altri” [177] . Tale impostazione avrebbe probabilmente consentito di rifiutare la definizione di filosofia quale “sintesi universale del sapere e coordinamento dei resultati di tutte le scienze”, ma non le avrebbe evitato l’attribuzione di alcun compiti ben precisi: “la filosofia è disciplina di valutazioni e di norme; suo compito è fissare i criteri su cui si basano i giudizi di vero e di falso, di buono e di cattivo, di bello e di brutto; suoi rami fondamentali sono quindi la logica, l’etica e l’estetica” [178] .

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