TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Eppure, nemmeno nel neo-idealismo, il quale, seppur per itinerari diversi [99] , aveva addirittura negato alla filosofia del diritto un ambito autonomo, ora ridotta alla filosofia dell’economia, ora alla filosofia della morale, trasformando in entrambi i casi ogni possibile forma logica del diritto in una forza efficiente che produceva il suo concretarsi nel mondo. E nemmeno potevano ispirarsi a quella scienza giuridica di matrice crociana, sulla quale pesava, invece, non tanto, o comunque non solo, l’idea che ogni teoria del diritto potesse essere ridotta a “una semplice teoria della volontà”, con la conseguenza che “ogni specifico ulteriore lavoro che i giuristi come tali pensassero di dover compiere, sarebbe intrinsecamente svalutato nel suo contributo dottrinale” [100] , ma soprattutto la dottrina dei pseudoconcetti [101] delle scienze matematiche e naturalistiche. E’ pur vero che l’idealismo aveva fornito gli strumenti teorici per superare la differenza tra scienze naturali e scienze spirituali, poiché la contrapposizione era tra le scienze, comprese quella giuridiche che presupponevano il proprio oggetto come già costituito, e la filosofia o pensiero in atto, che contemporaneamente assorbiva e costituiva quel primo momento del pensiero astratto. Non c’è dubbio alcuno pertanto che i pseudoconcetti avrebbero rappresentato il veicolo di un sapere meramente convenzionale il quale, se poteva avere un qualche significato quale argine rispetto alle velleità metafisiche di certo positivismo particolarmente ingenuo, e poteva trovare una qualche giustificazione nella difficoltà da parte del Croce di conciliare natura e storia, comunque negava ogni valore alla giurisprudenza, che veniva considerata una scienza decisamente empirica, non solo meramente classificatoria ma anche priva di quella valenza operativa che caratterizzava il pensiero dei contemporanei Mach [102] e Poincarè [103] , ai quali pure Croce si richiamava [104] . Quanto a Giovanni Gentile, poi, sarebbe bastato evidenziare quanto egli avrebbe affermato nel 1923 in Sistema di logica come teoria del conoscere, così definitivamente negando ogni valenza conoscitiva alle scienze “tout cour”: “alle scienze come atteggiamenti dello spirito la nostra filosofia vuole soltanto dare un avvertimento, che è conforme al loro stesso interesse, ammonendole che a quella realtà cui esse guardano non è tutta la realtà, e perciò è astratta” [105] , in cui risultava evidente l’antipositivismo di fondo e la precisa consapevolezza del rischio dello scientismo.

Ciò nonostante, occorre tenere ben presente, come si vedrà meglio in seguito, che alla diffusione nella cultura giuridico-filosofica italiana dei convincimenti gnoseologici, sia crociani che gentiliani, in un modo o nell’altro, ma entrambi complessivamente in grado di fornire degli strumenti particolarmente efficaci al fine di giustificare l’inutilità di ogni approccio scientifico allo studio del diritto, sarebbe corrisposto un sempre più diffuso interesse dei filosofi del diritto, neo-idealisti e non, per la scienza giuridica.

In realtà, a ben vedere, quella percorsa dagli allievi di Croce e di Gentile, ma non solo, era una via veramente obbligata, dato che occorreva non solo nuovamente ri-conoscere un significato alla propria disciplina [106] , non solo ri-affermare la necessità della categoria della giuridicità [107] , ma soprattutto confrontarsi con quei giuristi che del diritto erano quotidianamente chiamati ad occuparsi, realmente. In questa prospettiva, per restare ai neo-idealisti, risulta ancora oggi esemplare lo sforzo di un filosofo del diritto come Widar Cesarini Sforza il quale, formatosi in una Scuola che insegnava che alla giurisprudenza non si poteva pensare che in termini di pseudoconcetti, non solo intendeva fondare una scienza giuridica [108] , questa sì, consapevolmente pura e convenzionale ma riteneva anche che per uscire dalle difficoltà del crocianesimo, occorreva attribuirle una funzione ben precisa. La scienza giuridica diventava fiduciosa ricerca della “uniformità o legge suprema dei fenomeni”; la giurisprudenza integrale assurgeva “al sistema di tutti i possibili concetti giuridici” [109] ; un modo come un altro per consentire alla giurisprudenza di poter operare nell’esperienza giuridica, nella storia, nella quale pure secondo Croce si ritrovava “il razionale processo comune al tutto” [110] . Come risulterà più chiaro in seguito, quando si affronterà analiticamente la riflessione filosofico-giuridica di Cesarini Sforza, risulta immediatamente evidente che il problema che la sua scienza giuridica, integrale, dovrà sciogliere sarà quello di conciliare l’esigenza di comprendere l’esperienza giuridica a partire dalla natura non conoscitiva dei pseudoconcetti crociani, senza per questo ricondurre nell’alveo magno della filosofia queste istanze conoscitive inerenti alle “scienze sociali”. Oppure, ancora, di quello stesso Ermanno Cammarata, secondo il quale la filosofia del diritto avrebbe dovuto elaborare quelle categorie formali costitutive del mondo dell’azione che dovevano fornire al giurista i criteri fondamentali della qualificazione giuridica, e quindi i fondamenti veramente teoretici della propria ricerca [111] . Tentativi, certo, per alcuni versi, formidabili, ma, per altri, con obiettivi difficilmente raggiungibili che conducono a esiti non sempre soddisfacenti, dato che ci si sarebbe ben presto resi conto che la via di uscita non sarebbe stata quella di mettere mano alle categorie crociane senza revocare in dubbio l’intera costruzione neo-idealista, quanto quella di riuscire a fondare epistemologicamente una giurisprudenza, che certo poteva anche essere definita integrale, ma che prima delle denominazioni avrebbe dovuto essere in grado di accompagnare il giurista nella quotidiana ricerca del suum cuique tribuere.

Per non parlare del giusnaturalismo, rispetto al quale la giurisprudenza aveva sostenuto i primi e i più poderosi sforzi al fine di liberarsi dalle implicazioni metafisiche che esso comportava.

In tal modo, alla sopradelineata concezione della giurisprudenza subentrava, soprattutto in quegli Autori che più esplicitamente si rifacevano alla teoria “dei valori” della scuola sud-occidentale e al ruolo deontologico della filosofia del diritto, una forma di scientismo molto più sofisticata, ma non per questo meno pericolosa. Il problema epistemologico, infatti, era pur sempre quello già posto dal positivismo più attento: la fondazione di una scienza giuridica che potesse accedere al concetto del diritto, il quale doveva contemporaneamente dotare di significato l’esperienza giuridica e costituire il punto di partenza per la determinazione dell’ideale giuridico [112] . E’ oramai patrimonio acquisito della dottrina occupatasi del neokantismo, che ne sarebbe derivato, quale concetto di diritto, una forma vuota, che si sarebbe potuta ottenere “tanto dalla materialità empirica, quanto dalla sostanzialità metafisica, la quale avrebbe potuto, quindi, assumere per contenuto, tanto il rapporto empirico della coesistenza, quanto l’ideale metafisico della relazione intersoggettiva” [113] . Una giurisprudenza, pertanto, quella proposta dal neo-kantismo che, per via induttiva non avrebbe potuto cogliere la condizione essenziale di ogni possibile diritto, a meno di non voler mutare prospettiva e abbracciare il metodo deduttivo [114] , così trasformando quell’ideale giuridico, inteso quale rapporto intersoggettivo in grado di condizionare e valutare l’intera esperienza giuridica, in una vera e propria ipotesi, come tale convenzionalmente assunta, ed efficace nei limiti delle operazioni che con essa si sarebbero volute fare; certo, anche esprimere un giudizio sul contenuto del diritto positivo, purché si continuasse ad avere ben presente che il parametro di tale giudizio non avrebbe avuto nulla che a che vedere con il criterio fondativo di tale valutazione.

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