TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Erano queste le ragione per cui i giuristi che avessero voluto uscire dall’”impasse” nel quale erano caduti in forza della metodologia scientifica del formalismo, ben poco aiuto avrebbero potuto trovare nel positivismo filosofico, il quale, nell’attribuire alla filosofia del diritto uno o più “compiti esclusivi”, contribuiva a rafforzare “il pregiudizio della filosofia come scientia superior, come modo di conoscenza superiore e privilegiato rispetto a quello proprio della scienza” [80] . Nel contempo, esso non sarebbe riuscito a fondare una giurisprudenza [81] che non fosse una mera classificazione di quelle norme nelle quali il positivismo ipotizzava si risolvesse tutta l’esperienza giuridica, riproducendo le metodiche che esso riteneva fossero quelle proprie delle scienze naturali [82] , facendo così ricorso ad un metodo naturalistico che avrebbe consentito di elaborare i principi giuridici di un ordinamento, spiegare le singole prescrizioni giuridiche, intendendo l’ordinamento giuridico come unità ideale di una serie di peculiarità concrete , caratterizzate da puntuali pretese di verità. Salvo, poi, non accostarsi “ad un sistema giuridico col metodo positivistico dell’osservazione dei fatti e dei loro nessi causali”, poiché il giurista avrebbe visto “scomparire davanti a sé l’oggetto della sia ricerca, e al posto del diritto avrebbe visto il “meccanismo giuridico”, cioè gli eventi esteriormente apprezzabili che si sarebbero verificati nell’applicazione del diritto; il posto della scienza del diritto sarebbe preso dalla “sociologia giuridica” [83] .

A dire il vero, un’alternativa poteva essere quella di ricondurre la scienza giuridica all’alveo delle “scienze storiche” [84] , sulle quali incideva, però, la ormai raggiunta consapevolezza del carattere aporetico di una conoscenza “scientifica” di tali discipline, al modo di un Engels; tema che allora riproponeva in tutta la sua gravità il problema di optare o per il carattere non conoscitivo dei concetti delle “scienze sociali” e fare confluire tali istanze conoscitive nella filosofia, così come, tutto sommato, aveva suggerito il neoidealismo crociano, oppure riconoscere a tali ricerche una specifica autonomia, proprio in ragione della loro scientificità, così come aveva sostenuto Dilthey [85] , nel tentativo di ritrovare ne La Critica della ragion pura un argine al positivismo e alla metafisica tradizionale, del cui importante contributo al chiarimento del metodo della giurisprudenza si discuterà in seguito.

Eppure, un’altra opzione indubbiamente veniva da quelle posizioni, pur sempre astrattamente riconducibili al positivismo filosofico, le quali, sin dai primissimi anni del Novecento, criticavano fortemente quel metodo “sperimentale” e quel “legame metodico di dipendenza” che, a detta di alcuni Autori, avrebbe dovuto consentire di unire il diritto civile “alle scienze antropologiche e sociali” [86] . Nonostante le critiche al positivismo filosofico ottocentesco, quando Brugi affermava che “il problema del metodo non è poi soltanto una questione di logica formale”, poiché “il diritto non è più oggi concepibile come una norma astratta” [87] , la sua preoccupazione non era tanto quella di evidenziare i limiti del metodo naturalistico, visto che non si riteneva vi fosse “differenza di metodo fra scienze fisiche e morali” ma “differenza nella qualità dei fatti e nella molteplicità delle loro cause”, quanto di meglio precisarlo, dal momento che egli riteneva che il procedimento scientifico della giurisprudenza dovesse basarsi sul metodo storico e sull’indagine statistica, “i due massimi congegni dell’odierna giurisprudenza scientifica” [88] . Anzi, da questo punto di vista, il “metodo della ricerca positiva” di Biagio Brugi risulta oggi non solo estremamente interessante, poiché la sua polemica nei confronti dei codici e pertanto contro certo positivismo giuridico, veniva attuata in nome di un’auspicata convergenza tra lo storicismo savignyano e l’approccio empirico delle nuove scienze sociali [89] , ma anche esemplare delle difficoltà di questa rudimentale epistemologia giuridica. Intrapresa tale via, infatti, ci si sarebbe dovuti accorgere che tale scienza giuridica finiva per fondarsi su due assiomi, entrambi frutto di mere ipotesi, l’idea cioè che “la storia” avesse una sua intrinseca razionalità, e la convinzione che la conoscenza fondata sull’”osservazione quotidiana” avrebbe consentito di esaurire l’intera realtà. Percorsi entrambi che, anziché consentire il superamento dell’asserita “contraddizione fra il diritto come fatto storico e un sentimento o istinto giuridico individuale che lo prepara” e conseguentemente la nascita di una giurisprudenza in grado di “guidare la pratica per riformarla” [90] , avrebbero probabilmente favorito una migliore convergenza del metodo sistematico-pandettistico con il dogma giuspositivistico dell’autorità della legge, ma niente di più. D’altro canto, il tentativo di uscire dall’impasse del positivismo attraverso un aggiornamento dello storicismo non poteva che confluire ancora una volta nel positivismo giuridico [91] . Infatti, se da un punto di vista metodologico, con lo storicismo, abbandonato il metodo dogmatico-cartesiano, le scienze avevano cercato il loro fondamento, anziché in postulati razionali, “nella realtà storica criticamente accertata” [92] , non vi poteva essere dubbio alcuno che, se il criterio storico veniva elevato a criterio di verità, le realtà storica considerata come la vera realtà ed il processo di formazione storica delle istituzioni giuridiche invocato a giustificazione delle medesime, l’oggetto proprio delle scienze morali non poteva che coincidere con il diritto positivo [93] . A ciò ben poco avrebbe potuto aggiungere il positivismo, nonostante “la psicologicizzazione dei valori spirituali che sarebbero venuti in questione per i contenuti giuridici” [94] , poiché, se la storia si era “cristallizzata” nel diritto positivo, la cui autorità, seppur solo per ipotesi, era garantita dall’intrinseca razionalità della stessa, i fatti che il giurista avrebbe dovuto osservare non potevano essere se non quelli che il legislatore aveva già giudicato degni di osservazione: le norme giuridiche poste dal legislatore. L’effetto sarebbe stato probabilmente solo quello di aver reso definitivamente inutile ogni discussione sui rapporti tra la scienza e la filosofia giuridica, essendosi sostanzialmente risolta quest’ultima nella teoria generale del diritto, nonché quello di accentuare i rapporti di contiguità tra il metodo dello storicismo e quello del naturalismo giuridico, caratterizzati entrambi da “un monismo empirico”, per utilizzare le parole di Gioele Solari [95] .

E’ pur vero che un’altra risposta di una certa rilevanza poteva venire da pensatori di formazione positivista, come il Falchi, i quali correttamente ammonivano che la filosofia, se voleva essere veramente positiva, non si sarebbe potuta ridurre ad un ingenuo biologismo, ma doveva fare posto al problema gnoseologico, poiché “se nell’uomo e nella sua mente l’a-priori si troverà ad esistere come elemento costante e come condizione di ogni apprendimento, il positivista non avrà smentito i suoi principi, riconoscendo una verità che è ricavata dall’indagine obiettiva della realtà” [96] . Ma è altrettanto vero che, pur intendendo attribuire alla costruzione scientifica quell’unità ed organicità che difficilmente poteva essere raggiunta dalla dogmatica e dalla teoria generale le quali, valendosi di un metodo esplicitamente induttivo, continuavano a smarrirsi nell’analisi senza mai giungere alla sintesi, lungo questo itinerario, si sarebbe solo riproposto in tutta la sua gravità il problema del concetto dell’a-priori del diritto, che tanto aveva impegnato le scuole neo-kantiane.

A ben vedere, il problema risultava sciolto solo apparentemente; anzi, addirittura complicato. Infatti, il posto del tranquillizzante scientismo comptiano, che pure Ardigò prima e Alessandro Levi dopo avevano perspicuamente disvelato, veniva preso da uno scientismo molto più infido e spesso di non facile decodificazione. Infatti, non c’è dubbio alcuno che quella scienza giuridica di matrice positivista sviluppatasi nei primi decenni del Novecento, anche se nata come critica al positivismo filosofico ottocentesco, a ben vedere, avrebbe continuato a prescrivere di aggregare e generalizzare concetti, mostrando una particolare propensione per la teoria generale del diritto [97] , che sarebbe però rimasta priva di ogni valenza conoscitiva. Caratteristica questa che il Bobbio degli anni Cinquanta, analizzando la teoria generale di Alessandro Levi, avrebbe grandemente elogiato, considerato che, a suo giudizio, “il problema più interessante non sarebbe stato quello generico della funzione del concetto di rapporto giuridico in una teoria del diritto, bensì quello più specifico della legittimità di questo concetto in ordine ai problemi concretamente posti e risolti nella trattazione”, ma “a partire dai canoni metodologici addotti”, la compatibilità degli stessi con la teoria fondamentale a cui si sarebbe ispirata” [98] . Un sapere indubbiamente operativo, dato che il problema gnoseologico era stato devoluto al sapere filosofico, al quale spettava il compito di indagare il fondamento e le condizioni necessarie a garantire la validità e la legittimità degli esiti della scienza giuridica, così dovendosi porre l’ulteriore problema che tali risultati altro non sarebbero stati se non successive generalizzazioni, ottenute per via induttiva, dei concetti della dogmatica.

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