TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

[312] Cfr. A. Ravà, Sul concetto di diritto. Nota critica, cit., p. 7, in cui il maestro padovano affermava: “crediamo insomma che il concetto del diritto implichi anche un criterio per valutare il diritto”. Per, poi, continuare che la sua concezione “si basa sulla convinzione, che il solo elemento trascendente la realtà, e non mai ad essa riducibile, sia un elemento valutativo e normativo; e che quest’ultimo sia anche implicito nei concetti. Le idee insomma forniscono così i criteri per giudicare la realtà, come i concetti per intenderla. Concetti, norme, idee, hanno però una comune radice nell’elemento sostanzialmente unico ed essenzialmente normativo che trascende la realtà. Intendere implica quindi giudicare. E il concetto del diritto, mentre serve a riconoscere che cosa è diritto, richiama il criterio per giudicare quale diritto risponde più eminentemente ai caratteri giuridici , cioè qual è il diritto ottimo. IL diritto eccellente è a un tempo il diritto per eccellenza”.

[313] G. Capograssi, Il problema della scienza giuridica, cit., p. 68, il quale così continuava: “cioè una volta stabilito che il diritto può essere, è, concetto del diritto, bisogna analizzare come agisca quel diritto di cui il diritto, nella sua universalità logica, è concetto: ossia come agisca l’esperienza giuridica, come e perché sia esperienza giuridica”.

[314] Cfr. G. Del Vecchio, La Giustizia, p. 62, in cui il filosofo affermava che “secondo il concetto formale della giustizia vi ha necessariamente un riconoscimento reciproco di più soggetti: ogni proposizione giuridica implica una relazione intersubbiettiva (sub specie alteritatis). Ma, mentre la nozione formale ammette nel proprio ambito una innumerevole serie di gradi e una infinita varietà di figure di tale specie […], il criterio ideale di tale giustizia si traduce invece una esigenza categoricamente determinata, che non si appaga di una relazione intersubbiettiva qualsiasi, fondata su un riconoscimento anche parziale, difettoso o aberrante, e cioè sottoposto a limitazioni e deviazioni empiriche e contingenti, bensì impone il riconoscimento eguale e perfetto, secondo la pura ragione, della qualità di persona, in sé, come in tutti gli altri, e per tutte le possibili interferenze fra più soggetti”.

[315] Cfr. B. Croce, Teoria e storia della storiografia (1917), Bari, 1943, p. 75, in cui il filosofo afferma che la storia non è “l’opera imponente […] dell’empirico e irreale individuo, ma l’opera di quell’individuo veramente reale, che è lo spirito eternamente individuantesi”.

[316] Cfr. G. Gentile, Introduzione alla filosofia ( ), Firenze, 1952, p. 19: “la sola realtà solida, che mi sia dato affermare, e con la quale deve perciò legarsi ogni realtà che io possa pensare, è quella stessa che pensa; la quale si realizza ed è così una realtà, soltanto nell’atto che si pensa”.

[317] F. Lopez de Onate, Studi filosofici sulla scienza del diritto, cit., p. 26.

[318] Op. cit., p. 41.

[319] Op. cit., pp. 48, 51.

[320] Op. cit., p. 75.

[321] Occorre subito chiarire che tali saggi, e soprattutto quello esplicitamente dedicato al problema della scienza del diritto nascevano in una temperie filosofica ancora profondamente influenzata dal neoidealismo di matrice crociana. Per una esatta ricostruzione del pensiero di Capograssi, occorre vedere E. Opocher, La filosofia politica di Giuseppe Capograssi, ora in Giuseppe Capograssi filosofo del nostro tempo, Milano, 1991, pp. 53-81, ma anche V. Frosini, Saggi su Kelsen e Capograssi, Milano, 1988, pp. 139-150.

[322] Cfr. G. Capograssi, Leggendo la “Metodologia” del Carnelutti, in Riv. int. Fil. dir.”, 1940; L’ultimo libro di Santi Romano, in “Riv. trim. Dir. pubbl.”, I, 1951, pp. 46-75; Impressioni su Kelsen tradotto, in “Riv. trim. Dir. pubbl.”, IV, 1952, pp. 767-810; Il problema di Vittorio Emanuele Orlando, in “Riv. ital. per le scie. giur.”, VI, pp. 14-35, i quali contributi sono ora tutti contenuti in Opere, rispettivamente vol. IV, pp. 293-320; V, pp. 221-254; V, pp. 311-356; V, pp. 357-384.

[323] Cfr. G. Capograssi, Leggendo la “Metodologia”, cit., p. 304.

[324] P. Piovani, La filosofia del diritto come scienza filosofica, cit., pp. 22-23.

[325] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., p. 182.

[326] G. Capograssi, Leggendo la Metodologia, pp. 304-306.

[327] Op. cit., p. 306.

[328] Cfr. G. Capograssi, Il problema di V.E. Orlando, cit., p. 363, in cui il pensatore abruzzese afferma: comunque voglia prendere per modello l’inimitabile pandettistica, l’inimitabile scienza del diritto privato, si trova di fronte ad un oggetto che non riesce a fermare da nessuna parte, ad un oggetto, come egli stesso ha detto, che si trova “allo stato liquido” (Scritti per Carnelutti, IV, p. 617); e come si fa a dare una forma all’acqua, che prende tutte le forme e non ne ha nessuna? Di fronte a quest’acqua, che è in perpetuo moto di corrente, come trovare il punto fermo, anzi i punti fermi, che dovrebbero essere le posizioni giuridiche, i principi, gli istituti, le norme e insomma il diritto pubblico?”

[329] Op. cit., p. 368.

[330] Cfr. U. Pagallo, La struttura della conoscenza scientifica, cit., p. 340, nel quale il filosofo padovano ha evidenziato come Capograssi riprende l’assunto epistemologico che era già stato proprio dell’Orlando, “l’idea cioè di poter dimostrare la corrispondenza ultima tra “convenzioni” e “realtà” mediante la fondazione “obiettiva” dell’esperienza pratica; per cui, in definitiva, non può darsi, a giudizio del filosofo abruzzese, una ipotesi scientifica “vera” che non sia pienamente adeguata alla natura del proprio oggetto”.

[331] G. Capograssi, Impressioni su Kelsen tradotto, cit., p. 343.

[332] G. Capograssi, Il problema della scienza del diritto, cit., p. 59.

[333] Op. cit., p. 63.

[334] Op. cit., p. 69.

[335] Op. cit., pp. 83, 88, 93-94.

[336] Cfr. F. Gentile, Il giovane Capograssi nei due saggi sullo Stato (1911-1918), in Due convegni, cit., pp. 311 ss.

[337] Cfr. U. Pagallo, La struttura della conoscenza scientifica, cit., pp. 335-337; ma anche B. de Giovanni, Vico e Marx: due “autori” di Capograssi, in Due convegni, cit..

[338] Cfr. G. Zaccaria, Esperienza giuridica, dialettica e storia in Giuseppe Capograssi, Padova, 1976.

[339] Cfr. M. D’Addio, Storia e politica in G. Capograssi, in Due convegni su Giuseppe Capograssi, a cura di F. Mercadante, Milano, 1990, p. 93, in cui si leggeva che per Capograssi “la storicità è la dimensione esistenziale dell’individuo, in quanto realtà sostanziale, metaempirica, ciò significa che l’individuo, la verità che è in lui e che fonda la sua individualità, non si esaurisce nel dato storico ma sempre trascende e lo rinviaa principi, a valori, esigenze, che si esprimono certamente nel tempo ma che, nella loro assolutezza e verità, hanno un valore e un fondamento metatemporale”.

[340] G. Capograssi, Leggendo la Metodologia, cit., p. 310.

[341] G. Capograssi, Il problema della scienza giuridica, cit. p. 184.

[342] Op. cit., p. 167, in cui il filosofo abruzzese appunto chiariva come “proprio il sistema, l’imprescindibile sistema a cui obbedisce anche la più umile esegesi, se il lavoro è scientifico, dimostra[va] che l’astrazione non ritagliava dal concreto immagini o frammenti di sua fantasia”, ma “proprio il sistema [avrebbe dimostrato] che l’astrazione non perde mai contatto con la profonda forza da cui nasce questo mondo”.

[343] G. Capograssi, Leggendo la Metodologia, cit., p. 315.

[344] G. Capograssi, Il problema della scienza giuridica, cit. pp. 191, 195.

[345] Cfr. G. Capograssi, Leggendo la “Metodologia”, cit., p. 300: “allo scienziato, dice Meyerson, il rapporto che ha scoperto empiricamente non appare mai come una realtà puramente empirica: sempre si crea in lui la convinzione che dietro l’apparenza c’è una ragione, e che la legge empirica deve essere fondata sull’essenza delle cose”.

[346] U. Pagallo, La struttura della conoscenza scientifica, cit., p. 345, il quale evidenzia anche come Capograssi avesse essenzialmente presente Boutroux, Bergson, Blondel e Meyerson, sulla base dei quali riferimento culturali il filosofo padovano concludeva come l’univa via per Capograssi fosse quella di “fornire una interpretazione “sostanzialistica” e affermare l’effettiva capacità della scienza di conoscere realmente il proprio oggetto” (p. 346).

[347] U. Pagallo, La struttura della conoscenza scientifica, cit., p. 352.

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