TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

[239] F. Olgiati, Il concetto di giuridicità, cit., pp. V-VI.

[240] Tale saggio veniva discusso e recensito da N. Bobbio, Il diritto come relazione, in “Riv. Int. Fil. Dir.”, 1936, pp. 367-369, e da E. di Carlo, Il diritto come relazione, in “Riv. int. Fil. dir.”, 1936, pp. 291-295 ; e più recentemente da M.A. Cattaneo, Il diritto come valore e il problema della pena, in U. Scarpelli, e Tomeo (controllare) (a cura di), Società, Norme e Valori. Studi in onore di Renato Treves, Milano, 1984, pp. 171-172, ma anche A. Carrino, L’irrazionale nel concetto di comunità e diritto in Emil Lask, Napoli, 1983.

[241] R. Treves, Il diritto come relazione, cit., p. 7; la tesi di Treves poggiava sull’idea che le scuole neokantiane avevano risolto il principio della sostanza in quello della relazione, considerato che ques’ultimo comprendeva “le tre categorie subordinate della sostanza, della causalità e della reciprocità e risolve quindi in sé il concetto di sostanza che era stato considerato dalla logica aristotelica e tomistica come categoria prima”.

[242] R. Treves, Il diritto come relazione, cit., pp. 5-7.

[243] Cfr. op. cit., p. 51, ove Treves afferma che “dopo aver rilevato come nel neokantismo il concetto di relazione pura rappresenti, ora l’universale logico, ora il principio ontologico della realtà giuridica, ora solo l’essenza, ora l’essere stesso del diritto, interessa, in questa seconda parte della nostra indagine rilevare brevemente come tali concezioni debbano venire distinte da quelle, apparentemente analoghe, delle teoria generale e della dogmatica del diritto”.

[244] Tesi singolare, addirittura spregiudicata secondo P. Piovani, Momenti, cit., p. 77.

[245] Cfr. A. Tanzi, Renato Treves. Dalla filosofia alla sociologia del diritto, Napoli, 1988, p. 16, il quale afferma che “se alcuni sistemi paiono risolvere l’universale logico del diritto in una pura forma di relazione”, e “altri sistemi neokantiani sembrano risolvere in relazione formale pura l’essere stesso del diritto”, l’unica possibilità della filosofia del diritto non poteva che consistere allora che nell’analisi di questa relazione formale”.

[246] Cfr. A. Tanzi, Renato Treves. Dalla filosofia, cit., p. 20, secondo il quale “l’attenzione posta a qualificare il rapporto tra scienza e filosofa è un altro dei motivi di fondo della sua riflessione di quegli anni, con la conseguenza che “il diffuso senso di disorientamento della scienza del diritto, l’opposizione, sempre più aperta, tra assertori della validità formale dei concetti giuridici, e scuole antiformaliste, ripongono la necessità di formulare una concessione non dogmaticamente pura ma pretesa a cogliere nella sua purezza quella che, proprio allora, cominciava ad essere definita come la scienza giuridica”.

[247] Cfr. R. Treves, Empirismo e idealismo nella scienza del diritto, cit., p. 189, in cui egli affermava che “i più gravi e i più altri problemi della scienza del diritto possono essere considerati sottodue punti di vista differenti, possono essere risolti secondo due atteggiamenti di pensiero diversi, anzi, contrastanti: da un lato, quello della scienza, della vita, del senso comune, che vede il particolare, l’individuale empirico e non coglie l’universale […]. Dall’altro lato, l’atteggiamento della speculazione, della ragione, della filosofia, che vede l’universale e non il particolare empirico, che considera come reale la sintesi in cui si risolvono e si superano tutti icontrasti, tutti idualismi e non considera come tali itermini che la compongono, i quali, presi separatamente, non sono latro che mere astrazioni prive di valore concreto”.

[248] R. Treves, Il diritto come relazione. cit., p. 19.

[249] Op. cit., p. 43.

[250] Op. cit., p. 35.

[251] Op. cit., p. 43.

[252] Sul punto si veda K. Larenz, Storia del metodo, cit., pp. 19-27, secondo il quale fu Puchta che con assoluta chiarezza mise la scienza giuridica del suo tempo sulla strada del sistema logico nel senso di “una piramide concettuale” e ne decise con ciò l’evoluzione verso la “giurisprudenza formale dei concetti” (p. 21). A formare il diritto di un popolo sarebbero le singole massime giuridiche, la cui connessione viene trasformata “nella connessione logica dei concetti, e questa connessione logica è considerata come fonte conoscitiva di massime giuridiche in precedenza ancora ignote” (p. 22).

[253] Cfr. op. cit., pp. 32-38, secondo il quale Windscheid considera il “diritto come qualcosa di storico e al tempo stesso di razionale”, intendendo la ragione, non più in maniera oggettiva come Savigny e Puchta, “ma in maniera soggettiva”, come la “volontà razionale” del legislatore” (p. 33). Egli, “al culmine della piramide concettuale del diritto privato, pone il concetto del diritto soggettivo. Ma al posto di una derivazione etica di questo concetto, egli ne dà una definizione intesa in senso psicologico”, cosicché il diritto soggettivo diventa “un potere della volontà” attribuito dalla persona all’orfdinamento giuridico” (p. 36).

[254] R. Treves, Il diritto come relazione, cit., p. 57, in cui Treves rinvia ad un lungo brano di E. Kaufmann, Critica alla filosofia giuridica neokantiana, tr. it., pp. 51-52.

[255] Op. cit., p. 126.

[256] Op. cit., p. 59.

[257] opere

[258] R. Treves, Il diritto come relazione, cit., p. 74, nel quale veniva anche immediatamente affermato che per quei neokantiani per i quali la relazione pura coincide con il principio ontologico del diritto, come Kelsen, “il diritto oggettivo è pura forma, e quindi sussiste indipendentemente da qualsiasi contenuto che è qualcosa di estraneo al diritto, qualcosa di metagiuridico”.

[259] Op. cit., pp. 125-126.

[260] Cfr. op. cit., p. 100, in cui la scienza del diritto veniva definita come “quel lavoro diretto a comprendere , a sistemare, a classificare, a definire i fenomeni giuridici che costituisce appunto l’oggetto specifico delle indagini e delle costruzioni di tale scienza […]”.

[261] P.Piovani, Momenti, cit., p. 76.

[262] Cfr..R, Treves, Momenti, p. 102, ove la scienza giuridica dovrebbe tendere a quel medesimo scopo cui tendono le scienze naturali.

[263] Cfr. op. cit., p. 104, in cui l’Autore sosteneva che il neokantismo non avrebbe “raggiunto nel campo speculativo il suo scopo, cioè quello di dare una scienza pura fondata su un concetto giuridico universalmente valido […]”.

[264] Cfr. P. Piovani, La filosofia del diritto come scienza filosofica, cit., pp. 22-23, secondo il quale esisterebbero “meditati orientamenti della filosofia del diritto come filosofia della scienza giuridica”; intesa “in senso stretto” la filosofia del diritto altro non sarebbe se non “esami dei metodi della scienza giuridica o valutazione e correzione analitica del loro linguaggio”.

[265] Cfr. E. Opocher, Il problema della natura, cit., p. 2: “[…] vi è specialmente nella letteratura anglosassone tutto un filone di pensiero che tende sempe più a sfrondare la filosofia del diritto dai suoi tradizionali problemi, per ridurla, appunto, ad una mera ricerca epistemologica sulla natura della giurisprudenza”.

[266] Cfr. A. Baratta, Il positivismo, cit., pp. 40-

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