TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

[105] G. Gentile, Sistemi di logica come teoria del conoscere, II, Bari, 1923, p. 338.

[106] Cfr. sul punto. P. Piovani, Momenti, cit., pp. 49-50, il quale rileva come tali pensatori “pur quando seguono vie tra loro diverse e divergenti, sono concordi nell’opporsi all’annullamento dell’attività giuridica in quella economica o nell’attività morale”, poiché è proprio l’osservazione della realtà autonoma del diritto che induce anche chi è assia vicino al Croce o al Gentile a non sottoscrivere le rispettive tesi etico-giuridiche dell’uno o dell’altro.

[107] Cfr. L: Caiani, La filosofia, cit., pp. 62-63, il quale riteneva che la categoria della giuridicità fosse recuperabile “vuoi affermando il valore speculativo della categoria della socialità”, come avrebbe fatto Felice Battaglia, “vuoi rivalutando il momento della tipicità e dell’astrattezza, elemento esenziale della normatività giuridica”, dato che l’astrattezza non avrebbe caratterizzato la sola norma, ma l’intera esperienza giuridica, quale creazione del momento astratto dello spirito.

[108] W. Cesarini Sforza, Sulla possibilità di una scienza giuridica pura, in “Riv. crit. di scien. soc.”, 1914, nn. 8-9, pp. 410-422.

[109] Sul punto si veda W. Cesarini Sforza, Il concetto del diritto e la giurisprudenza integrale, Milano, 1913, p. 117.

[110] Sulla questione si veda E. Garin, Cronache, cit., pp. 271-272, il quale afferma che “laddove l’unità del reale era nel Gentile il pensiero in atto, e quindi nella filosofia così intesa tutto si risolveva, nel Croce l’unità era la storia, ossia il razionale processo comune al tutto: perché questo e non altro vuol dire il suo spiritualismo assoluto. […] Ora se è esatto questo storicizzare la filosofia, in quanto mobile soluzione di un risorgente problema, la filosofia è anche consapevolezza non mutabile dei limiti del mutare, ragione delle ragioni storicamente sorte e tramontate, operosa ragione come consapevolezza dei limiti dell’operare. Questo, in realtà, era il crocianesimo”.

[111] Cfr. A.E. Cammarata, Contributi ad una critica gnoseologica della giurisprudenza, Roma, 1925.

[112] Cfr. A. Ravà, Il concetto, cit., p. 38, nel quale afferma che il concetto del diritto “pur essendo logicamente distinto dall’ideale di perfezione […] implica anche un criterio per valutare il diritto”.

[113] R. Treves, Il diritto come relazione, Torino, 1934, pp. 96-97.

[114] Cfr. N. Bobbio, Scienza e tecnica del diritto, Torino, 1934, pp. 23-24, in cui il filosofo piemontese evidenziava i limiti di quel metodo che “ha di mira i dati storici senza i quali nessun concetto giuridico è possibile e tende quindi ad elaborare i vari concetti con la comparazione dei vari istituti”, poiché i suoi concetti sarebbero “non rigorosi, non hanno carattere di stabilità e non comprendono tutta l’esperienza possibile”. Ma anche di quella metodologia in cui si “bada all’elemento logico intrinseco ad ogni concettualizzazione, in cui, poste alcune proposizioni primitive, si ricavano le proposizioni secondarie attraverso una concatenazione necessaria di deduzioni logiche”, alla quale è stato mosso il rimprovero di non comprendere la vita, di essere “fuori dalla storia”.

[115] Cfr. I. Petrone, Contributo all’analisi dei caratteri differenziale del diritto, in “Riv. it. per le scien. giur.”, XXII; 1896, p. 344, il quale contesta al positivismo filosofico il metodo induttivo, evidenziando come “gli stessi principi più evidenti e più luminosi non sono, dopo tutto, che delle credenze, la cui origine si è venuta obliterando, e le quali si proiettano all’occhio dell’osservatore a guisa di teoremi ottenuti per dimostrazione”. Ma anche G. Del Vecchio, I presupposti filosofici della nozione del diritto, Bologna, 1905, p. 119, secondo il quale “rifarsi dall’esperienza del diritto per dedurne il concetto, e presumere di costruire questo secondo i dati di quella, è […] un vero panlogismo”. Occorre, poi, registrare la risposta a Del Vecchio di A. Levi, Una concezione formale della filosofia del diritto, in Scritti minori di filosofia del diritto, vol. I; Padova, 1929, p. 73, sostenendo che “ i concetti che il metafisico crede di determinare a priori, non saranno se non inconscie astrazioni di dati anteriormente osservati”; nonché l’intervento di A. Ravà, Recensione a G. Del Vecchio, I presupposti filosofici, cit., in Scritti minori di filosofia del diritto, Milano, 1958, il quale, sempre nell’intento di ritrovare un ponte tra essere e dover essere, ritiene che nel concetto del diritto non possa non essere implicito un elemento valutativo, strettamente connesso all’idea del diritto, ed al criterio di valutazione dello stesso.

[116] Del Vecchio, Diritto ed economia, in Studi sul diritto,vol. II, Milano, 1958, il quale contesta al Croce la concezione secondo la quale il diritto coinciderebbe con l’economia, e ritiene invece che il diritto occupi uno spazio autonomo tra economia e morale, poiché “il principio etico si traduce in due ordini o determinazioni universali dell’operare, secondo che si applichi a distinguere e dirigere le azioni possibili di uno stesso soggetto, ovvero le azioni possibili tra più soggetti”. Fin troppo nota la risposta di B. Croce, Conversazioni critiche, Serie V, Bari, 1939, p. 286, secondo il quale Del Vecchio riferirebbe “l’Universale Giuridico, come lo chiamano, un filosofico ircocervo, che sarebbe “giuridico” ma avrebbe “un carattere etico”, e che, in fondo, adempie al solo ufficio di fornire una base alle cattedre di filosofia del diritto, sincretiche per definizione”. Per una disamina del termine ircocervo nell’accezione crociana, si veda F. Gentile, Un filosofico ircocervo, in “Rass. Dir. civ.”, 3/1982, pp. 963-965.

[117] R. Treves, Il diritto come relazione, cit., p. 20.

[118] Sulle quali benissimo, op. cit., pp. 19-24.

[119] Cfr. M. A. Cattaneo, Metafisica del diritto e ragion pura, Milano, 1984, p. 137, secondo il quale “il concetto è formale e tende alla delimitazione, con metodo logico, del volere giuridico da altri tipi di volere umano […]”; sul punto si veda anche E. Di Carlo, Intorno al recente trattato di filosofia del diritto di R. Stammler, in “Riv. int. Fil. dir.”, 1923, pp. 59-77.

[120] Cfr. G. Del Vecchio, I presupposti filosofici, cit., p. 185, secondo il quale tra l’ideale ed il fatto empirico, il concetto costituisce una sorta di termine medio, dato che esso deve essere “indifferente e neutrale rispetto a tutti i principi giuridici quali che siano”.

[121] G. Solari, L’indirizzo neokantiano nella filosofia del diritto, in “Riv. int. Fil. dir.”, 1932, pp. 319 ss.

[122] N. Tabaroni, La terza via neokantiana, Napoli, 1987, p. 98.

[123] Op. cit., p. 47.

[124] E. Opocher, Lezioni di filosofia del diritto, Parte generale, Padova, 1967, pp. 93-94.

[125] La filosofia del diritto sarebbe una sorta di teoria generale, nella quale “si raccolgono sommi concetti, comuni a tutte le scienze”. Si veda sul punto F. Carnelutti, Teoria generale del diritto, I. ed., Roma, 1940, p. 3, ma anche F. Carnelutti, Introduzione allo studio del diritto, Roma, 1943, pp. 10-11. Ma tale concezione la si ritrova espressa anche successivamente: “le ricerche che noi abbiamo fatto intorno alle prove, per quanto siano state fatte per servire la teoria dei fatti giuridici o del processo, hanno messo in luce dei concetti, dei quali, se ne avessero conoscenza, gli storici o i logici potrebbero servirsi con grande utilità. In questo modo gli scienziati fanno della filosofia […], in quanto mettono il capitale di ciascuna scienza a profitto anche delle altre, formando qualcosa come un fondo comune a tutte, il quale che altro può essere se non quell’insieme di concetti fondamentali che chiamiamo filosofia?” (cfr. F. Carnelutti, Profilo del pensiero giuridico italiano, ora in Discorsi intorno al diritto, II, Padova, 1953, p. 180); anche se solo qualche anno dopo tale concetto espresso in modo parzialmente diverso: “questo vuol dire che la scienza del diritto, come ogni altra scienza, del resto, deve proseguire oltre i limiti della propria materia e del proprio oggetto. Ne dovrebbe venir fuori una scienza, che da un lato eccede i limiti di ogni scienza particolare e perciò è generale; dall’altro, risulta dal concorso delle scienze particolari e perciò è comune tra di esse: non una scienza in sé, ma il risultato di una collaborazione fra tutti gli scienziati. E’ un vero e proprio demanio scientifico in quanto appartiene a tutte le scienze, nessuna delle quali potrebbe vivere senza di esso: e si dovrebbe chiamare “teoria generale della realtà” (cfr. F. Carnelutti, Le fondazioni della scienza del diritto, in Discorsi intorno al diritto, III, Padova, 1961, pp. 23-24.)

[126] P. Piovani, Linee di una filosofia del diritto, Padova, 1968, pp. 8-9.

[127] F. Carnelutti, Bilancio del positivismo giuridico, in Discorsi intorno al diritto, II, Padova, 1953, p. 253, in cui l’Autore afferma: “se cerchiamo di renderci conto di quale sia veramente il risultato del lavoro sistematico ci si accorge che accade per esso , come ogni volta, in cui si mettono in ordine le cose, che disordinatamente la vita ci presenta: si rivelano così man mano quei collegamenti tra di esse, cioè nel campo del diritto, tra le varie leggi, i quali sono bensì nascosti ai nostri sensi, ma non sono perciò meno reali delle cose e delle leggi stesse; si rileva cioè che non tutto il diritto è nelle leggi […]. Il diritto è molto più nei principi che nelle leggi, le quali ne costituiscono manifestazioni particolari; ma i principi non si vedono, sebbene si intuiscono e poi sono razionalmente verificati”.

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