TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

[7] Cfr. A.E. Cammarata, Su le tendenze, cit., p. 234.

[8] Cfr. F. Carnelutti, I giuristi e la filosofia, in “Riv. int. Fil. dir.”, 1923, II, pp. 184-189, in cui l’Autore afferma: “Io credo che a dirimere questa specie di malinteso che esiste, non dico tra i giuristi e i filosofi […] molto varrebbe, come avviene sempre, la sincerità. I giuristi devono confessare che non sono filosofi e i filosofi che non sono giuristi. E la colpa è di questo meticcio, che noi chiamiamo filosofia del diritto […]”.

[9] Per un’accurata ricostruzione della filosofia giuridica dei primi decenni del secolo scorso, quantomeno fino agli anni Quaranta, si veda G. Del Vecchio, Lezioni, VII ed., Milano, 1950; G. Del Vecchio, La Giustizia, IV ed., Roma, 1951; A. Ravà, Lezioni di filosofia del diritto, I vol., IV ed., Padova, 1934; W. Cesarini Sforza, Guida allo studio della filosofia del diritto, II ed., Roma, 1946; per utili indicazioni bibliografiche, vedi anche G. Perticone, Teoria del diritto e dello Stato, Milano, 1937. Le Riviste nelle quali si può seguire con maggiore attenzione la produzione filosofico giuridica italiana è la Rivista internazionale di Filosofia del diritto, fondata da Giorgio Del Vecchio e alcune altre Riviste filosofiche: la Rivista di Filosofia, la Rivista italiana di scienze giuridiche, e l’Archivio giuridico. Per una puntuale ricostruzione dei più diffusi orientamenti filosofico-giuridici, di fondamentale importanza P. Piovani, Momenti della filosofia giuridico-politica italiana, Milano, 1951, pp. 29-97,

[10] Cfr. I. Vanni, Lezioni di filosofia del diritto, IV ed. a cura di W. Cesarini Sforza, Bologna, 1920, p. 6.

[11] Si veda A. Baratta, Il positivismo e il neo-positivismo, in R. Orecchia (a cura di), Atti dell’XI Congresso Nazionale della Soc. It. di Fil. Giur. Pol., II, Milano, 1976-77, p. 30.

[12] Cfr. I. Vanni, Lezioni, cit., pp. 14-18.

[13] Sul punto si veda A. Levi, Per un programma di filosofia del diritto, Torino, 1905, p. 40.

[14] Ancora A. Baratta, Il positivismo, cit., p. 33.

[15] Cfr. A. Groppali, Il problema del fondamento intrinseco del diritto nel positivismo moderno, Torino, 1905 e Il diritto come atto sociale, Roma, 1941, nel quale il suo positivismo finisce per divenire sociologismo, destinato a cogliere il valore della “idealità sociale”, e a cercare ciò che è volontario e ciò che non lo è nella collettiva fenomenicità giuridica.

[16] M. A. Vaccaro, Sul rinnovamento della filosofia del diritto, in “Rivista Italiana di sociologia”, 1902.

[17] A. Levi, Per un programma, cit., p. 115.

[18] A. Baratta, Il positivismo, cit., p. 35.

[19] Ibidem.

[20] A. Levi, Per un programma, cit., p. 66; ma anche A. Falchi, La concezione positiva del diritto, Bologna, 1905, il quale rileva che la filosofia, se vuol essere veramente positiva, non npuò ridursi ad ingenuo biologismo, ma deve fare posto alla ricerca critica e al problema gnoseologico.

[21] Bene P. Piovani, Momenti della filosofia giuridico-politica italiana, Milano, 1951, p. 43, in cui l’Autore evidenzia l’allontanamento del Levi dal positivismo e l’avvicinamento a posizioni idealistiche: “L’esistenza di un ordine giuridico, mentre pone la questione della relazione tra tecnica e diritto (cfr. Filosofia del diritto e tecnicismo giuridico, Bologna, 1920), mentre spiana la via alla rappresentazione del diritto come ordinamento (Saggi di teoria del diritto, Bologna, 1924), impone un deciso allontanamento da ogni forma di sensazionismo […], mostrando che il riconoscimento dell’ordine vigente e l’ingresso nell’io nella società presuppongono la validità di un principio etico e quindi il rispetto della moralità”.

[22] Cfr. A. Baratta, Il positivismo, cit., p. 40: “l’impegno civile nella filosofia del diritto positivista si manifesta insomma come fiducia nel fatto che un lavoro scientifico sulla realtà giuridica possa contribuire a risolvere contraddizioni , ad accompagnare l’evoluzione sociale,

[23] Si veda G. Carle, La filosofia del diritto nello stato moderno, I, Torino, 1903, pp. 59, 421.

[24] A. Baratta, Il positivismo, cit., vol. II, p. 26.

[25] F. Gentile, Per fare il punto sulla filosofia giuridica e politica italiana degli anni Settanta, estr. da “Archivio giuridico”, vol. CXCIII, fasc. I, 1977, p. 28.

[26] Cfr. R. Brugi, Introduzione Enciclopedica alle Scienze Giuridiche e Sociali, Milano, 1928, pp. 15-33.

[27] Cfr. A. Falchi, La positività della filosofia, Sassari, 1914, secondo il quale “la scienza coordina, raggruppa, classifica in base a criteri più costanti e ad esigenze più generali. La sua coordinazione non è però l’ultima possibile, il suo aggruppamento e la sua classificazione non giunge fino all’unificazione né obiettiva né soggettiva; non si eleva, né alla causa, né alla legge ultima e comune dei fenomeni studiati, né al concetto che tutti li comprende come pura forma logica”.

[28] Esemplare a tal proposito la discussione tra il Brugi e il Maggiore, riportata anche da L. Caiani, La filosofia, cit., p. 33-34, n. 38, poiché consente di toccare con mano le difficoltà nelle quali s’imbatteva il penalista Giuseppe Maggiore utilizzando gli strumenti epistemologici messigli a disposizione dal neoidealismo, nel tentativo di apprestare una qualche risposta alle diffidenze di B. Brugi, Fatto giuridico e rapporto giuridico, in “Riv. int. Fil. dir.”, 1921, p. 14 ss, il quale dichiarava: “A noi poco importa se la norma si debba pur essa rappresentare come un rapporto originario tra gli individui o rapporto creativo, determinato da quell’indefinibile processo che ci vien dipinto come “atto del pensiero che si fa storia”.

[29] Si veda B. Croce, Il compito della logica, 1910, p. 202, ove il filosofo continua: “[…] ma perpetuamente nascenti dal seno della storia reale (storia a parte obiecti), e perciò essa è nell’atto medesimo storia (a parte subiecti), giacché risolvendo il problema filosofico che le condizioni storiche propongono, illumina quelle condizioni stesse, le spiega, le caratterizza quali realmente sono, e cioè le storicizza e le narra”; rispetto al quale afferma E. Garin, Cronache, cit., p. 272 “e questo forse il Croce intese dire quando parlò di filosofia come metodologia, anche se a render ambiguo il concetto di storia – e, quindi, il suo “storicismo” – pesò da un lato la dissoluzione pseudopragmatista delle scienze della natura male incidendo sul rapporto tra natura e storia, e dall’altro l’influenza gentiliana dell’identità storia- storia della filosofia – filosofia”.

[30] Cfr. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, 1947, p. 48.

[31] Cfr. B. Croce, Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia, Napoli, 1926, p. 39.

[32] Sul punto si veda B. Croce, Carteggio, pp. 59, 70, 79: “Il naturalismo sorge con la finzione, con la convenzione, con l’arbitrio, con ciò che ha scopo mnemonico e non teoretico… . Scienze naturali, cioè costruzioni naturalistiche, non sono né scienze, né sapere”.

[33] Si tratta di concetti assolutamente irrazionali dal punto di vista teoretico, ma utili dal punto di vista pratico: “uno strumento, un congegno, una macchina che ha valore pratico e che non è sottomesso al criterio del vero e del falso, ma a quello dell’utile dell’inutile”; non si tratta di rappresentazioni, perché “la rappresentazione è sempre individuale”, ma nemmeno di “concetti”, perché “dei concetti manca l’universalità”. Cfr. B. Croce, Lineamenti di una logica come scienza del concetto puro, Napoli, 1905, pp. 63, 65.

[34] B. Croce, Lineamenti, cit., p. 62.

[35] Lucido sul punto il giudizio di Guido Calogero, secondo il quale Croce non solo “prendeva in giro le distinzioni dei giuristi”, ma considerava anche quello del diritto “un mondo dove non si ragiona, ma soltanto si provvede. Sennonché i giuristi, per loro conto, vogliono anche ragionare, e perciò restando delusi ed irritati dalle sue concezioni”; cfr. G. Calogero, Croce e la scienza giuridica, in “Riv. it. per le scien. giur., III-IV (1952-1953), pp. 1-13.

[36] Cfr. V. Frosini, L’idealismo giuridico italiano del Novecento, in R. Orecchia (a cura di), cit., p. 28, secondo il quale “l’idealismo giuridico italiano sull’esempio indicato sia pure in forme diverse da Croce e da Gentile, è consistito in un’opera di dissoluzione del diritto come categoria filosofica e come esperienza del concreto”.

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