TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Eppure, la via da percorrere per uscire dall’impasse non poteva certo essere quella indicata dal neo-idealismo [28] , al quale pure pensatori come Roberto Ardigò e Alessandro Levi guardavano con particolare interesse. In effetti, se è pur vero che per Benedetto Croce compito della filosofia non era quello di unificare ciò che l’intelletto divide, ma di pensare il reale nella sua unità-distinzione, proprio perché ciò che adegua la realtà è il procedimento sintetico a priori del pensiero “risoluzione perpetua di problemi sempre diversi, ma perpetuamente nascenti dal seno della storia” [29] , mentre ogni altra operazione del pensiero non sarebbe stata adeguamento e conoscenza della realtà, ma mera semplificazione [30] , è altrettanto vero che nella Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia, “le leggi hanno il loro valore peculiare, solo in quanto sono prodotto ed oggetto di volontà, come semplici formole, appartengono al linguaggio e alla grammatica, e, come formazione di concetti alla logica” [31] . Pertanto, se l’attività spirituale in cui si risolve il diritto è volizione dell’individuale, il diritto non solo viene radicalmente contrapposto alla morale, ma anche identificato con l’attività economica; i concetti della scienza giuridica, così come quelli della scienza economica e di ogni altra disciplina scientifica [32] , sono pseudoconcetti [33] , e pertanto teorie solo “convenzionali, di comodo, pratiche, economiche, sono conoscenze che non sono veramente conoscenze, conoscenze impure, improprie, erronee, irrazionali; o meglio, irrazionali in quanto conoscenze, sebbene del tutto razionali come fatti pratici” [34] . Risulta chiaro che un tale modo di intendere la filosofia giuridica, che avrebbe comportato la negazione di ogni capacità conoscitiva alla scienza giuridica non poteva certo rassicurare i giuristi, ai quali tale concezione dell’ordinamento giuridico non solo non avrebbe fornito loro alcun aiuto, ma li avrebbe costretti ai meri tecnicismi degli esercizi dogmatici [35] , del tutto privi di ogni capacità di realmente cogliere l’oggetto della loro ricerca nella sua complessità [36] .

Poche speranze, seppur per ragioni specularmente opposte, venivano anche dalla filosofia di Giovanni Gentile [37] . Se l’atto del pensiero è la volontà morale, e la filosofia del diritto è lo studio di quella volontà che ha già voluto se stessa, una specie di forma astratta di quella moralità [38] , diritto e morale rappresentano pertanto un’unità dinamica, poiché il diritto è il momento astratto del voluto e la morale il momento concreto del volere, ambedue necessari alla dialettica della volontà, i quali finiscono per coincidere quando il diritto si risolve “nella concretezza dell’atto volitivo” che “crea la legge e, creandola, la vuole” [39] . D’altro canto, è chiaro che se è lo stesso Giovanni Gentile a ritenere che “la filosofia del diritto avrà diritto a vivere finché si manterrà filosofia, alla quale non si perviene movendo dal diritto, come non si perviene da nessun altro concetto empirico; poiché tutti i concetti, quando siano già rigorosamente determinati sono già filosofia, e non possono germogliare altrove che nel suo terreno” [40] , si ripropone il problema di comprendere quale sia per una concezione filosofica a tal punto immanente [41] , che non sembrerebbe esservi spazio per un ambito entro il quale avrebbe potuto operare la scienza, in particolare quella giuridica. Che per Gentile non possa essere accolta non solo la “teoria generale del diritto”, la quale perviene ad un concetto empirico del diritto” a causa dell’analisi dei fenomeni giuridici, dell’astrazione, la generalizzazione e la formulazione di classi e leggi generiche”, ma anche la “sociologia”, che è posta in correlazione con “l’influsso speciale della scuola storica del diritto” e con “l’influsso generale del positivismo naturalistico” [42] , sono considerazioni ormai condivise dalla dottrina che si è occupata del suo articolato pensiero filosofico [43] , il problema rimane, invece, quello del ruolo da destinare alla scienza giuridica. A ben vedere, nella costruzione filosofica di Gentile non c’è possibilità alcuna per la scienza giuridica; è pur vero che egli affermerà che filosofia e scienza sarebbero “consapevoli entrambe di trattare lo stesso oggetto e rimuoversi nello stesso mondo, che è il mondo del pensiero, l’una, la filosofia, deve profondersi nell’universale concependolo sempre come il centro e il principio dei particolari; l’altra, la scienza, deve profondersi nel particolare vedendovi però sempre più precisamente l’irradiazione di un principio universale […], si può anche dire che la filosofia insiste nello studio del soggetto, e la scienza in quello dell’oggetto” [44] , ma è altrettanto vero che si tratta di indicazioni molto generiche, poiché è la stessa filosofia di Giovanni Gentile, nell’assorbire l’oggetto nel soggetto, la materia nello spirito, la logica all’etica a “determina[re] il declino della stessa problematica conoscitiva” [45] , e così della pensabilità stessa della giurisprudenza, come autonoma scienza [46] . Ed è proprio “questa negazione dell’autonomia del diritto rispetto all’esperienza nella sua totalità che illustra l’innegabile funzione esercitata a suo tempo dall’idealismo sulla filosofia giuridica e politica italiana, ma ne definisce altresì i limiti, , che sono poi quelli, funzione e limiti, che sia pure con “diversa intenzionalità” finiscono per essere proprio dei suoi eredi attuali” [47] .

D’altro canto, a rendere difficile la possibilità di comunicare tra filosofi e giuristi, tra filosofia del diritto e scienza giuridica, avrebbero collaborato non poco anche le dottrine neo-kantiane, in un periodo appunto in cui il neo-idealismo, si pensi a quello crociano, ricercava la definizione del diritto “a priori” attraverso la ricerca del suo “principio produttivo” o della sua “genesi ideale”, ricorrendo al raffronto con altri schemi “a priori” e relativi ad altri aspetti dell’esperienza astrattamente presupposti e schematizzati come l’economia, ed il giusnaturalismo [48] addirittura insegnava che il giurista [49] non avrebbe potuto “prescindere da quei principi e valori trascendenti che sono propri appunto di questa fondamentale visione del problema del diritto e della giustizia: principi e valori che devono essere sempre di guida e d’ispirazione nella concreta ricerca” [50] , così finendo per rendere sostanzialmente impossibile la scienza giuridica [51] . D’altronde, seguendo una efficace tripartizione di Franco Todescan [52] , nessun aiuto sarebbe potuto venire da quello che viene definito il giusnaturalismo neo-critico, in cui la natura è una “funzione dell’Io” [53] , dato che con “una natura così concepita rispetto alla cultura neo-idealistica, un giusnaturalismo di questo tipo non si poneva in alternativa ma eventualmente in parallelo”, così come dal giusnaturalismo storicistico di Carlo Antoni, “la cui poca incidenza nell’ambito specifico dell’esperienza giuridica finisce per costituire la spia di una incoerenza teoretica”, visto che l’approdo allo storicismo comporta la perfetta coincidenza del diritto positivo con quello naturale, che era precisamente quello che ci si proponeva di evitare, e dal giusnaturalismo neo-scolastico, sul quale sembra pesare una diffusa “corrente di diffidenza e di sospetto verso la cultura giuridica laica e lo Stato moderno da cui è percorso l’ambiente nel quale esso è fiorito” [54] .

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