TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

E’ pur vero che in tal modo la scienza finiva per essere indissolubilmente legata alla filosofia, e quest’ultima all’intera esperienza, al punto che quella di Capograssi è stata definita una filosofia giuridica “astratta” [353] e “misticheggiante” [354] , ma è altrettanto vero che, se in tal modo era possibile procedere alla fondazione epistemologica delle “scienze dello spirito” (Geisteswissenschaften, in cui Geist si opponeva a Natur) e della giurisprudenza in quanto scienza storica [355] , che si caratterizzavano, rispetto a quelle della natura, per un particolare modo di conoscere (Verstehen, per utilizzare la terminologia di Dilthey), era altrettanto vero che anche in Capograssi, come già era in Dilthey, il mondo della natura e le scienze naturali riguardavano la realtà esterna all’uomo, un mondo fenomenico e parziale, che non era pienamente vissuto dall’uomo [356] . Anche se occorre evidenziare che egli riteneva “le scienze che si possono chiamare con parola espressiva storiche”, pur non essendo esteriori al loro oggetto, “non modificano la vita del loro oggetto”, mentre “è perfettamente differente quello che accade per la scienza del diritto”, il cui risultato “è subito preso e fatto proprio dalla vita” [357] . Essa, infatti, contribuiva, avrebbe continuato il filosofo abbruzzese, “a fare il suo oggetto, [il quale] nasce dallo stesso principio da cui nasce la realtà che è il suo oggetto, e nata da questa spinta non ha altro intento ed altra attività, che di fare questa realtà”, che non avrebbe potuto non conoscere, poiché ne aveva esperienza doppiamente: non solo “perché lo spirito che costruisce il mondo del diritto è lo stesso spirito che lo conosce e perciò quel conoscere non è che un vero ricordarsi”, ma anche perché lo spirito nell’atto che conosce il diritto e costruisce la scienza del diritto costruisce ancora l’esperienza giuridica” [358] Non c’è dubbio alcuno che, nonostante tali premesse, e per certi versi anche inspiegabilmente, quando Capograssi avesse ritenuto opportuno delineare la metodologia delle scienze naturali, avrebbe finito per convergere verso quel positivismo realistico, il quale riteneva che sarebbe stata la natura “oggettiva” del fatto a determinare la valenza conoscitiva della corrispondente disciplina scientifica. Lungo tale via, le scienze naturali non avrebbero dovuto fare altro che ri-trovare “i valori” nei “fatti” della realtà [359] , quelle storiche, invece, avrebbero dovuto quotidianamente misurare la differenza tra l’astrazione del concetto e la concretezza dell’esperienza, così rischiando di oscurare anche la fondazione scientifica della giurisprudenza. Quest’ultima, infatti, proprio perché, piuttosto che “perfetta testimonianza dell’intima sostanza dell’esperienza giuridica”, in realtà, avrebbe finito per coincidere con l’esperienza giuridica stessa, con la conseguenza che allora essa effettivamente non sarebbe stata né “una scienza puramente logica, né una scienza puramente storica”, ma nemmeno si comprende come essa avrebbe potuto corrispondere “al duplice fine “di costruire con il suo lavoro concettuale l’autonomia profonda e obiettiva dell’esperienza giuridica, e insieme “di cogliere con il suo lavoro d’interpretazione la vita nella sua concretezza, nella quale l’esperienza giuridica è inserita” [360] . A questo punto, diventa non immediatamente rilevante evidenziare che di fronte a questa “lacerante esigenza”, di considerare l’oggetto della scienza giuridica come “mezzo per i fini della vita”, o come “fine, avente la sua chiusa e completa natura in se stesso”, Capograssi avrebbe dovuto finire per scindere il lavoro del giurista, dato che la prima esigenza sarebbe stata assolta “dal lavoro d’interpretazione”, mentre la seconda “dal lavoro di costruzione”, non solo perché tali affermazione rappresenterebbero la riprova della noncuranza per ogni questione di natura metodologica, ma anche perché tale dualismo, che sarebbe stato il medesimo che avrebbe caratterizzato i concetti della scienza del diritto, sarebbe stato risolto, in ambito filosofico, da quella “profonda intuizione che gli istituti del diritto, che le realtà del diritto hanno il loro fine in se stesse [e] sono loro stesse il loro fine” [361]

E’ pur vero che il convincimento filosofico, in virtù del quale la scienza sarebbe stata quantomeno parte integrante dell’esperienza giuridica [362] ., avrebbe anche dato per risolti alcuni rilevantissimi problemi epistemologici, non ultimo quello concernente il fatto che, seguendo Capograssi nella costruzione di una scienza giuridica che doveva attingere alla pura conoscenza, si sarebbe finito per attribuire al concetto di diritto un significato contemporaneamente filosofico e scientifico, frattura che avrebbe accompagnato tutta la riflessione capograssiana sul diritto, ma è altrettanto vero, secondo l’itinerario da noi tracciato, che essa avrebbe rappresentato un formidabile esempio di come il rinnovato interesse per la giurisprudenza fosse addirittura divenuto piena coincidenza tra la riflessione filosofica e quella scientifica [363] .

Infatti, dal punto di vista prettamente scientifico, ponendoci cioè dall’angolo visuale del giurista che attendeva la fondazione di una metodologia scientifica, dobbiamo osservare che il problema del metodo della giurisprudenza non era in alcun modo affrontato, tanto che si potrebbe senz’altro sostenere che Capograssi non l’avesse nemmeno ritenuto oggetto di una trattazione filosofica sulla scienza giuridica. In effetti, se Treves aveva considerato la scienza come il luogo in cui si dovevano verificare e falsificare le conseguenze dell’accoglimento di questa o di quella concezione filosofica, così legando indissolubilmente scienza e filosofia, cosicché nella costruzione teorica di ciascun concetto teorico-generale, come in quello di diritto soggettivo o di personalità giuridica, egli riteneva fosse possibile svelare il debito nei confronti di questo odi quell’orientamento filosofico, salvo poi verificare se la costruzione scientifica di tale istituto fosse coerente con la visione filosofica che negli intenti dell’Autore avrebbe dovuto costituire il fondamento [364] , in Capograssi, a ben vedere, l’attuata coincidenza di scienza e filosofia altro non avrebbe rappresentato se non la definitiva dissoluzione del discorso sulla scienza giuridica nella trattazione filosofica [365] .

 

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[1] Sono gli Appunti delle Lezioni tenute dal maestro padovano nel 1953, raccolte nel volume E. Opocher, Lezioni di Filosofia del diritto. Il problema della natura della giurisprudenza. Appunti raccolti dagli Assistenti Dott. Luigi Caiani e Dott. Renzo Piovesan, Seconda ristampa della Seconda edizione, Padova, 1963.

[2] Non è un caso infatti che di lì a poco Opocher rinvii agli scritti del Cammarata: “Anche, prescindendo, infatti, dalle note tesi del Cammarata (la filosofia del diritto come critica gnoseologica della giurisprudenza) che perviene ad una simile conclusione non già per un atteggiamento negativo nei confronti della filosofia, ma, all’opposto, perché attraverso un acuto e coerentissimo sviluppo delle premesse idealistiche, sostiene l’identità dell’esperienza giuridica con la giurisprudenza […]”.

[3] Per il noto intervento si veda A. E. Cammarata, Su le tendenze antifilosofiche della giurisprudenza moderna in Italia, in. “Riv. int. Fil. dir., 1922, III, pp. 234-258.

[4] Cfr. L. Caiani, La filosofia dei giuristi italiani, Padova, 1955, p. 1.

[5] Occorre subito chiarire che il termine giurisprudenza verrà spesso utilizzato quale sinonimo di scienza giuridica, così intendendosi, secondo la definizione proposta da Enrico Opocher, l’attività dl giurista o del teorico del diritto che elabora “concettualmente” le norme giuridiche poste dal legislatore, la cui attività assume due direzioni “che, almeno apparentemente, sembrano divergenti: l’interpretazione delle norme e quel processo di elaborazione dei concetti giuridici, quali, ad esempio, quelli di “diritto soggettivo”, di “lecito”, di “sanzione”, di “contratto” e via discorrendo, in cui consiste la “teoria generale del diritto”; cfr. E. Opocher, Il problema della natura, cit., pp. 4-5.

[6] Cfr. op. cit., p. 2, in cui lo studioso padovano richiamava in nota l’articolo di P. Bonfante dal titolo Il metodo naturalistico nella storia del diritto, apparso nel 1917 nella Rivista Italiana di Sociologia, poi in Scritti giuridici vari, IV, Roma, 1925, pp. 46-69, in cui risulta chiaramente espressa la preoccupazione forse maggiore dei giuristi a quel tempo, che era di evitare l’introduzione di elementi genericamente filosofici nella trattazione di problemi specificatamente giuridici, e il saggio di A.L: Levi, Filosofia del diritto e tecnicismo giuridico, Bologna, 1920, nel quale l’Autore ritiene che la filosofia del diritto avrebbe potuto acquistare una qualche rilevanza alla sola condizione di trasformarsi in teoria generale del diritto.

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