TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Ma se la scienza del diritto consentiva di conoscere l’unità dell’esperienza, si poneva anche per Capograssi il valore euristico dei concetti della giurisprudenza: “la scienza del diritto ha per compito di formulare in concetti quelle che sono le volontà e gli assetti temporanei e storici dell’esperienza”, poiché in tal caso conoscere non significherebbe altro se non “esprimere i dettati pro tempore della storia”, oppure ha per compito di tradurre in formole questi assetti, ma partendo da certezze, da principi, da una verità dell’esperienza, che è superiore al fatto storico, che sostiene il fatto storico nei suoi significati umani e lo giudica, nel qual caso conoscere significa conoscere proprio quel principio che fa giuridica l’esperienza, che fa l’unità dell’esperienza al di sotto delle sue rotture?” [327] . Che altro non era se non quello che Capograssi considerava come il problema cruciale di Vittorio Emanuele Orlando [328] , la possibilità di costruire una teoria scientifica, di per sé necessariamente astratta, che potesse anche assecondare i processi evolutivi della storia del diritto che “gli muta continuamente i termini del problema, e lo costringe perennemente a riproporselo” [329] ; rispetto a tale problema, invece, la soluzione proposta da Hans Kelsen [330] avrebbe grandemente impoverito la scienza giuridica, poiché essa avrebbe finito per perdere “ogni natura e funzione perché estranea alla vita”, costituendo soltanto un subiettivo (dell’individuo scienziato) interesse estetico di armonia” [331] , al quale problema egli avrebbe dato una risposta precisa e assolutamente definitiva. Eppure il filosofo abbruzzese non sarebbe riuscito a delineare l’esperienza giuridica prima delle elaborazioni della scienza, finendo per prospettare un’esperienza giuridica non ancora elaborata da una scienza organica, eppure già sottoposta ad una elaborazione nozionale, sia pure primitiva e incosciente.

Infatti, dopo i concetti che la scienza avrebbe formato nel primo stadio del suo lavoro, i quali costituivano “la traduzione e il riassunto nozionale dei principi che la scienza avrebbe trovato nei comandi e nei quali aveva risolto il contenuto dei comandi”, i quali avrebbero consentito “la trasformazione dell’esperienza nell’oggetto della scienza”, cosicché la scienza avrebbe “il suo oggetto che rappresenta e rimpiazza l’esperienza” [332] , occorreva costruire i principi, per i quali “la scienza prendeva il proprio criterio dai principi stessi che il suo lavoro arrivava a scoprire nel dato dell’esperienza” [333] . Eppure, “la scienza non si ferma qui”, essa sarebbe andata oltre, fino al rinvenimento dei concetti generali, “i quali dominano tutta quanta la sua costruzione e le sue conclusioni, “non di là dalla sua costruzione, dai suoi concetti, dai suoi gruppi di concetti ma in questa costruzione in questi concetti, in questi gruppi di concetti” [334] , la scienza si sarebbe avveduta che vi è una sua unità. D’altro canto, sarebbe assolutamente sbagliato ritenere che essi fossero semplici strumenti del lavoro scientifico, poiché essi non solo avevano quel “tanto di verità che è la comune essenza di ogni posizione particolare di atti di volontà nel concreto”, ma altro non sarebbero che “le infinite posizioni che in questo modo avrebbero preso la volontà obiettiva e le volontà soggettive”, in modo tale da costruire una piramide, “per cui i concetti [sarebbero andati] di strato in strato, salendo e intensificandosi in concentrazione unitaria fino a che arrivano a mettere capo ad una specie di concetto fondamentale iniziale e finale che in definitiva è il contenuto di tutti gli altri ed il fondamento di tutti gli altri, poiché gli altri non sono che la determinazione e l’analisi di quest’ultimo concetto” [335] .

Crediamo sia ormai patrimonio acquisito della nostra letteratura giuridico-filosofica, relativamente al rapporto scienza/filosofia [336] , l’indicazione delle ascendenze vichiane [337] ed idealistiche [338] della costruzione capograssiana, nonché l’allontanamento da quest’ultima, fino all’individuazione di una concezione storicista, intesa come la dimensione esistenziale dell’individuo [339] ; anche se è importante non dimenticare che per Capograssi “nella storia c’è la scienza con le sue certezze, con le sue concezioni del mondo giuridico, con la coscienza delle sue esigenze, con i suoi concetti fondamentali: nella storia c’è questa coscienza, che la scienza ha, di una verità profonda, di una profonda esigenza di un nucleo di esigenze spirituali a cui l’esperienza giuridica si riduce” [340] . Risulta chiaro che la scienza giuridica e le sue costruzioni avrebbero consentito di cogliere l’essenza dell’esperienza giuridica, attraverso la costruzione di un impianto, per quanto astratto [341] , che pure avrebbe dovuto costituire l’ossatura dell’esperienza giuridica stessa, inevitabilmente costituito da concetti astratti. Siccome “ogni concetto formato per astrazione – per esempio la vendita -, non è il ritaglio di un tipo o schema di azione, ma è tutta quanta l’esperienza colta in ogni momento” [342] , i concetti “categorici” della scienza giuridica, ai quali si sarebbero riportati quelli “secondari” della dogmatica, sarebbero risultati in grado di “garantire” il diritto dal perenne fluire della storia, poiché attraverso di essi lo scienziato giuridico aveva colto “la verità su cui si fonda il mondo umano della storia e perciò soprattutto il mondo del diritto” [343] : “con ciò ogni nuova posizione della vita è già giudicata: perché viene rilevato quello che è elemento estraneo e contrario alla natura stessa del mondo giuridico, e con ciò condannato dalla scienza”, tutt’altro che “soggetta all’arbitrio del legislatore”, poiché anche il legislatore, “e cioè la coscienza e l’atto che pone la legge giuridica, è anzi colui che riduce il suo arbitrio e si immedesima e si intrinseca nella logica e nella verità dell’esperienza” [344] .

Ai fini della nostra ricerca, e cioè della disamina di come il rinnovato interesse dei rapporti tra filosofia e scienza avesse rappresentato la via attraverso la quale poter recuperare un dialogo tra la speculazione filosofica e la giurisprudenza, occorre evidenziare che la concezione della giurisprudenza propostaci da Giuseppe Capograssi è appunto quella di una scienza giuridica che mira alla pura conoscenza [345] . Ciò significava, e così venendo alla struttura della sua giurisprudenza, da una parte, non solo contiguità tra la scienza e l’oggetto della sua conoscenza, ma l’impossibilità stessa da parte della scienza di pensare allo studio dell’esperienza giuridica dall’esterno; dall’altra, che ne era, a ben guardare, la più ovvia conseguenza, l’idea che la giurisprudenza non potesse attingere alcuna valenza conoscitiva al rigore logico-formale della ricerca scientifica, proprio perché “la struttura ipotetico-convenzionale della scienza veniva, infatti, respinta, non potendo una forma di conoscenza “parziale”, “economica”, “strumentale” pretendere di realizzare una piena e autofondativa consapevolezza di sé”, a meno di non interpretarla “come momento particolare e “derivato” di un più ampio e “vero” quadro di riferimento fornito appunto dal sistema delle categorie filosofiche” [346] .

Lungo questa via, sarebbe risultato chiarissimo che, così come per il giurista Capograssi doveva essere immediatamente risolto il problema del “valore di verità o il valore di utilità” dei concetti giuridici, poiché la sua costruzione della scienza avrebbe consentito di saldare la convenzionalità dei concetti giuridici con il divenire della storia, a cui è legata la scienza del diritto, “anche se non può seguirla fino in fondo”, così per il filosofo Capograssi, anche la difficoltà del rapporto della filosofia giuridica con la scienza dei giuristi avrebbe rappresentato un quesito di non difficile soluzione. Infatti, “se il problema della scienza riflette e rispecchia il problema dell’esperienza”, “in quanto con tutta se stessa riassume in sé la struttura e la crisi dell’esperienza”, “questo problema – del quale ogni singolo problema, che ogni forma particolare dell’esperienza solleva, non è che un aspetto – è il problema della filosofia”, la consapevolezza che “l’intelletto astratto” matura di sé come momento o forma della universale “esperienza” [347] . Ma procedere a “quel complesso di giudizi da cui risulta il concetto”, è possibile “solo in quanto si coglie si intuisce il profondo fine di verità, da cui nasce la realtà che si giudica” [348] . Infatti, ciò che avrebbe consentito di conoscere alle “astrazioni” della scienza di cogliere la problematicità della “concretezza” dell’esperienza giuridica sarebbe quel concetto di “intuizione”, molto vicino alla posizione bergsoniana della immediatezza e certezza assoluta del conoscere, a condizione che esso non si fosse riferito al mondo “esterno”, alle “scienze della natura” diremmo noi, ma si fosse occupato di quel mondo dinamico e vitale, che è la storia, di cui è parte anche il giurista, e che a lui spetta mantenersi ancorato, se non vuol separarsi dal suo stesso terreno di origine e di crescita [349] , il quale, a ben vedere, era il vero apporto del Capograssi alla polemica antipositivista. D’altro canto, rimangono sullo sfondo della riflessione capograssiana, e non sarebbero mai state tematizzate fino in fondo, le istanze di una filosofia, che non solo non poteva più risolvere la scienza in generalizzazioni empiriche a contenuto particolare e determinate come aveva fatto il positivismo, salvo, poi, avere addirittura assolutizzato acriticamente i propri criteri metodologici, ma che si prefiggeva anche di procedere ad una negazione pressoché totale di ogni elemento apriori o trascendentale del concetto di diritto, che potesse in qualche modo essere paragonabile alle forme trascendentali neokantiane. A tal fine, occorreva proporre una conoscenza che, in ogni campo dell’attività umana, così come nell’esperienza giuridica, fosse in grado di procedere con un atteggiamento di “tensione” o aspirazione storica verso l’assolutezza e la validità generale dei principi del conoscere e dell’agire umano [350] , così sostituendo quella concezione relazionale-astratta del conoscere, di origine naturalistico-scientistica, a causa del quale positivismo e neokantismo avevano rappresentato il diritto in termini di fenomeno, sia pure l’ultimo oggettivamente percepito e organizzato dalle forme apriori, con una concezione della scienza in cui vi fosse una quasi totale coincidenza di conoscenza e realtà. Quello che si chiedeva alla scienza era la possibilità della verità totale, e quindi di una fondazione critica e metodologica della scientificità universalmente valida [351] , in senso non più idealistico-trascendentale [352] , né fenomenico-positivistico, ma in modo tendenzialmente realistico, concreto.

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