TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Tutto ciò risulta chiarissimo se, pur con tutte le sofisticazioni della scienza giuridica del Novecento, insistiamo nel ritenere che “con la riduzione del diritto a forma concettuale, resta “ipso facto” ostracizzato dalla cittadella della giuridicità ogni elemento alogico”, dato che “il diritto veniva a priori riguardato come un tutto organico e razionale, come un’unità rigorosamente sistematica”; poiché ne sarebbe conseguito che la completezza dell’ordinamento giuridico, la mancanza di lacune nel diritto sarebbero divenuti dogmi scientifici, né più né meno dell’assolutezza del valore che la scienza giuridica vantava” [291] . Ma se il problema del metodo coincide con gli studi di dogmatica giuridica, oppure solo con le pur importanti questioni dal metodo teleologico, secondo il quale il diritto non può essere scientificamente studiato se non sul terreno della concretezza storica, non ha più alcun significato contrapporre al formalismo giuridico il realismo, come sembra fare Olgiati, i quali entrambi rivelerebbero “una divergenza non solo nei metodi pratici di studio, appellatesi l’uno al concetto, e l’altro alla vita, ma altresì una concezione diversa introno alla natura stessa del diritto che, secondo i primi, sarebbe pura forma e, secondo gli altri, sarebbe anche, e soprattutto, contenuto o scopo [292] . Oppure ancora contrapporvi la giurisprudenza degli interessi, la cui principale aspirazione sarebbe divenuta quella di provare che il sistema logico-formale dei concetti generali e astratti non poteva essere utilizzato come fonte conoscitiva per la produzione di nuove massime giuridiche. Pertanto “i concetti di ordine, come ad es. “diritto soggettivo, atto illecito” sarebbero formati dalla scienza giuridica sulla base dell’ordinamento giuridico positivo esistente, “lasciando da parte ciò che è accessorio e ponendo l’accento su ciò che è comune ed essenziale”, cioè mediante l’induzione ed astrazione”, antitetici ai quali nascerebbero “i “concetti di interesse”, che servirebbero alla comprensione concettuale degli interessi riconosciuti come determinanti, quali ad es. “situazione di interesse, interesse al perfezionamento, interesse alla stabilità” [293] . Per poi dover evidenziare che “per terminologia consolidata” sono “designati” come “concetti giuridici soltanto i concetti di comando, non anche i concetti che fanno capo agli interessi” e farne derivare “un doppio binario nella formazione dei concetti” al quale sarebbe corrisposto “un duplice significato del sistema” [294] .

Pertanto, e riprendendo le fila del discorso, se a ciò si riduce il tema del metodo della scienza giuridica, allora risulta chiaro che è più facilmente comprensibile la ragione per la quale diventa una questione puramente operativa quella di preferire, di volta in volta, un metodo giuridico piuttosto che un altro, dato che alla dogmatica giuridica “può ricorrere un romanista, un giurista che illustra un codice democratico moderno e anche colui che vuol scientificamente commentare il Codice di diritto canonico” [295] , ed è la ragione per la quale è una finta contrapposizione quella tra formalismo e realismo giuridico, scuola del diritto libero e normativimo, giurisprudenza degli interessi e giurisprudenza dei concetti.

E ciò è possibile proprio perché la nozione di giuridicità proposta e indicata dai giuristi porta con sé sempre, e necessariamente, dei connotati di convenzionalità, che fanno propendere per un metodo piuttosto che per un altro, a seconda degli obiettivi che ci si è prefissati. Eppure, se tutto si dovesse ridurre all’operazione che il giurista è chiamato a perfezionare, è abbastanza sicuro che prima dell’operazione non solo non esiste un metodo migliore di un altro, il che è abbastanza ovvio, ma non ha nemmeno senso alcuno porsi il problema epistemologico del metodo della scienza giuridica; eppure, così facendo, si lascia tra parentesi quello che è il problema cruciale di rapporti tra la nozione di giuridicità e il metodo della scienza giuridica: se cioè la scienza debba occuparsi di studiare, classificare e interpretare il giuridico, o non sia piuttosto la scienza stessa a determinare e ad indicare la nozione della giuridicità.

Infatti, solo rendendosi conto che quel medesimo concetto di giuridicità porta con sé necessari profili di convenzionalità, in quanto pur sempre frutto delle costruzioni di un sapere ipotetico-deduttivo (basti solo pensare che esso viene espresso in un linguaggio, il cosiddetto “linguaggio giuridico”), ma nel contempo consente di rappresentare il suo oggetto in termini problematici ed essenziali, è possibile superare quel dualismo nel quale anche Francesco Olgiati finisce per ridurre la sua gnoseologia: da una parte, il filosofo chiamato a costruire un concetto unitario di giuridicità a partire dagli approdi della scienza giuridica moderna, dall’altra, lo scienziato che utilizza il metodo giuridico, a seconda dell’obiettivo che si è prefissato che, certo, risente della sua visione dell’ordinamento giuridico, ma che per questo non può togliere ogni significato di verità alle costruzioni del giurista. Infatti, se riteniamo che di quella medesima nozione di giuridicità, è necessario suggerire una rappresentazione anche in chiave scientifica la quale, certo, non avrebbero escluso quella filosofica, ma l’avrebbe, anzi, probabilmente chiarita, non ci dovrebbe essere dubbio alcuno che tale concetto avrebbe posto il problema della fonte della giuridicità e dei sui metodi di ricerca.

In altri termini, e per concludere, la ricerca di ciò che è giuridico, che, per certi versi, è anche la ri-costruzione di ciò che all’interno di un determinato ordinamento giuridico costituisce fonte del diritto, non è ambito né solo filosofico né solo scientifico, ma è occupazione precipua del giurista, che deve servirsi di un metodo e così costruire il suo oggetto, con l’avvertenza che le successive questioni (interpretazione e classificazione) danno già per risolto il tema dell’oggetto della scienza giuridica, ameno di non voler risolvere il problema alle radici ritenere che è giuridico ciò che Kelsen, con la conseguenz ache al giurista non restrebbe altro se non verificare la regolarità formale della nozione di giuridicità.

6. Una scienza giuridica essenzialmente teoretica: Il problema della scienza del diritto di Giuseppe Capograssi.

Il rinnovato interesse per la scienza giuridica e dei suoi rapporti con la filosofia del diritto sarebbe stato tema che nel panorama giuridico-filosofico italiano avrebbe continuato a diffondersi, anche se lungo le strade e con le modalità più diverse. Se occorre riconoscere che il problema dei rapporti tra filosofia e scienza del diritto era stato posto dagli esponenti più avveduti del positivismo filosofico, come Alessandro Levi [296] , è anche vero che sarebbe stato proprio il positivismo a rendere ancora più complicate le ragioni del chiarimento. La raggiunta consapevolezza dell’imprescindibilità del sapere filosofico nell’esperienza umana, certo, non ricerca metafisica ma analisi “critica”, “fenomenologica” e “deontologica”, Comte permettendo, aveva reso possibile la filosofia giuridica, a condizione di trasformarla in una filosofia dei “compiti” [297] . Nel contempo, ciò aveva contribuito non poco ad erigere un alto steccato tra scienza e filosofia giuridica che, in particolare, grazie al successo ottenuto dal compito “critico” e da quello “deontologico [298] , che le erano stati attribuiti, era divenuta una vera e propria scientia superior, o perché destinata ad apprestare i concetti fondamentali della scienza giuridica (compito logico), non risultando peraltro mai esplicitamente chiarito se tali “sommi” concetti fossero ulteriori generalizzazioni dei concetti della scienza giuridica, allora qualitativamente non diversi da questi ultimi [299] , oppure veri e propri assiomi, allora convenzionalmente posti; oppure perché destinata ad esprimere una valutazione sull’ordinamento giuridico, diventando essa ricerca di “quelle grandi idealità sociali, che escono dalla stessa rivoluzione storica della società umana, e che sono additate allo Stato come la nobile metà, che esso deve proporsi di raggiungere” [300] .

Non sarà certo questa la sede per analizzare il percorso filosofico di pensatori come Eugenio Di Carlo o Antonio Falchi, entrambi di formazione positivista, i quali, costituiscono oggi due emblematiche rappresentazioni delle strade che si sarebbero potute percorrere nell’intento di ripensare al rapporto filosofia/scienza giuridica dall’interno stesso del positivismo filosofico. Né sarà questo il momento per sottolineare come sarebbe stata una via senza uscita, almeno ai fini che a noi interessano, quella indicata da Di Carlo, secondo la quale principio essenziale per la comprensione dell’ordine giuridico sarebbe stata l’identificazione della giuridicità con il canone di giustizia della filosofia tomistica [301] . Oppure, ancora, quella suggerita da Antonio Falchi, nel quale il problema di andare oltre una fenomenologia del diritto significava approdare ad “uno storicismo positivistico di diretta ispirazione vichiana” [302] .

A meno di non voler ricorrere al neoidealismo crociano.

Eppure, non era certo possibile trovare dei solidi sostegni epistemologici nei Lineamenti della logica come scienza del concetto puro, nella quale i concetti della scienza erano definiti “pseudoconcetti” e la scienza non poteva essere in alcun modo considerata attività conoscitiva [303] , tanto che, rispetto alla concezione crociana dei concetti scientifici, diventerebbe anche difficile affrontare il tema utilizzando le categorie convenzionalità e della operatività [304] .

Ma il pensiero crociano era anche identità di storia e di filosofia. Se “storicismo, nell’uso scientifico della parola, è l’affermazione che la vita e la realtà è la storia, e nient’altro che storia. Correlativa a quest’affermazione è la negazione della teoria che considera la realtà divisa in soprastoria e storia, in un mondo di idee e di valori, e in un basso mondo che li riflette o li ha riflessi finora, in modo fuggevole e imperfetto” [305] , la filosofia diventava allora studio della vita e della scienza, poiché “non veniva meno alla filosofia il proprio e particolare suo ufficio; sol che quest’ufficio non stava di sopra e distaccato dalla scienza e dalla vita, ma dentro di queste, strumento di scienza e di vita”, e più precisamente “il momento astratto della storiografia” [306] . E tutto ciò, che pure costituiva uno dei tratti salienti della riflessione filosofica crociana, non avrebbe potuto non rappresentare un efficace strumento per riportare l’attenzione della filosofia giuridica sulla giurisprudenza.

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