TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

In ogni caso, a prescindere da alcuni rilievi che non potranno certo intaccare il risultato di un saggio di primissimo valore, sul quale tutt’al più pesava qualche residuo di naturalismo giuridico [262] , o comunque l’idea, attribuita da Treves anche al neokantismo [263] , secondo la quale la scienza giuridica doveva essere necessariamente pura, va rilevato che l’impianto dell’opera avrebbe rappresentato un passo in avanti nell’impostazione dei rapporti tra la filosofa e la giurisprudenza. Certo, vi era “in nuce”, seppur non ancora tematizzata, l’idea, non solo neopositivista [264] , che la filosofia giuridica avrebbe potuto risolversi nella metodologia della scienza [265] , che altro non è se non un ri-aggiornamento della concezione della filosofia del positivismo ottocentesco, alla quale spettava il compito di elaborare i sommi concetti della scienza [266] , l’una e l’altra accomunate da un poderosa istanza antimetafisica, eppure, Il diritto come relazione costituiva la conferma di come la filosofia potesse realmente pensare di orientare l’operato della scienza [267] .

Un passo in avanti, anche se non del tutto decisivo, poiché mancava nel Treves, occorre dirlo, una puntuale consapevolezza del carattere necessariamente anche convenzionale dei concetti della giurisprudenza, che gli avrebbe consentito di problematizzare il concetto del diritto, come principio a priori della conoscenza giuridica dal quale pure egli riteneva di dedurre tutto il sistema. E’, infatti, sintomatico che, pur essendo l’intero saggio l’occasione per ri-pensare al rapporto tra filosofia e scienza, che doveva essere il viatico per inquadrare il problema della natura della giurisprudenza, mancasse ogni riferimento non solo al metodo della giurisprudenza, ma anche la distinzione tra “scienze della natura” e “scienza della cultura” era assunto come un dato pacifico e non più problematizzabile.

E’ pur vero che il Nostro pareva assimilare la giurisprudenza alle altre “scienze dello spirito”, alla maniera del Dilthey, ma è altrettanto esatto che nell’opera non vi era nemmeno l’eco di quel noto dibattito metodologico degli ultimi anni dell’Ottocento tra Wilhelm Dilthey e Carl Menger sulla “fondazione gnoseologica delle scienze dello spirito” [268] , così come a quello promosso da Guglielmo Windelband e perfezionato da Heinrich Rickert qualche anno dopo [269] , che probabilmente avrebbero consentito alcuni chiarimenti.. Ed è estremamente interessante verificare, secondo la cifra teorica proposta da Treves, come egli avesse anche indicato l’itinerario per distinguere il neokantismo della scuola sud-occidentale di Rickert, da quello della scuola di Marburgo di Stammler e Cohen, così sovvertendo l’impostazione tradizionale dei rapporti tra le due scuole neokantiane. Il Rickert avrebbe applicato al solo campo delle scienze naturali, “e non già a quello delle scienze storiche”, il principio della risoluzione della sostanza in relazione”, mentre “la scuola di Marburgo [aveva] voluto applicare un solo ed identico metodo, il metodo trascendentale, a due campi nettamente separati, cioè tanto al campo delle scienze naturali o dell’essere (Sein), quanto a quelle delle scienze dello spirito o del dovere (Sollen)” [270] . E’ abbastanza sicuro che una tale rappresentazione, pur formidabile per il rigore metodologico, lasciava eccessivamente in ombra la lettura della storia e la teoria dei valori proposta dalla scuola del Baden, sulle quali infra, anche se il punto cruciale era probabilmente un altro, la comprensione del quale, in linea con l’interpretazione proposta da Renato Treves, avrebbe potuto consentire di gettare una nuova luce sulla concezione delle “scienze storiche” del Rickert. Non è certo questa la sede per affrontare la complessa tematica, che ancor oggi traccia un solco netto nella epistemologia contemporanea tra coloro i quali ritengono che una teoria, in tanto ha valore di scienza, in quanto è in grado di cogliere e descrivere in termini reali l’”essenza” delle cose [271] , e coloro che, invece, considerano quello della scienza un sapere convenzionale e operativo, le cui costruzioni non consentono di conoscere l’”in sé” delle cose, ma solo di adoperare la realtà in vista di fini predeterminati [272] , eppure è opportuno evidenziare che la conseguenza del principio della risoluzione della sostanza in relazione, dal quale derivava l’universale logico e il principio ontologico delle scuole neokantiane, non poteva essere considerata come una funzione intellettiva destinata a costituire oggettivamente l’esperienza.

In altri termini, siamo con Treves, quando egli affermava che l’a-priori del diritto proposto da queste scuole non avesse inteso fino in fondo il collegamento della forma con la materia proprio del criticismo kantiano, dato che esso aveva già di per sé un carattere di giuridicità “indipendente dalla materia che condiziona[va]”, la quale sussisteva autonomamente di fronte alla forma relazionale che le attribuisce il carattere di giuridicità”. Continuiamo ad essere con Treves, allorché egli sosteneva che il kantiano rapporto tra il concetto e l’idea sarebbe stato travisato dalla Scuola di Marburgo, ma anche da Del Vecchio [273] , poiché il concetto del diritto, così costruito, appariva come una forma vuota, del tutto staccata dalle idee della ragione, divenendo un concetto generale e astratto seppur impregnato di “elementi metafisici e valutativi” nella Scuola di Marburgo [274] , addirittura una ipotesi metodologica nella “Dottrina pura” di Kelsen [275] . Dobbiamo, invece, prendere le distanze da Treves, quando egli lamentava il fatto che nelle scuole kantiane il concetto a priori del diritto fosse degradato da concetto filosofico a concetto scientifico. E’ chiarissimo, infatti, come peraltro era lo stesso Treves ad evidenziare in modo particolarmente brillante, che la dissoluzione della categoria della sostanza in quella della relazione altro avrebbe significato se non la sostituzione di una visione metafisica del diritto con la fondazione di una scienza giuridica convenzionale, in cui l’universale logico e il principio ontologico del diritto ne avrebbero costituito gli assiomi. E’ pur vero che nemmeno le scuole neokantiane si erano rese conto che il loro concetto di diritto era ormai divenuta una vuota convenzione, ma una puntuale consapevolezza filosofica avrebbe loro consentito di approfondire anche il tema operatività, come peraltro avrebbe fatto successivamente Kelsen. Seguendo questa via interpretativa, Treves si sarebbe ben presto accorto che la difficoltà del neokantismo di determinare il concetto dell’a-priori del diritto, la categoria trascendentale che condiziona l’esperienza del diritto e ne costituisce l’essenza, non sarebbe dipesa dal fatto che i principi, oggi diremmo gli assiomi, che dovevano valere come condizione essenziale di ogni possibile diritto erano contraddittori perché dovevano contemporaneamente anche “essere immanenti all’aspetto empirico del diritto” [276] , poiché in un impianto ipotetico-deduttivo non avrebbe rappresentato un problema. Il vero problema, invece, era che non si poteva attribuire all’universale logico del diritto di Stammler, all’ideale giuridico di Ravà, o al principio ontologico di Kelsen, contemporaneamente, la natura di principio filosofico e il carattere di assioma della giurisprudenza. E solo l’acquisita consapevolezza del carattere convenzionale e strumentale del concetto a priori di diritto delle scuole neokantiane, condizionato dall’obiettivo operativo, l’unico che avrebbe potuto dotare di senso la assiomatizzazione dei postulati e dei criteri metodici della scienza, avrebbe consentito al sapere anipotetico e problematico della filosofia giuridica, di recuperare il rapporto kantiano tra concetto e idea, o di forma e materia, per rimanere fedeli all’interpretazione suggerita da Treves, ma, più generalmente, di cogliere l’essenza dell’esperienza giuridica, ciò che la condiziona senza esserne condizionato, proprio per la sua naturale capacità di mettere in discussione i principi oggetto della propria indagine.

Si dovrà concludere che, se Gioele Solari aveva voluto analizzare gli effetti e le evoluzioni delle teoriche giusnaturaliste e di quelle dello storicismo nella costruzione dei più importanti istituti del diritto privato (il possesso, il testamento), e Renato Treves la compatibilità delle filosofie neo-kantiane con alcune rilevanti figure teorico-generali (diritto soggettivo, personalità giuridica), ai fini della nostra trattazione, è particolarmente rilevante che anche Francesco Olgiati, pur percorrendo almeno per certi versi un itinerario inverso, cioè quello di desumere il concetto filosofico della giuridicità a partire dalle più note costruzioni dogmatiche [277] della scienza giuridica moderna, senta la necessità di riportare i problemi della speculazione filosofica nell’ambito delle problematiche giuridiche, quasi a suggerire, e per noi a confermare, che la speculazione filosofica sul diritto non possa fare a meno di affrontare le tematiche giuridiche frutto dell’elaborazione scientifica: “mille dibattiti, che favoreggiano nelle scienze giuridiche, hanno, come, come ultima e profonda ragione, la concezione del diritto, che i singoli giuristi si sono formata. Il sapere cos’è il diritto con precisione e con esattezza non interessa solo il filosofo, ma dovrebbe interessare gli scienziati del diritto, i quali talvolta, in parecchie questioni battagliano tra loro, senza sospettare che l’origine di molte teorie contrastanti sia in questa radice” [278] .

Tale rilevante saggio consente oggi, infatti, anche una pur rapida comparazione con la Storia nel metodo nella scienza giuridica di Karl Larenz, dato che, a ben vedere, si sarebbe trattato di opere che studiano il pensiero dei medesimi Autori, quasi tutti giuristi, l’uno dal punto di vista della giuridicità, vale a dire di ciò che rende un fatto e/o un atto giuridico, l’altro, quello di Larenz, dal punto di vista del metodo della scienza giuridica. In altri termini, la comparazione delle trattazioni di Olgiati e di Larenz, studiosi di formazione non certo contigua, i quali avrebbero analizzato il problema della scientificità della giurisprudenza a partire da prospettive, per certi versi, inconciliabili, consentono oggi di individuare alcune importanti soluzioni nell’intento di meglio i metodi che, chiarire le più rilevanti questioni in tema di scienza giuridica.

Pages 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31