TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

Ciò detto, e così passando all’analisi del saggio di Renato Treves, occorre rilevare che il problema filosofico che egli intendeva sciogliere [240] poggiava sull’idea di fondo che le scuole neo-kantiane si erano caratterizzate per l’affermazione della supremazia del principio logico fondamentale della relazione, nel quale si era risolto quello della sostanza [241] , il quale, poi, nei sistemi neo-kantiani aveva assunto due indirizzi, a seconda che si fosse considerata la relazione pura come universale logico o come principio ontologico del diritto [242] . Chiarito che cosa fosse stato assorbito dalle scuole neokantiane del criticismo kantiano, il passo successivo sarebbe stato quello di verificare se l’universale logico e il principio ontologico avessero assunto un significato coerente rispetto alla gnoseologia kantiana, e in che modo fosse avvenuta l’applicazione di questi principi al campo del diritto, così analizzando la contraddittorietà o meno della giurisprudenza neokantiana [243] . A ben vedere, il saggio del maestro torinese non era un’opera di epistemologia, o di metascienza giuridica, ma l’enunciazione e la tematizzazione di una suggestiva tesi di storia della filosofia giuridica [244] , la cui valenza teoretica sarebbe stata verificata non solo con riferimento alle opere di quei filosofi del diritto che si proclamavano neokantiani, ma anche, e soprattutto, in relazione a quei giuristi che ritenevano di fare scienza giuridica applicando la metodologia delle scuole neokantiane, in particolare quella di Marburgo [245] . Il metodo seguito risultava pertanto, almeno in qualche misura, innovativo, poiché non si trattava solo di affermare che filosofia e scienza giuridica avrebbero dovuto occuparsi del medesimo oggetto di studio, come avevano cominciato a fare con i migliori propositi i filosofi del diritto, quanto piuttosto di analizzare, concretamente, gli effetti dell’adozione della prospettiva filosofica neokantiana sul contenuto delle teorie scientifiche dei giuristi che si dichiaravano continuatori del metodo del criticismo kantiano [246] .

In altri termini, il problema posto, la tesi sostenuta e la confutazione compiuta erano subito indicati e pertanto facilmente verificabili; secondo l’impostazione dei rapporti tra filosofia e scienza suggerita [247] , i risultati ottenuti dalla scienza giuridica dovevano costituire il criterio di valutazione della bontà della tesi filosofica proposta. Riservandoci di affrontare in seguito la trattazione della metodologia delle scuole neokantiane seguendo l’itinerario indicatoci da Enrico Opocher, che ci consentirà anche di esprimere una valutazione sulla tesi filosofica proposta da Renato Treves, ci basti rilevare che per ora il punto non sarà quello di comprendere se è corretto sostenere che le dottrine filosofiche di Petrone, Stammler e Del Vecchio “nel trattare il problema logico del diritto, pur riferendosi alle premesse generali della filosofia kantiana e neo-kantiana, avevano svolto delle dottrine che rilevavano solo con qualche analogia con l’applicazione completa di tale principio [della risoluzione del concetto di sostanza in quello di relazione]” [248] , nelle quali la forma pura del diritto rappresentava “solo l’universale logico del diritto” e non l’essere stesso del diritto, mentre l’ideale di giustizia era parte integrante del diritto, “tanto che una filosofia giuridica sarebbe [stata] incompleta senza una indagine deontologica diretta a determinare questo ideale” [249] . Né sarà questo il momento per discutere se effettivamente nel Kelsen la “relazione formale pura” fosse divenuta “non solo l’universale logico, ma l’essere stesso del diritto”, il principio ontologico della realtà giuridica, cosicché l’unica indagine della filosofia del diritto diventava quella logica [250] , dal momento che ogni investigazione rivolta a determinare “l’ideale di giustizia è una semplice ideologia fondata sulla volontà e sulla valutazione, del tutto distinta dalla filosofia del diritto la quale è, e deve essere, esclusivamente logica del diritto, teoria della conoscenza e non della volontà” [251] .

Si tratterà, piuttosto, di verificare come l’intento del Treves risultasse duplice. Da una parte, confutare la nota tesi sostenuta anche da Kaufmann, secondo la quale il neokantismo avrebbe avuto una “intima e sostanziale concordanza” con la dogmatica giuridica di Puchta [252] e di Windscheid [253] per la scienza civilistica, e con quella di Gerber e Laband per la scienza pubblicistica”, fino al punto, con il Kelsen, di ridurre “la stessa scienza positiva del diritto a scienza normativa”, dato che il formalismo giuridico di questa scienza del diritto, sviluppatasi come pura scienza sistematica libera da ogni radice storico-giuridica, aveva una “sostanziale affinità elettiva” con il neokantismo interpretato come “opposizione tra essere e dover essere, fra trattazione genetica e normativa, fra forma astratta e contenuto concreto” [254] . Dall’altra, esaminando i concetti di “diritto oggettivo, “diritto soggettivo”, “personalità giuridica”, verificare quale posizione avessero assunto i due indirizzi del neokantismo, di fronte ai concetti della scienza giuridica. La terza parte del saggio sarebbe stata, invece, dedicata ad una verifica conclusiva sul tentativo di “risolvere il diritto in relazione pura”, sia in quei sistemi che “considerano questa relazione come universale logico”, sia in quelle costruzioni che “la considerano come principio ontologico” [255] . Quanto al primo obiettivo della ricerca, Treves dimostrava come il formalismo della “giurisprudenza dei concetti” e della scienza giuridica positivista fosse profondamente diverso rispetto a quello delle scuole neokantiane. E’ pur vero che vi sarebbe stata una qualche analogia tra la forma astratta e il contenuto concreto del neokantismo e il rapporto tra proposizione giuridica e realtà sociale della teoria generale del diritto proposte da certa giurisprudenza d’ispirazione positivista, ma è altrettanto vero che, mentre per queste scienze giuridiche il contenuto concreto del diritto costituiva la realtà giuridica “e la forma del diritto rappresenta un semplice astratto, una pura generalizzazione logica”, per le teoriche neokantiane è invece “proprio la forma, e non già il contenuto, quella che rappresenta[va] la realtà giuridica (Kelsen) o almeno la condizione a-priori, l’universale logico di questa realtà (altri indirizzi neo-kantiani)” [256] . Anche in relazione al secondo obiettivo, veniva evidenziato come i concetti di “diritto oggettivo”, “diritto soggettivo” e “personalità giuridica”, accolti da quelle scienze giuridiche in cui più era forte l’influsso del formalismo giuridico, tra le quali Treves evidenziava in particolare quella dello Zitelmann [257] , venivano determinati in base al loro contenuto, così come riteneva quella filosofia giuridica che considerava “la relazione pura come semplice universale logico”; al contrario, i neokantiani che consideravano la relazione pura come principio ontologico riducevano “a tale relazione non solo l’essenza, ma anche l’essere di questo concetto” [258] .

Con la Conclusione dell’opera ritorna preponderante il tema dei rapporti tra filosofia e scienza; ed era lo stesso Treves a precisare che l’intento complessivo del saggio non era quello di dimostrare che i neokantiani “non sarebbero riusciti a dare delle dottrine pure, ma soltanto delle costruzioni astratte e formali”, poiché tale problematica avrebbe rappresentato l’occasione per “impostare in modo positivo il problema della scienza e della filosofia giuridica” [259] . Fornitoci il criterio di decodificazione dell’opera, si tratterà ora di verificare se l’attuata disamina del pensiero neokantiano avrebbe consentito di chiarire il rapporto tra filosofia e scienza ed eventualmente di diversamente impostarlo. Appare oggi abbastanza sicuro che la preoccupazione principale di Treves non era quello di indicare che cosa avrebbe rappresentato la speculazione filosofica, e dove essa si sarebbe differenziata dai procedimenti intellettivi della scienza giuridica [260] , né tanto meno quella di delimitare i diversi campi di analisi; tutt’al più, anche se solo secondaria, vi era la preoccupazione di “delimitare i confini in cui scienza e filosofia potevano muoversi” [261] . E’, infatti, pacifico che egli non avesse alcun dubbio che alla filosofia del diritto spettasse il compito di indagare quegli stessi ambiti dei quali si occupava la scienza giuridica, il diritto oggettivo, il diritto soggettivo, il concetto di personalità giuridica, al fine di comprendere se alla base della costruzione di quei fondamentali concetti del diritto positivo vi fosse un orientamento filosofico, e se vi fosse una qualche coerenza tra tali impianti, civilistici o giuspubblicistici, e le teorie filosofiche che ne costituivano il fondamento. Non vi dovrebbe essere nemmeno alcuna perplessità nell’affermare che la tesi appare più suggestiva, quando Treves fornisce un preciso criterio distintivo del neokantismo di Stammler o di Del Vecchio rispetto a quello di Cohen e di Kelsen, poiché le pagine dedicate al tema squisitamente giuridico mostrano qualche fragilità. Non solo quando venivano indicate le ragioni per le quali occorreva distinguere il formalismo dei giuristi da quello dei filosofi neokantiani, dato che le scienze giuridiche, che venivano indicate quali termini di paragone, non erano immediatamente riconducibili alle teoriche del neokantismo, bensì a concezioni che potevano definirsi solo “lato sensu” formaliste. Ma anche perché non risultava particolarmente efficace distinguere quel formalismo giuridico della giurisprudenza che, per definire i concetti di “diritto oggettivo” e di “diritto soggettivo”, comunque doveva rinviare ad un contenuto, da un formalismo giuridico della filosofia, proprio di pensatori come Kelsen, per i quali il contenuto non apparteneva al concetto di diritto; il rischio era evidentemente quello di costruire un concetto di formalismo giuridico ad uso dei giuristi, al quale andava attribuito un significato ben preciso, da uno diverso, proprio dei filosofi, che non poteva però essere trasferito all’ambito giuridico.

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