TEMI E PROBLEMI DI SCIENZA GIURIDICA
Il dibattito in Italia prima della nascita della scuola analitica di Torino
di Federico Casa

E’ però solo con la seconda parte degli anni Trenta, che la filosofia giuridica italiana avrebbe sviluppato un particolarissimo interesse per la scienza giuridica; soprattutto per la natura della giurisprudenza e la sua metodologia, anche se ciò sarebbe avvenuto per sentieri impervi e tortuosi, non sempre facilmente praticabili per i filosofi, spesso difficilmente ri-percorribili anche per i giuristi.

Infatti, non potrà non essere attribuito un qualche significato alla circostanza che tra il 1935 e il 1955 siano state pubblicate almeno dieci monografie di particolare valore e di estremo interesse, tutte esclusivamente dedicate allo studio della scienza giuridica [197] , senza contare le decine di contributi e di articoli [198] apparsi nelle riviste specializzate, dei quali si tenterà di fornire un quadro quanto più preciso possibile. Basti pensare a Il diritto come relazione di Renato Treves del 1934, a Scienza e tecnica del diritto di Norberto Bobbio del medesimo anno, a Il problema della scienza del diritto di Giuseppe Capograssi del 1937, agli Studi filosofici sulla scienza del diritto di Falcio Lopez de Onate del 1939, a L’interpretazione del diritto di Gino Gorla del 1941, che, anche se non esplicitamente dedicato alla scienza giuridica, avrebbe assunto un rilievo particolare nella disputa sulla natura della giurisprudenza, Diritto e scienza giuridica nella critica del concreto di Luigi Bagolini del 1942, Per una teoria irrazionale del diritto di Bruno Leoni del medesimo anno, Il concetto di giuridicità nella scienza moderna del diritto di Francesco Olgiati dell’anno successivo ma dopo la guerra ristampato nel 1950, La filosofia dei giuristi italiani di Luigi Caiani del 1955, nonché i brevi saggi di due giuristi [199] , uno pubblicato nel 1938 da un giovane avvocato, Arturo Colonna, dal titolo Per la scienza del diritto, l’altro ben più importante soprattutto per la notorietà del suo autore, La Metodologia del diritto di Francesco Carnelutti del 1939. Alle quali vanno aggiunti i tre fondamentali saggi [200] , contenenti anche una puntuale descrizione e puntuale classificazione di tutti i filosofi che abbiano affrontato il problema scientifico della giurisprudenza: Il problema della scienza giuridica di Bruno Leoni del 1940, Teoria della scienza giuridica di Norberto Bobbio del 1950 e Il problema della natura della giurisprudenza di Enrico Opocher del 1953, il cui svolgimento rappresenterà la linea direttiva della presente ricerca.

Inoltre, vanno evidenziate altre due circostanze di particolare rilevanza caratterizzanti il periodo che va dal 1934 al 1955: l’una concernente alcune nuove problematiche della scienza giuridica, che verrà affrontato nel paragrafo successivo, l’altra riguardante gli studi di filosofia del diritto, entrambe sicuramente frutto di un rinnovato interesse della speculazione filosofica per la giurisprudenza e viceversa.

4. Il rinnovato interesse per la giurisprudenza comporta un nuovo approccio allo studio dei rapporti tra filosofia e scienza giuridica. Il rifiorire degli studi di teoria generale del diritto.

Sul versante della filosofia del diritto, occorre, invece, registrare che si sarebbe ben presto imposto un nuovo tema d’indagine, quello avente ad oggetto la disamina dei rapporti tra filosofia e scienza giuridica; ai fini della presente trattazione, basti rilevare che questo sarebbe risultato uno dei più importanti effetti del rinnovato interesse della filosofia per la giurisprudenza, risultando, infatti, evidente che, se da una parte i filosofi avrebbero ben presto avvertito la necessità di determinare in che cosa si differenziasse la speculazione filosofica rispetto a quella scientifica, dall’altra, così facendo, essi comprendevano che tale rinnovato interesse consentiva loro di esprimere un giudizio sul metodo giuridico, così arrogandosi il diritto di lumeggiare e, in qualche modo, anche giudicare l’operato della scienza giuridica. E’ pur vero che questa non può essere ritenuta la sede idonea per affrontare un tema così ampio ed articolato, per il quale senza dubbio sarebbe necessaria una trattazione autonoma, ma è altrettanto sicuramente corretto affermare che nel periodo che interessa, che potremmo definire della rinascenza del problema metodologico nella filosofia del diritto (1953-1955) [201] , il tema per eccellenza diventava quello del rapporto tra la speculazione astratta della filosofia e il sapere per fare della scienza giuridica, il quale avrebbe avuto, inoltre, una nuova impostazione, che si sarebbe caratterizzata per il rovesciamento del tradizionale modo di affrontare la questione. In altri termini, pur con la semplificazione che ogni generalizzazione comporta, e tendendo naturalmente nel dovuto conto le peculiarità dell’approccio di ciascun filosofo, va sottolineato che l’intento era quello di andare oltre sia alla “dottrina dei compiti” del positivismo, sia a quella del neokantismo [202] , in virtù del quale alla filosofia del diritto sarebbe spettata o la funzione logica o quella deontologica, quest’ultima anche coincidente con la prospettazione offerta dal giusnaturalismo. Ma l’intento era anche quello di ri-attribuire un ruolo alla filosofia del diritto, a partire dal neoidealismo crociano e gentiliano, per i quali era la proposizione stessa del problema che non aveva alcun significato, dal momento che la giurisprudenza, quando non veniva del tutto disconosciuta, finiva per identificarsi con la tecnica giuridica [203] .

Il tema dei rapporti tra filosofia e scienza veniva allora affrontato a partire da una nuova prospettiva, in virtù della quale la speculazione filosofica doveva ri-trovare un rapporto con l’esperienza giuridica, e cioè di quel diritto che quotidianamente regola la vita di una comunità; poco importa, poi, se esso fosse identificabile con la norma giuridica (positivismo giuridico), con il diritto che viene effettivamente applicato (realismo giuridico), con l’intera esperienza giuridica, poiché quello che contava era la convinzione che occorreva ampliare la conoscenza del definito concetto del diritto, estendendo la ricerca all’intera esperienza giuridica osservata nella sua globale unità come nei suoi distinti problemi.

La problematica aveva assunto un tale interesse che esso sarebbe addirittura divenuto il tema del II Congresso di Filosofia del diritto che si tenne a Sassari nel giugno del 1955. Solo da una rapida lettura delle relazioni tenute da esponenti autorevoli e non della filosofia giuridica italiana dell’epoca, risulta ampiamente confermata la sopradelineata disamina, secondo la quale, se il principale intendimento dei filosofi era quello di subito chiarire che la filosofia del diritto avrebbe dovuto riflettere su quel medesimo diritto del quale, da sempre, si era occupata la scienza giuridica [204] , rimaneva, invece, una certa prudenza nella determinazione del contenuto di tale oggetto, dato che non era immediatamente chiaro se si dovesse studiare il diritto posto e applicato, oppure quel diritto che era il frutto delle rappresentazioni convenzionali della scienza giuridica.

Ciò avrebbe anche comportato la diffusione di un rinnovato interesse per la teoria generale del diritto, anche se tale affermazione, per poter essere colta esattamente, avrebbe bisogno di una qualche precisazione. Infatti, il nodo della questione oggi non è discutere se fosse preferibile la prospettiva di alcuni pensatori, come Adolfo Ravà, i quali ritenevano che la teoria generale del diritto fosse una materia filosofica e come tale si distinguesse dalle scienze giuridiche particolari [205] , oppure la prospettazione di filosofi, come Rudolf Stammler, secondo i quali essa era una materia scientifica nettamente distinta dalla filosofia del diritto [206] . E nemmeno evidenziare i rilevanti interventi di Norberto Bobbio, il quale, conformemente alle sue convinzioni metodologiche, avrebbe dimostrato che essa non era né l’una né l’altra cosa, ma “una ricerca formale”, cioè degli elementi costitutivi strutturali del diritto, che non è “parte della filosofia del diritto” [207] , alla quale sarebbe allora spettato il “compito” di affrontare il problema della giustizia, “la teoria di quel particolare valore che domina l’esperienza giuridica, e in base al quale il diritto empirico, o storico, o positivo, viene valutato, e, se occorre, trasformato” [208] . E ben poco rileva, ai nostri fini, che, poi, sarebbe stato lo stesso Bobbio ad evidenziare che “tre sono le possibili concezioni del diritto a cui di volta in volta” le diverse teorie generali del diritto avrebbero potuto ispirarsi, fermando l’attenzione “ciascuna sopra un aspetto particolare e saliente dell’esperienza giuridica: la teoria del rapporto giuridico sopra l’aspetto della intersoggettività, quella della norma sopra l’aspetto della coazione, quella della istituzione sopra l’aspetto della organizzazione sociale”. Per poi affermare perentorio che “le ragioni per cui lo studioso sceglie questo piuttosto che quel punto di partenza sono, come si dice, convenzionali” [209] , sottolineando in tal modo la natura assolutamente convenzionale [210] di ogni teoria generale del diritto, ma recidendo nel contempo ogni residuo legame tra la costruzione scientifica e la filosofia del diritto, alla quale sarebbe solo rimasto il compito “ideologico di una presa di posizione dell’uomo di fronte al mondo” [211] .

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