INTORNO A DIRITTI E CULTURE.
LINEE DI RICERCA SU INTERCULTURALITÀ ED ESPEREINZA GIURIDICA.
di Marco Cossutta

8. L’interculturalità fra i diritti ed il diritto.

Dispiegando la propria analisi intorno all’azione, la prospettiva interculturale necessita di un momento di valutazione dell’azione stessa, valutazione che si ponga al di là dell’evento comunicativo. Ciò che più preme rilevare, quindi, è che l’approccio interculturale presuppone il riconoscimento di valori che fondino la validità dell’agire umano, la validità dell’interazione.
Una prospettiva meramente contrattualista non appare, in tale approccio, capace di produrre valori comuni i quali travalichino il convenzionalmente dato, ovvero l’interazione stessa. Questi valori, se per un verso vengono elaborati nella comunicazione, nell’affermazione di un con-senso, per altro presuppongono l’eguale affermazione di una reciproca affermazione di senso, ossia di un riconoscimento reciproco dell’uomo per l’uomo.
In definitiva, si assiste non soltanto la superamento della cosiddetta logica del sospetto , bensì all’abbandono della stessa prospettiva individualistica.
Ecco, allora, come la prospettiva interculturale conduce verso quanto precedentemente affermato in tema di diritto e comunità; non si tratta di porre una teoria di valori, nel duplice senso di elencazione ordinata e di tentativo di elaborazione, quanto di riconoscere il nucleo intorno a cui questa esperienza può dispiegarsi e ordinarsi.
Come è stato sia pur implicitamente rilevato, sia nell’esperienza giuridica, che in quella culturale, è l’idea stessa di codice, quale unico momento costitutivo delle stesse, a dover essere rivisitata.
L’approccio interculturale si definisce, infatti, intorno a tre momenti fra loro correlati: il dato culturale di partenza, acquisito dall’individuo per tramite di ciò che potrebbe essere definito gruppo di appartenenza (lingua, religione, costumi o quant’altro possa rappresentare una sorta di eredità culturale); il momento dell’interazione, nel quale gli individui si incontrano sia a partire dal dato, che dal contesto dell’interazione; ed infine, il momento di valutazione dell’interazione. Quest’ultimo è, proprio a causa della sua natura valutativa, l’elemento che informa l’approccio interculturale stesso. La centralità della valutazione determina il superamento della prospettiva multiculturale. La regola della convivenza diviene la regolarità stessa e non come per certe prospettive la statuizione dei Diritti.
La questione pare, per l’appunto, ricondursi alla fondazione della convivenza non tanto sulla statuizione dei diritti umani, operazione questa di sapore prettamente convenzionale; infatti, il diritto, per essere riconosciuto come tale (valido e, quindi, giustiziabile), deve essere istituito, in quanto regola, da una autorità competente , piuttosto sulla propensione, propria ai consociati, al comportamento regolare.
In questa seconda accezione, la regolarità è assunta a fondamento della regola; è dalla prima che promanano, per mezzo di procedure di istituzionalizzazione, i diritti umani; senza tale fondamento i diritti rimarrebbero lettera morta e potrebbero venire ricondotti ai diligenti compitini di capograssiana memoria. Pare, infatti, dubbio che una regola possa fondare una propensione alla regolarità, tutt’al più indirizzare (kantianamente) l’esteriorità del comportamento. Da qui l’idea di diritto come tecnica di controllo sociale.
La linea di ricerca che pare essere più proficua è quella che tende a non concentrare ed esaurire la propria attenzione sul mero momento estensivo dei diritti umani (intendendo con questo sia la loro fase di statuizione, che quella della loro giustiziabilità). La tensione è, quindi, di ricondurre la speculazione sui diritti umani alla filosofia pratica aristotelica, il che implica, in un certo qual senso, la loro de-contestualizzazione, ritenerli, cioè, privi di asserto e nel far ciò recuperare una prospettiva che si diparte dall’Etica nicomachea.
L’idea dei diritti umani, la loro storica statuizione, non va già ricondotta all’idea di giustizia, quasi che in questi si palesi l’inveramento del bene, bensì alla categoria aristotelica della medietà. Diritti umani come espediente per mezzo del quale si giunge all’indicazione, non esaustiva ma sempre aperta, di un giusto mezzo.
La stessa idea di interculturalità non può che indirizzarsi verso un’idea di medietà aristotelica, caratterizzata dalla dialettica comune/diverso, ovvero, ancora, da una inesauribile ricerca di medietà. La valutazione si impone perciò come uno dei momenti costitutivi l’esperienza pratica.
Viene in proposito sottolineato: "in entrambi i filoni più significativi della filosofia pratica contemporanea, quella di matrice aristotelica e quella di ascendenza kantiana, si registra comunque una convergenza nel sottolineare la centralità della comunicazione e del dialogo intra e interculturale per la delineazione e l’interpretazione delle valutazioni dei soggetti in ordine al modo di condurre la propria vita: in un’ottica, quindi, di tipo partecipativo e non meramente osservatico-avalutativo ovvero in un confronto reale e non puramente teorico" .
In tale prospettiva pare, fra l’altro, superata la contrapposizione fra diritti di gruppo e diritti individuali, che caratterizza da sempre il multiculturalismo ed il dibattito fra le correnti neoliberali e quelle neo-comunitarie.
L’approccio interculturale tende ad offrire una valutazione (un giudizio) sull’azione stessa, presupponendola finalizzata ad affermare un reciproco riconoscimento. In ogni caso, è nel momento dell’azione che la cultura si dispiega attraverso un processo di confronto dialettico, di inesauribile ricerca, più che di un equilibrio fra il noi e gli altri, di un aristotelico giusto mezzo comune ai partecipi dell’interazione, i quali, proprio attraverso questo riconoscimento non si palesano reciprocamente come altro. Allo stesso modo in cui, come è stato sottolineato , all’interno dell’esperienza giuridica è nell’azione che si manifesta la regolarità, la quale non poggia teoreticamente sulla regola, ma sul dispiegarsi della stessa nell’agire. Infatti, il giudizio, momento giuridicamente qualificate dell’agire, nasce dalla possibilità, sempre presente, che l’azione confligga con una pretesa opposta. Compito dell’esperienza giuridica è trasformare il potenziale conflitto in una controversia giuridica, ovvero, in un dialogo fra parti opposte, le quali non si autoescludono, ma che, attraverso il reciproco riconoscimento, esperiscono comunemente il diritto, la regolarità che lega regola ed azione. Per mezzo del giudizio (della valutazione) è possibile riconoscere la giuridicità o meno di un agire.
In definitiva, come già sottolineato, sia nella prospettiva interculturale, che nell’esperienza giuridica si assiste alla riproposizione della dialettica classica, dell’inesauribile indagine intorno al comune ed al diverso.

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