INTORNO A DIRITTI E CULTURE.
LINEE DI RICERCA SU INTERCULTURALITÀ ED ESPEREINZA GIURIDICA.
di Marco Cossutta

5. Comunità e regolarità.

In merito alla domanda precedentemente posta (se e come il diritto possa agevolare, all’interno di una comunità, il confronto di culture diverse), va riconosciuto come la stessa ci consenta di affrontare il nucleo stesso del problema, il quale, di per sé, è contenuto nei termini diritto e comunità. Per un verso, infatti, il diritto offre alla comunità l’ambito istituzionale all’intero del quale la stessa, rappresentandosi, si colloca; per altro è la comunità stessa, con il suo rappresentarsi, a costituire il diritto. Sicché, né il diritto, né la comunità possono sussistere come elementi separati (il noto brocardo ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas può sintetizzare tale riconoscimento).
Si potrebbe affermare, senza voler evocare Kelsen , che il diritto è la comunità e la comunità è il diritto, constatazione, questa, che ci permette di riconoscere come il legame fra il diritto e la comunità debba ritrovarsi non nel loro reciproco rappresentarsi, bensì in una qualità (nel senso di essenza) costitutiva di entrambi: questa qualità è, a nostro avviso, riconoscibile nella regolarità. Infatti, in assenza di regolarità non si dà diritto, allo stesso modo in cui senza regolarità non vi può essere comunità. Il richiamo alla regolarità, intesa quale propensione ad un comportamento regolare, lega inscindibilmente i due termini, tanto da poter riconoscere in questa l’essenza di entrambi.
L’indicazione della regolarità quale momento costitutivo dell’esperienza giuridico-politica, ossia del dispiegarsi della comunità, contrappone violentemente tale prospettiva alla individuazione del potere sovrano quale fulcro del rapporto giuridico-politico. In questo senso, un processo di ordinamento che ha come punto di riferimento l’ordine reale insito al comportamento regolare si oppone teoreticamente e praticamente all’artificialità dell’ordine-comando promanante dal potere sovrano .
Infatti, il processo di ordinamento è costitutivo la comunità e la comunità si sviluppa attraverso un processo di ordinamento; l’ordine è, nel contempo, la risultante dell’esperienza giuridico-politica e il suo nucleo originario, allo stesso modo in cui, per usare una metafora abusata, il frutto è sì il prodotto della pianta ma ne è altresì il nucleo da cui la pianta stessa sorge; ordine e comunità non possono, cioè, venire considerati teoreticamente come termini separati; infatti, l’uno costituisce l’altro.
A fronte di ciò si assiste alla teorizzazione di un ordine estraneo alla esperienza giuridico-politica, ovvero di un ordine che, ordinandola, crea l’esperienza stessa; l’ordine sovrasta la comunità, ne è separato, il rapporto fra ordine e comunità va ricondotto, quindi, al comando, ad una forma di comunicazione verticale e non biunivoca. In questa prospettiva, l’esperienza giuridico-politica non si costituirebbe, né si caratterizzerebbe, quale ricerca di ordine, piuttosto come la risultante di un comando. Qui la comunità si adegua ad un ordine che le è estraneo; estraneo proprio perché non si riconosce a questa la capacità di ordinarsi.
In una prospettiva giuridico-politica, che, di converso, riconosce nella regolarità l’intelligenza del proprio esistere, la comunità non si adegua ad un ordine esterno ma costantemente lo ricerca, di volta in volta lo esprime, lo esperisce, essendo l’ordine il risultato dell’esperienza e, come già evidenziato, l’esperienza la risultante dell’ordine .
Fra le altre, questa idea di ricerca dell’ordine viene evidenziata proprio nella prospettiva descritta dal diritto internazionale privato, di cui si è fatto cenno nel paragrafo precedente oltre che nella riscoperta giurisprudenziale delle teorie penalistiche di Giuseppe Bettiol, di cui la richiamata sentenza della Corte Costituzionale n. 364 del 1988 ne è autorevolissima testimonianza.

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