SUL SIGNIFICATO DELLE PAROLE NELL’UNIVERSO DI DISCORSO GIURIDICO. NOTE INTORNO ALLA TRADUZIONE GIURIDICA.
di Paola Murer

3. Un esempio di intreccio culturale: il francese giuridico del Québec.

3.1 Si è sopra affermato che la trasposizione da una lingua all’altra di un termine facente parte di un discorso giuridico deve tenere conto della cultura giuridica interna propria al contesto in cui il termine si colloca. Quindi, il traduttore deve traghettare, fin dove ciò è possibile, non soltanto la parola, il significante, nella lingua d’arrivo ma anche il significato, nel senso di implicazioni giuridiche, del termine utilizzato nello specifico linguaggio d’origine .
In questo modo la traduzione non tradisce il destinatario, che il più delle volte è anche il destinatario delle obbligazioni che nascono dal documento giuridico. In proposito alle difficoltà di tradurre un testo giuridico, Sacco rileva come "la traduzione consta della ricerca del significato della frase da tradurre, e, della ricerca della frase adatta per esprimere quel significato nella lingua della traduzione. La prima operazione spetta al giurista. La seconda spetta anch’essa al giurista. L’insieme della due operazioni spetta al comparatista, unico competente a decidere se due idee, tratte da sistemi giuridici diversi, corrispondono l’una all’altra; e se una differenza di norme sfocia in una differenza di concetti". In tal modo, per l’autore, solamente un giurista con forti competenze in diritto comparato può accingersi a compiere questa operazione con probabilità di successo, ovvero, come si diceva sopra di non trasformarsi da traduttore in traditore.

3.2 Questo problema non è soltanto relativo alla trasposizione di un termine da una lingua ad un’altra ma, proprio avuto riguardo alla questione della cultura giuridica interna, delle difficoltà possono sorgere anche all’interno della stessa matrice linguistica.
È questo il caso, ad esempio, della lingua francese che dà vita al francese giuridico della Francia, considerata come entità statuale e non cultural-linguistica, ma anche a francesi giuridici diversi, come quello svizzero, belga, dei paesi dell’ex impero coloniale che mantengono il francese come lingua ufficiale, nonché del Québec . La traduzione del termine o, meglio, la trasposizione di questo all’interno dello stesso ambito linguistico (ma non giuridico) non potrà basarsi sulla cultura giuridica interna della Francia bensì (necessariamente) su quella del paese in cui il francese è lingua veicolare.
Il caso del francese del Québec è particolarmente interessante soprattutto se si ritiene che si possa dare equivalenza dei termini giuridici solamente fra lingue che si collocano all’interno di una stessa famiglia giuridica, come ad esempio l’italiano ed il francese o, nell’ambito di uno stato bilingue come il Belgio, fra il francese ed il fiammingo. Come noto l’area francofona del Québec fa parte dello stato federale canadese, ove prevale un sistema giuridico di common law; nonostante l’appartenenza formale del sistema giuridico della Province alla famiglia di diritto codificato (retaggio della colonizzazione francese del XVIII secolo, che la accomuna allo stato della Luisiana), la cultura giuridica interna canadese (sia d’espressione inglese, che francese) è riconducibile alla jurisprudence anglosassone .
A questo contesto culturale si lega "l’intenzione delle parti e il senso letterale delle parole", a cui fa riferimento il legislatore del Québec agli articoli 1013 e seguenti del Code Civil del 1866 , in merito all’interpretazione del contrat. Il legislatore del Québec riprende nei citati articoli le indicazioni di Pothier, già fatte proprie dal Code Napoléon, ma queste si collocano in un contesto culturale completamente diverso; ciò non può essere sottaciuto nell’ambito della traduzione giuridica.
Lo stesso istituto del contrat previsto nel Codice Civile del Québec agli articoli 984 e seguenti va inserito all’interno di questa particolare cultura giuridica, deviandolo dall’alveo culturale della antica madre patria. Esemplificativo a riguardo è il non riferimento nel codice del Québec, che pur come visto si rifà in importanti parti a quello francese, agli articoli 1101-1107 del Code Napoléon ovvero alle Dispositions préliminaires ai contrats.
L’esperienza giuridica sviluppatasi nella provincia francofona canadese da testimonianza di un approccio intersistematico, nel senso che è chiaramente riconoscibile al suo interno una tensione a ricondurre all’alveo del common law istituti sorti in ambito codicistico.

3.3 Proprio attraverso il richiamo all’ordinamento Québec si ripropone in evidenza la nota questione relativa alla traduzione del termine francese contrat (o del termine italiano contratto) con la parola inglese contract; non tutti i contrats ai sensi dell’articolo 1101 del Codice Civile francese (o i contratti ai sensi dell’articolo 1321 del Codice Civile italiano) sono traducibili con il termine inglese contract. I vocaboli, come la dottrina giuridica comparatistica nota , non sono fra loro interscambiabili (meglio, i concetti con questi designati) e la distanza fra le culture giuridiche interne di civil law e di common law è tale da far considerare in quest’ultimo ambito il contratto (contract) come una categoria giuridica residuale . All’interno di questa cultura giuridica non è fra l’altro riscontrabile una precisa ed univoca definizione (per così dire, legislativa, come propongono i sistemi di civil law) degli istituti che vengono ricondotti in ambito continentale al contratto o, viceversa, di quel novero di istituti che possono venire ricompresi nel sostantivo contract. Si è sottolineato come "sulla definizione di contratto non vi è unanimità tra gli autori e neppure in giurisprudenza" .
Gli istituti che ritrovano il proprio paradigma agli articoli 1101 e seguenti del Code Napoléon, i contrats per l’appunto, vanno ricollegati, come sottolineano i giuristi , alla cultura giuridica interna anglofona, che rende taluni di essi con termini diversi da contract, termini che hanno un significato giuridico diverso (quindi, una portata di conseguenze giuridiche diverse). Si pensi, a titolo d’esempio, alla conveyance, relativa al trasferimento della proprietà immobiliare, e al trust assimilabile al rapporto fiduciario ma non riconducibili al contract, al pari, ad esempio, del gift (la donazione), tutti istituti che una cultura giuridica derivata dal Code Napoléon farebbe rientrare senza dubbio nell’alveo dei contrats .
In tal senso, sempre a titolo esemplificativo, l’istituto della fiducie, ex articoli 981 e seguenti del Code Civil del Québec, si lega indissolubilmente, sia per la traduzione, che per le implicazioni giuridiche, a quello del trust conosciuto nei sistemi di common law.
Va altresì tenuto conto delle distinzioni, proprie al discorso giuridico di common law, fra contract e convention (il secondo è un termine più ampio che include anche gli accordi fra privati e pubblica amministrazione); fra contract e promise (quest’ultima è una dichiarazione di assunzione di obbligo), fra contract e obligation (è l’obbligo creato dal contratto), fra contract e agreement (inteso quest’ultimo come incontro delle volontà, quindi elemento del contratto); fra contract e bargain (definito come "an agreement between two parties for an exchange of performances, either executed or promised" ).

3.4 Ritornando alla questione relativa a ricondurre ogni termine all’interno dell’ambito culturale che gli è proprio, vanno richiamati alcuni problemi riscontrabili all’interno del diritto dei contratti internazionali. Infatti, nell’ambito della contrattualistica internazionale e più specificatamente in quella inerente della distribuzione dei beni, si pongono per la traduzione non poche questioni. Ciò viene evidenziato sia dalla prassi commerciale che dagli studi dottrinali in merito al commercio internazionale .
Le principali questioni di redazione dei testi sono legate all’impossibilità di condurre termini o locuzioni propri al lessico giuridico di una lingua al linguaggio giuridico dall’altra, perché risulterebbero, come già accennato al paragrafo 2.2, se traghettati attraverso una traduzione letterale, privi di significato; collocati nella cultura giuridica interna propria alla lingua di arrivo o si paleserebbero come non sensi oppure darebbero luogo a gravissimi equivoci. Questo è, ad esempio, il caso del cosiddetto procacciatore d’affari, figura precipua della cultura giuridica interna italiana, che non trova corrispettivi precisi in altri ordinamenti, tanto che risultano improprie traduzioni come l’inglese brocker o il francese pourvoyeur d’affaires, che a differenza del procacciatore italiano è un dipendente della società per la quale lavora, per cui percepisce uno stipendio e non una provvigione.
Altri problemi invece sono derivati dalla diversa portata giuridica che l’ordinamento ricollegabile alla lingua d’arrivo attribuisce a determinate espressioni. Si pensi, al di là degli interventi comunitari di armonizzazione dei diritti nazionali, al contratto d’agenzia, ex art. 1742 Codice Civile italiano, stipulato con una persona fisica; questo non può essere reso nel francese giuridico della Francia o del Belgio semplicemente con contrat d’agence senza equivocare sulle obbligazioni del preponente; difatti, nei paesi richiamati l’agente (l’ipotetico agent) verrà considerato un représentant salarié, assoggettato, quindi, alla legislazione del lavoro .

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