INTELLETTO e POTERE
di Andrea Favaro


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Un antico re dell’Occidente aveva fatto amicizia con un letterato e lo teneva magnificamente nella capitale, ritenendolo dotto e saggio. I giorni passavano, senza che il re vedesse farsi dei rimproveri. Allora lo licenziò, dicendo: “Sono uomo e non posso essere senza difetti. Se tu non li vedi, non sei un letterato intelligente; se tu li vedi e non mi correggi, non sei un amico retto”. Questo antico re agì in tal modo perché non era stato rimproverato dei suoi difetti. Che dire di coloro che, in questi tempi, coprono e abbelliscono i loro difetti?

Quanto antico (e sempre contemporaneo) risulta il noventasettesimo insegnamento (su cento) che il Padre Matteo Ricci affidava ai suoi primi stimatori che in estremo oriente chiedevano a lui, intellettuale occidentale, come potesse riconoscersi una vera “amicizia”.
Almeno dai tempi del magistero di Platone siamo stati più che adeguatamente avvisati che il Potere gioca sull’intelletto (dell’intellettuale) un ruolo sempiternamente rischioso.
Un “gioco” che si palesa talvolta come “giogo” a discapito dell’elemento utile proprio dei c.d. “intellettuali”, ovvero l’intelletto, che potrebbe a ragione essere adoperato per approfondire e discutere su questioni rilevanti anche avendo opinoni distinte (ma non per questo migliori/peggiori, se fondate) come testimonia la accorta disamina di Elvio Ancona.
Non pare questo, fortuna sua, sia caduto nel giogo del potere nemmeno Béla Pokol, giudice costituzionale ungherese che da sempre (non solo dall’assunzione del suo ultimo incarico istituzionale) è foriero di una teoresi vigile sul tema della morale pubblica e la sua (non proprio recente) dissoluzione.
D’altra parte anche il Potere (o meglio chi si trova ad esercitarlo) risulta sempre attratto (ieri come oggi) dal fascino dell’intelletto (degli intellettuali).
Nella maggior parte dei casi, come ci ha insegnato qualcuno, per far fungere questi quali “enzimi” del comando e quindi per fornire una “giustificazione” adeguata dell’esercizio, il più delle volte arbitrario, del detto potere.
Esercizio che da tempo immemore tenta una sorta di dialogo con il suddito, quasi a voler instaurare una relazione che non sia caratterizzata dalla semplice violenza. Un dialogo inverato di miti e arcana imperii come ben dimostra Domenico Corradini H. Broussard.
D’altra parte, “l’antico re dell’Occidente” richiamato dal Ricci è testimone di un modello di governo che intende (pur non essendo questo un presupposto) non solo comandare, ma anche “ben comandare”. Così a fianco della “norma” si erge il criterio della “giustizia” nonché il paradigma del “bene”, pur essendo questi ultimi del tutto estranei alla prima a rigor di logica. In questi binari si dipana il bel contributo di Giovanni Turco con una prospettiva generale, si comprende pure il contributo di Rocco Neri e pure si inserisce anche la documentata nota di discussione di Rudi Di Marco riguardante uno specifico caso concreto.

E però anche in questa disamina da ultimo citata torna in gioco un particolare rapporto tra intelletto e potere, dove il primo verrebbe usato ad appannaggio del secondo (o meglio delle idee di chi il secondo gestisce nel caso concreto). Con pericoli e traversie similari si possono leggere non solo i casi concreti di neonati negati nel loro (ben)essere (e di anziani – e non solo – “anticipati” nella morte per motivi più utilitaristici che scientifici), ma pure la sovranità di ordinamenti chiamati vieppiù (e spesso loro malgrado) a riconoscere soggetti superiori come testimoniano i densi contributi di Federico Travan e Alex Lorusso.

E ut semper… buona lettura!