ADRIANO TILGHER
di Francesco Gentile


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Quale sia la ragione d’introdurre Adriano Tilgher nella Galleria dell’Ircocervo è domanda a cui si possono dare due risposte. Una prima, epidermica, è che Tilgher si è laureato in Giurisprudenza a Napoli, discutendo la tesi in filosofia del diritto col professor Giuseppe Salvioli; una seconda, più radicale, è che la prima produzione scientifica di Tilgher è tutta polarizzata sulle tematiche della filosofia del diritto allora più in voga: diritto e forza, diritto e interesse, diritto e sentimento giuridico, diritto positivo e diritto naturale, il diritto alla rivoluzione, il progresso giuridico, i fattori del diritto.
Due date costituiranno l’alfa e l’omega di questa noterella: il 1907 e il 1915.
In relazione alla prima si penserà, e a ragione, alla "Memoria" letta da Benedetto Croce all’Accademia Pontaniana, nelle tornate del 21 aprile e del 5 maggio, a proposito della Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia, alla "grossa pietra (fatta cadere) sul formicaio di compilatori di Istituzioni di filosofia del diritto, e di Tesi di laurea e di Tesi di dottorato intorno al concetto di diritto .."; ma penso al 1907 soprattutto per una di quelle scorticanti note de "La Critica", intitolata La filosofia del diritto nelle facoltà di Giurisprudenza, a sigla B.C. In relazione alla seconda, il 1915, anche se basterebbe fermarsi al ‘14 per un’altra nota di Croce su "La Critica" dal titolo Intorno alla mia teoria del diritto, va ricordato che in quell’anno usciva, sempre su "La Critica", la recensione del libro di Tilgher, Teoria del pragmatismo trascendentale, a firma di Guido De Ruggiero. Una stroncatura nella quale il nostro autore viene trattato "da ragazzo che gioca con lo spadone o col moschettone del nonno (…). Da bravo ragazzo, perché l’A. è un diligente lettore e scolaro, e per questo rispetto merita lode: sennonché dalla cultura che ha accumulato trarrebbe miglior frutto se vi unisse quella necessaria modestia che è poi serietà dell’impegno". Ma andiamo con ordine.

"Quale ufficio compie la cattedra di filosofia del diritto nelle facoltà di giurisprudenza?", si chiede Benedetto Croce nel 1907.
"Quando ero studente di giurisprudenza – è la risposta – ricordo che mi stillavo il cervello per trovar la differenza tra ciò che ascoltavo nell’aula dove si insegnava l’Enciclopedia giuridica, e ciò che ascoltavo nell’altra aula, destinata alla Filosofia del diritto. E non ci riuscivo. E mi pareva che il professore di filosofia del diritto non facesse se non ripetere in modo meno preciso ciò che i suoi colleghi di facoltà sapevano in modo preciso. Quella filosofia del diritto non era altro, infatti, che una specie di enciclopedia giuridica: un po’ diritto civile e penale, un po’ di storia del diritto e qualche discussione politicheggiante sul divorzio, sulla ricerca della paternità e sul diritto al lavoro". Chiedendosi poi a che cosa potesse servire tale insegnamento, il Croce annota: "In una facoltà di tecnici, – civilisti, romanisti, storici, economisti – quel povero insegnate di filosofia del diritto ha tutta l’aria di un intruso, di un inesperto, che maneggia gli strumenti altrui e rischia di guastarli. E – salvo poche eccezioni, che si sono avute, a dir vero, negli ultimi tempi – il reclutamento di quegli insegnanti risponde alla loro dubbia funzione: essi sono scelti, di solito, tra i giuristi mal riusciti e i filosofi non ben riusciti (…). A Napoli, per esempio, la filosofia del diritto è affidata da più anni all’insegnante di storia del diritto: e non credo per altra ragione se non perché è bene assodato che quell’insegnante non se n’è mai occupato, non ne sa nulla ed è perciò affatto innocuo, o il meno possibile nocivo, ai giovani che debbono prepararsi a far gli avvocati o i magistrati". In sostanza, conclude il filosofo napoletano, si comprende come, "posto quel concetto della filosofia del diritto, sia sorto in qualche facoltà un bel sentimento di diffidenza verso di essa che, non potendosi legalmente, si è cercato di abolirla praticamente", come a Napoli.

Ma chi è l’insegnante di filosofia a Napoli in quegli anni? E’ appunto il sopra ricordato Giuseppe Salvioli, con cui il giovane Adriano Tilgher si laureerà nel 1909. Modenese, ordinario di storia del diritto italiano, era l’autore di una Filosofia del diritto. Appunti sulle lezioni dettate, oggetto, su "La Critica" del 1905, di una violenta recensione firmata da Giovanni Gentile.
Denunciati i plagi dalle opere di Luigi Miraglia, di Icilio Vanni e di Benedetto Croce, il filosofo siciliano concludeva la sua requisitoria: "Questi sono i plagi noti a me, che non mi sono mai occupato degli studi propri di questo scrittore. Ma bastano a provare l’abito scientifico di lui e a spiegare perché egli, senza essersi mai impicciato di filosofia del diritto, abbia creduto di potersi sobbarcare al grave ufficio d’insegnarla e di scriverne un trattato".

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