DIRITTO, GIUSTIFICAZIONE, “DOMINIUM”
di Andrea Favaro


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I giuristi son sempre stati fin troppo pronti (e talvolta finanche proni) a sublimare il proprio operato quotidiano in virtù di una autorità peculiare del “giuridico”, di un sapere che, primo tra tutti (assieme alla teologia e alla filosofia), è stato assunto al grado accademico con la rinascita degli Studi Generali e che in virtù di tale “scientificità” viene dagli stessi ritenuti (oggi come ieri) scevro da condizionamenti.

D’altronde tale consapevolezza risulta falsata dall’esperienza, dal pulsare giornaliero dell’interazione soggettiva che, più di quanto i giuristi vogliano ammettere, rifulge per una declinazione del diritto come semplice povero utile strumento del “potere”.

Strumento, appunto. Perché talvolta il “potere” pretende di essere colto come “giustificato” pure nella sua espressione meno pacifica. E la giustificazione viene fornita proprio dallo strumento giuridico, sempiterna spada che rende dolce il dolore, lieve la ferita.

Potere e Dominio che si intersecano tra loro avviluppando all’interno il “giuridico” che avrebbe il ruolo nobile di decifrare il “giusto” potere/dominio ed invece, troppo spesso, si stende sul terreno acerbo a guisa di zerbino del potere/dominio di turno. Nell’alveo precipuo di tale ambigua presenza si declina il contributo di Simona Langella che analizza il paradigma del “dominio” nella disamina del fondatore della Scuola di Salamanca, quello stesso Francisco de Vitoria che recuperando il magistero tommasiano tenta di giustificare il potere all’insegna del riconoscimento del “giusto” al suo interno espressivo.

Ricerca del “giusto” che autorizza qualche illuminato pensatore a tenere sotto vigile osservazione critica l’istituzione statuale (e statica) per riconoscere autorità e identità ad un ordine spontaneo (e, così, non impostato) non solo istituzionale giuridico ma anche economico come mostra bene Markus Krienke nell’originale confronto tra Rosmini e Ropke.

Ordine delle istituzioni che permette la felicità dei singoli, anzi che dovrebbe essere ordinato a questa come ben articolato da Romina Amicolo nella sua disamina sul Filangieri dove viene evidenziato che tale “obiettivo”, rectius “giustificazione”, dell’esistenza dell’ordinamento ha perduto la propria identità a causa della perdita/cancellazione del riconoscimento del ruolo della “società civile”.

D’altra parte, in ordine al ritrovamento di un ruolo non più cifrato nell’ottica dell’ammenda permanente risulta essere la recente normativa che in Italia è diretta a regolare le posizioni dei singoli in “sovraindebitamento” (cfr. L. n. 3/2012); normativa peculiare, probabilmente non articolata nel migliore dei modi, che Torquato G. Tasso offre in un’analisi critica utile a cogliere dal dato normativo una nitida impostazione filosofica.

Chiude il numero una presentazione al largo pubblico del ruolo dei fratelli veronesi Ballerini, veri protagonisti dei saperi teologici, filosofici e canonistici del XVIII secolo, a cura di Costantino-Matteo Fabris.

Buona lettura…