GUIDO GONELLA
di Francesco Gentile

Leggendo le tribolazioni della democrazia, questo è il titolo del libretto, determinate da quattro crisi, "Crisi della morale", "Crisi del potere", "Crisi delle programmazioni" e "Crisi dello Spirito", mi è parso di intravedere la ragione di fondo del discorso congressuale del ’46, carico di fiducia e insieme intessuto d’interrogativi. Per farla emergere compiutamente sarebbe necessaria una verifica analitica e puntuale, che va al di là dell’economia contenuta di questa nota, ma per farla balenare, suggestivamente benché non senza fondamento, potranno bastare pochi cenni a mo’ di campione.

"Le nostre libertà non ci porteranno allo Stato liberale del lasciar fare che lascia via libera al privilegio. Non vogliamo una libertà che sia un vuoto, un contenente senza contenuto, una libertà che conduca all’agnosticismo spirituale e morale" (B2), a questo passaggio del ’46 potremmo accostarne uno del ’78: "Nella famiglia, nella scuola, nella fabbrica e nella Chiesa c’è gente che, in nome della libertà, non intende obbedire. Si getta alle ortiche l’obbedienza, anche quando questa è condizione di funzionalità degli organismi sociali. Ma non basta. Non ci si limita solo a contestare o, diciamo più esattamente, a respingere il comando che, di per sé, può anche essere discusso; ma ci si vuole sostituire a chi comanda. Vogliono comandare proprio coloro che non vogliono più obbedire, come se il loro comando non implicasse obbedienza da parte degli altri. Il figlio vuole imporsi al padre, lo studente al professore, l’operaio al padrone, il prete al Papa. (…) Nella ribellione all’obbedienza doverosa e nell’avversione al comando di chi ha non solo il diritto ma anche il dovere di guidare, si sacrificano valori essenziali della vita morale: la coerenza e la fedeltà. Chi mai ha pensato che sia in contrasto con la libertà individuale l’adesione convinta e costante a valori assoluti, cioè la continuità nel professare un’idea, la fedeltà nel praticarla? (…) Nel nostro tempo, invece, la vita morale e sociale è dominata da una tendenza, e pure da un gusto, a coltivare la ribellione all’autorità della regola che deve disciplinare l’azione umana. Ribellione che è quasi sempre una forma d’incoerenza o d’infedeltà. Il prete che in Chiesa partecipa ai fedeli non il Vangelo ma il suo fidanzamento; il professore dell’Università pontificia che critica il Pontefice senza scendere dalla cattedra di cui abusa, sono personaggi che rifiutano la coerenza e che fanno getto della fedeltà. (…) Il cattolico che propaga il marxismo invece del Vangelo, oppure il Vangelo ad mentem di Carlo Marx, non si libera della servitù ad una ortodossia, ma serve due padroni. Il deputato che depone nell’urna un voto contro il suo partito, senza prima andarsene dal partito, è un traditore. Allo stesso modo il marito infedele è un uomo non libero, ma un libertino; e l’attrice che si presenta sugli schermi del mondo intero con il costume di Eva e poi pretende, con dichiarazioni alla stampa, di essere rispettata nella sua privacy appare un personaggio sconclusionato e pietoso, essendo, con la sua arte, una propagandista di vita licenziosa. In tutti questi casi, dei quali, di tempo in tempo, si è nutrita la cronaca, l’incoerenza è una servitù e non una liberazione. E la disobbedienza ad una legge, sia essa religiosa, o morale, o politica, è retribuita con la logora moneta di un penoso servaggio a più padroni" (Tribolazioni, pp. 134-136).
Letto in controluce o, se si preferisce una metafora musicale, messo in contrappunto al bilancio del ’78, il progetto del ’46 perde la patina ideologica, peraltro comprensibile considerati il momento ed il contesto nel quale si collocava, e se ne percepisce la valenza profonda, politica ma anche ed insieme storica. "Diciamo no all’indifferentismo morale cioè a concezioni della vita che favoriscono la disintegrazione della società. Ispirandosi ad un vieto e negativo concetto di libertà – precisa, infatti, il futuro costituente – l’Italia sembra avere esaurito la sua funzione politica con il capolavoro dell’unità. Poi è stata mediocre e pavida. Il liberalismo ritiene tanto più ampia la libertà del singolo quanto più è limitato l’intervento dello Stato. La nostra democrazia, invece, ritiene che la libertà è tanto più ampia anche per l’individuo, quanto più vigile ed efficace è la tutela dello Stato. Quindi dalla libertà inorganica dobbiamo passare alla libertà organica. Mentre il comunismo instaura la supremazia della società, e il liberalismo la supremazia dell’individuo, la democrazia organica tende a realizzare la sintesi dei diritti individuali e dei doveri sociali della persona." (B2). E ancora. "Per noi, la libertà è la possibilità di fare il bene. Vogliamo la libertà di fare ciò che è giusto e buono. La nostra non è quindi la libertà di Babeuf, cioè la libertà, com’egli diceva, di andare a mangiare nelle case dei ricchi, ma la libertà di obbedire alla ragione e di praticare la virtù. La nostra libertà, a differenza da quella del liberalismo, va intesa non nel senso negativo, cioè come possibilità di restare chiusi nel proprio orticello, bensì in senso positivo, cioè come possibilità di uscire dalla nostra sfera particolare per portare un più vasto contributo al progresso della comunità. La libertà, quindi, per noi non è un fosso, ma un ponte: non uno strumento di isolamento individualistico, ma un mezzo di espansione sociale. Per questo, maggiore è la libertà, maggiore sarà pure la responsabilità sociale" (B3).
Si ha l’impressione come di una sfida, orgogliosamente lanciata, prima che agli antagonisti del prossimo agone elettorale, a se stessi, alla propria capacità di mantenere gli impegni cui si è chiamati da una "confessione di fede" (A1). "Dobbiamo finalmente e coraggiosamente uscire da questa barbara notte delle guerre del nostro tempo per marciare verso un nuovo evo cristiano" (B3). Ripeto, una sfida a se stessi.

"Bisogna finirla con l’avere due Stati: uno legale ed uno reale; uno scritto sulla carta ed uno diverso e contraddittorio, vivente nelle istituzioni. Bisogna finirla col divorzio fra il formalismo giuridico e la realtà operante delle forze sociali" (B3), a questo passaggio del ’46 potremmo accostarne uno del ’78: "E’ evidente e stucchevole la permanente monotonia della politica italiana. Sempre le stesse cose, sempre i soliti problemi insoluti, sempre la sicurezza nel garantire che si farà ciò che difficilmente sarà fatto, o che si farà bene ciò che verrà attuato malamente. Perché tutto questo? Le ragioni sono molteplici: 1) la politica è più assertiva che esplicativa.. 2) la politica è generica.. 3) la politica è unilaterale.. 4) la politica è gladiatoria.. 5) la politica è evasiva.. 6) la politica è avveniristica.. 7) la politica è spesso irresponsabile.. 8) la politica è cristallizzata dal monopolio d’uomini e correnti che non hanno fantasia, e preferiscono ripetere luoghi comuni non impegnativi. (..) La politica dell’astrattismo è più che mai viva, proprio mentre è moribonda l’arte astrattista. Un estraneo alle faccende politiche, ammesso come uditore a dibattiti di partito, riuscirebbe con difficoltà a capire che cosa veramente si vuole… In dibattiti del genere, invano si attende che il professore universitario parli della riforma degli atenei, che il giurista affronti i problemi del diritto, che l’economista segua le preoccupanti vicende economiche, che il sociologo indaghi sullo sviluppo dei fenomeni sociali. Invano si attende che ciascuno faccia il proprio mestiere. E, si badi bene, non è che manchino in queste assemblee rettori d’università, giuristi di chiara fama, economisti di vasta esperienza. Eppure, tutti preferiscono parlare della stessa cosa: apertura e chiusura, sinistrismo e destrismo, conservatorismo e progressismo, verticismo e basismo. La passione della tattica e il culto della forma, isolata dal contenuto, attira tutti e travolge tutti… La politica dell’astrattismo tatticista è, ad un tempo, causa e conseguenza del distacco della classe politica dalla vita del Paese. La politica diviene fine a se stessa. L’ermetismo è l’anticamera dell’incomunicabilità. Da ciò la conseguenza della progressiva impopolarità dei partiti, chiusi nei loro sofistici areopaghi, preoccupati di dire e ridire frasi rituali, di ripetere liturgie noiose, di bruciare grani d’incenso a determinati personaggi…L’astrattismo della politica è non solo una malattia. E’ anche una furbizia. Permette di non logorarsi nello studio sempre duro dei problemi concreti; permette di non essere accantonati; permette di lasciare le porte aperte a tutto: a ciò che si dice, a ciò che non si dice, a ciò che si sottintende. In realtà, le porte restano spesso aperte sul vuoto. Il non compromettersi finisce per significare un non impegnarsi (..) Ma ciò che non si conclude nelle camere delle assemblee politiche si conclude nelle anticamere, più affollate delle assemblee stesse, nelle logge delle correnti e sottocorrenti. Da ciò la decadenza del costume politico che denuncia la tattica del doppio binario…L’opinione pubblica intuisce benissimo tutto ciò e la sua disistima per i partiti e la politica cresce con progressione geometrica. In tal modo si contribuisce a preparare i funerali della democrazia" (Tribolazioni, pp. 13-18).
Letto in controluce o, se si continua preferire la metafora musicale, messo in contrappunto al bilancio del ’78, il progetto del ’46, con la sua puntigliosa elencazione dei problemi concreti, potremmo dire quotidiani, dei padri come dei figli, dei docenti come dei discenti, degli operai come dei padroni, dei laici come dei preti, dei semplici cittadini come dei pubblici ufficiali, appare assai più che uno strumento "per catturare il gregge popolare, per tosare le pecore e vendere la lana al mercato" (A1), e solo per inciso si può ricordare come su quella base la D.C. avrebbe contato su 207 dei 556 deputati alla Costituente, la provocazione di una "milizia ideale" alla quale viene chiamata "una coalizione di uomini che intendono affermare l’integralismo della loro fede". Ancora una sfida. Ancora una volta una sfida rivolta a se stessi prima che agli antagonisti nell’agone elettorale. Quale altro senso avrebbero mai affermazioni del tipo: "Dobbiamo riformare lo Stato nello spirito della nostra politica che si impernia su due esigenze fondamentali. Una di natura spirituale: vogliamo la verità che è il presupposto della libertà. Una di natura materiale: vogliamo il lavoro che ci garantisce pane, vestito e casa"? "Noi non vogliamo una Costituzione di partito o di confessione ma la Costituzione del popolo italiano al quale sottoponiamo il nostro programma, il nostro piano regolatore della ricostruzione morale, politica ed economica, perché lo valuti e lo giudichi per mezzo del voto. Ma il popolo italiano è un popolo cristiano, e quindi nel nostro Paese i principi generali della politica e del diritto pubblico non possono contrastare l’etica cristiana. La civiltà cristiana ci fornisce non solo le fondamenta, ma pure la cava delle pietre necessarie per costruire il nuovo edificio" (B3).
La condizione perché la classe politica non si separi dal corpo sociale, secondo il futuro costituente, è che non perda di vista ciò che è veramente proprio della comunità, che no si riduca a "statistica". E in tal senso si capisce anche che cosa volesse dire Gonella con l’espressione, di cui già abbiamo sottolineato la singolarità, "lo spirito e la lettera delle nostre rivendicazioni" che non sono le rivendicazioni di una parte né vanno intese nella dimensione soggettiva ed opinabile dell’apparire, esigenza o recriminazione o pretesa privata, ma nella dimensione oggettiva ed incontraddittoria dell’essere, rei vindicatio al modo della civilis sapientia romana.

Come siano andate le cose, a cinquanta e più anni di distanza, se le sfide siano state vinte o perdute, le storie cominciano a chiarirlo: le storie scritte dagli uomini, i quali come le scrivono così le riscrivono, se c’è buona fede. Disincantato ma sempre confidente, alle prese con le "tribolazioni della democrazia", Guido Gonella appare preoccupato di non essere preso per una Cassandra. Candore mostruoso, dal latino monstruosus cioè ammirevole, per un uomo la cui vita privata per tanto tempo si è intrecciata con il potere pubblico! Credere di poter associare l’infelice figlia al padre regale senza suggerire il pensiero di un’altra e più maligna associazione, del Dottor Jekill a Mister Hyde. Soprattutto nella machiavellica "italietta" dove a pensar male si fa peccato ma…, con quel che segue. Anche prova di buona fede, però, adamantina, e di coraggio nella sfida. Nella sfida a se stessi prima che agli altri. "In una nuova rinascita possiamo confidare prendendo coscienza anzitutto delle torbide vicende dalle quali vogliamo uscire". Prendendo coscienza di ciò che è veramente accaduto: sempre una rei vindicatio.
Una domanda, in conclusione, verrebbe da porre all’Autore, che è stato tra l’altro attento e acuto annotatore delle encicliche papali. Perché, nel lanciare le sue sfide, non abbia mai citato il celeberrimo passo di Leone XIII° sul "tanto bene (che) farà la democrazia se sarà cristiana"! Anche questa una sfida. Il che avrebbe consentito di suggerire la conclusione, elementare ma difficilmente controvertibile, che il non essere cristiana impedisce anche alla democrazia, come d’altronde ad ogni forma di regime, di fare veramente del bene e di essere veramente qualcosa di diverso da un feticcio. Ma immagino si possa rispondere che forse proprio questa era la vera e profonda tribolazione di Guido Gonella.

P.S.: Nello scrivere questo testo ho cercato di corrispondere, con pietas filiale, al ricordo di mia madre, Fabia Gatti, e di mio padre, Marino Gentile, che con Guido Gonella condivisero l’esperienza della FUCI di Igino Righetti, della quale fu assistente spirituale il giovane don Giovanni Battista Montini.

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