GUIDO GONELLA
di Francesco Gentile


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Per il tono sbrigativo del lungo elenco in cui si sviluppa, il Programma della D.C. per la Costituzione di Guido Gonella potrebbe sembrare quasi il "campionario" che un imprenditore coscienzioso ed onesto presenta ai promotori commerciali del proprio prodotto, a quelli che abitualmente vengono chiamati i "rappresentanti" dell’azienda. "Amici congressisti, il 2 giugno milioni d’uomini e di donne italiane voteranno per lo Scudo Crociato. Essi hanno il diritto di sapere non solo per quali uomini votano (e questi sono elencati nelle liste dei candidati), ma anche per quali idee votano. Questa relazione intende illustrare il nostro programma, indicando lo spirito e la lettera delle nostre rivendicazioni". Il paragone, solo in apparenza impertinente, non scandalizzerà i "rappresentanti" del Popolo Italiano che, per il progressivo affermarsi della politica/spettacolo, si sono visti costretti a ricorrere nelle loro campagne elettorali all’opera di pubblicitari ed esperti in sondaggi, abitualmente impegnati nella promozione d’automobili o di cosmetici, d’elettrodomestici o di fondi, in genere di utensili.
Ma a che cosa erano chiamati i milioni d’uomini e di donne che il 2 giugno del 1946 avrebbero votato per lo Scudo Crociato? Guido Gonella, incaricato da Alcide De Gasperi a tenere la relazione introduttiva al Primo Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, non ha esitazione ad affermarlo perentoriamente: sono chiamati alla "riforma dello Stato nello spirito delle libertà" (A) perché, preciserà, "o riformiamo lo Stato, o cadremo in una nuova esperienza dittatoriale; la dittatura non è una novità inventata dal fascismo, ma una malattia cronica in varie età della politica italiana" (A3). E’ dunque intorno allo spirito delle libertà, presupposto e insieme perno d’ogni riforma dello stato, che l’intero discorso si sviluppa, in sei ampie parti.

La prima è dedicata alla "Dichiarazione delle libertà" per sgombrare subito il campo dagli equivoci a proposito di "Libertà e diritti" (B1): dissipando ogni pretesa affinità con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese, razionalistica e giacobina, definita citando Carlyle "opera di un sinedrio di pedanti" (B1), ma anche con il "capolavoro professorale" della Costituzione di Weimar, "perché un perfetto sillogismo non basta a garantire un buon governo" (B1). Ma, sopratutto, per mettere subito in chiaro un concetto basilare, "che le libertà dell’uomo sono anteriori allo Stato" e che "il diritto positivo interpreta e realizza il diritto naturale" (B1). Il che, tra l’altro, consente a Gonella una precisazione di straordinario interesse sulla natura dello "strumento" che in quel particolare frangente, per la prima volta, gli Italiani erano chiamati direttamente a forgiare: "Le Costituzioni non sono catechismi o serie di precetti, ma un complesso di fondamentali ed organiche norme giuridiche" (B1). E subito si pone il problema di non confondere "le libertà illusorie o parziali" (B2) da "le libertà reali e integrali" (B3).
La seconda parte è dedicata alle "libertà religiose"; per inciso si noti l’uso sempre al plurale del sostantivo "libertà", che ha una valenza concettuale prima ed oltre che stilistica. "Libertà delle coscienze" (C1), "libertà di credere, di professare e di propagandare la fede" (C2), ma anche "libertà della Chiesa" (C3). Gonella avverte il problema della impossibilità d’imporre o di tutelare "la fede con il carabiniere; Alla religione protetta dallo Stato preferiamo la religione che si protegge da sé. Preferiamo la religione che guarda, più che al suo potere, ai suoi doveri e ai suoi diritti". Ma si chiede anche "perché noi, popolo cristiano, dovremmo avere dei dubbi a riconoscere quello che riconoscono varie Costituzioni europee ed americane, cioè che Dio è la fonte superiore di ogni autorità? Perché dovremmo avere dei dubbi ad esprimere la gratitudine verso Dio per la libertà? Si può dire che la Costituzione, come riconosce che la lingua italiana è la lingua del popolo italiano, anche se vi sono gli alloglotti, anche se esistono i dialetti, così dovrà riconoscere che la religione del popolo italiano, nella realtà delle coscienze, del costume e della tradizione, è la religione cattolica" (C2).
La terza parte è dedicata alle "libertà morali". "Libertà della persona" (D1), "libertà della famiglia" (D2), "libertà della scuola" (D3) ma anche e soprattutto "libertà dal vizio" (D4). Una notazione di straordinario interesse si segnala in questo passaggio delicato del discorso, mediante il collegamento tra vizio e guerra; non si può dimenticare che i segni dell’ultima guerra erano ancora fisicamente visibili. "La pestilenza di questa guerra ha fra l’altro un’aggravante: è stata un morbo di corruzione non solo delle milizie, ma pure delle donne e dei bambini, cioè di quella popolazione civile che in altre epoche i belligeranti cercavano di mantenere ai margini delle loro imprese sanguinarie. La guerra ha offerto il terreno più favorevole alla spavalda marcia del male che devasta le coscienze. Lo stimolo della fame non è però sufficiente a determinare questo precipitoso sbalzo barometrico del costume. I fatti – scrive Gonella stabilendo un’ardita connessione – accusano pure la crisi del nostro sistema educativo e familiare alla cui scuola sono cresciute tante anime fiacche. Lo Stato deve concorrere a liberare il cittadino dalla servitù del vizio, essendo la sanità morale dei cittadini un bene non solo privato ma anche pubblico" (D4).
Alle "libertà politiche" è dedicata la quarta parte. "Libertà dalle tirannidi" (E1) ma anche "libertà dagli arbitrii del potere" (E2); "libertà dal privilegio" (E3) ma anche "libertà dall’intolleranza" (E4) e soprattutto "libertà dal timore" (E5). Riflessioni di attualità sconcertante sul tempo nel quale "la politica languisce sotto la costellazione della paura … della paura che si insinua in tutte le fessure e venature della vita sociale" (E5). Richiamo fermo alla consapevolezza che "per realizzare la libertà dalla paura non bisogna avere paura della libertà" (E5).
Alle "libertà economiche" è dedicata la quinta parte. Classicamente distinte tra le negative: "libertà dal bisogno" (F1), "libertà dall’ingiustizia sociale" (F2), "libertà dalla misera" (F4), "libertà dalla disoccupazione" (F5) ma anche "libertà dall’egoismo" (F3), e le positive: "libertà di lavorare" (F6), "libertà di possedere" (F7), "libertà di scambiare" (F8) e "libertà sindacale" (F9). L’atteggiamento di Gonella è inequivocabile in proposito: "Il problema centrale della nuova Costituzione è: portare e risolvere la questione sociale sul terreno del diritto costituzionale" (F1).
L’ultima parte è dedicata alle "garanzie delle libertà", alla "Struttura democratica dello Stato" (G1), al "Sistema parlamentare rappresentativo" (G2), alla "Stabilità del Governo" (G3), alla "Indipendenza della Magistratura" (G4), a "Decentramento, autonomie e regionalismo" (G5) ma anche alle "Garanzie morali" (G6). "Tutte le garanzie giuridiche e politiche di un regime democratico sono impotenti se mancano le garanzie morali. Bisogna che lo Stato abbia una chiara coscienza dei suoi doveri, sappia essere a servizio dei cittadini, sappia che non può continuare a dare l’esempio di una sistematica inadempienza delle sue obbligazioni, sappia che non può essere il meno scrupoloso dei contraenti. Lo scandaloso fenomeno della caotica inflazione delle leggi ha profondamente scosso nelle coscienze il senso di sicurezza e di protezione del diritto. Una nuova coscienza giuridica potrà essere instaurata con la fine del malcostume politico e con il rinnovamento interiore dell’uomo" (G6).
Ed è appunto con un commosso richiamo ad un "rinnovamento cristiano" che si conclude la relazione congressuale; prendendo le distanze da Tocqueville come da Robespierre, dalla "epurazione" e dal "fascismo degli antifascisti"; con il fermo asserto che "la Costituzione, se vuole costituire qualche cosa di stabile, deve trovare il terreno per la definitiva riconciliazione degli italiani nella costruzione di uno Stato nuovo, deve segnare la fine degli odi tra fratelli"; con la convinzione che "il Cristianesimo è lievito della civiltà politica, e la vita del cristiano, sempre contraddetta e pur sempre in-faticata, è il sostegno della società; la quale, per quanto decadente, senza Cristo non potrebbe neppure essere detta barbara poiché mancherebbe il criterio e il metro necessario per misurare la barbarie".

Di fronte ad un discorso solo epidermicamente assertorio ma tutto intessuto di interrogativi, privo dell’apoditticità che contrassegna le relazioni congressuali di partito, tanto più in tempo di elezioni, e soprattutto incurante dei tabù del momento ("La democrazia non è, di per sé, la virtù: è la possibilità della virtù. Si può dire anzi che la democrazia ha bisogno della virtù, più d’ogni altro sistema. Non dimentichiamo questo principio fondamentale, altrimenti le sorprese del domani saranno ben crude" (E1), non ci si può non chiedere quale ne fosse la ragione profonda, considerato che evidentemente non era un calcolo elettorale a dettarlo né un’esigenza di parte a sostenerlo, nonostante quello strano riferimento iniziale a "lo spirito e la lettera delle nostre rivendicazioni" (A1): sembrerebbe, "nostre", nel senso della Democrazia Cristiana! Su tutto questo stavo riflettendo quando mi è capitato tra le mani un libretto, delle Edizioni Studium, edito alla fine degli Anni Settanta, nel quale Guido Gonella raccoglie come in una geremiade una nutrita serie di "osservazioni sulla decadenza delle istituzioni democratiche e, in primo luogo, del costume politico", avendo l’avvertenza di precisare come non si tratti "del frutto di astratte speculazioni su problemi politici, ma di meditazioni maturate nel corso di una trentennale esperienza politica vissuta in attività di Governo, di Parlamento, di Partito". E, a sottolineare la cosa, nella quarta di copertina dell’autore viene pubblicato un curriculum che vale la pena di rileggere per la, evidentemente voluta, pignoleria e per il candore. "Guido Gonella, laureato in Filosofia e in Giurisprudenza, ha compiuto studi in Francia e in Germania. Professore di Filosofia del diritto nelle Università di Pavia, Bari e del Laterano. Nel corso dell’insegnamento universitario ha pubblicato una trentina di studi fra i quali: La filosofia del diritto secondo Antonio Rosmini (1933), La crisi del contrattualismo (1937), La nozione di bene comune (1938), Diritto e morale (1939), Principi di un ordine sociale (1942), Presupposti di un ordine internazionale (1943), tradotto in sei lingue. Ha diretto la rivista ‘Studium’ e ha fondato la ‘Rassegna internazionale di documentazione’. Redattore di politica estera dell’ Osservatore Romano, nel quale pubblicò gli Acta Diurna dal 1932 al 1942. Partecipò alla guerra di liberazione: fu arrestato per antifascismo, assegnato al confino e sottoposto a vigilanza speciale. Ha collaborato con Alcide De Gasperi (1930-1945) per fondare la Democrazia Cristiana, di cui ha elaborato e presentato il programma al primo Congresso del Partito (1946). Dopo aver dato vita al <Popolo> clandestino, lo diresse come quotidiano dal 1944 al 1946. E’ stato segretario nazionale della D.C. dal 1950 al 1953. Membro della Consulta Nazionale e dell’Assemblea Costituente, presentò un programma della nuova Costituzione. Deputato, primo eletto, dal 1946, è stato per cinque legislature riconfermato fino al 1972, coprendo pure la carica di V. Presidente della Camera. Eletto Senatore nel 1972 e rieletto nel 1976. Cinque volte di seguito Ministro della Pubblica Istruzione, dal 1946 al 1951, e otto volte Ministro della Giustizia, dal 1957 al 1973. Per due anni Ministro senza portafoglio per la Riforma della Pubblica Amministrazione e per l’attuazione della Costituzione. Durante dodici anni di attività ministeriale ha partecipato ai Governi De Gasperi, Segni, Fanfani, Zoli, Leone e Andreotti.. Dal 1965 al 1972 è stato Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, da lui fondato. Presidente della Commissione per la Riforma del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia. Autore di numerosi progetti di legge relativi alle riforme scolastiche e alle riforme dei codici. Rappresentante italiano all’Assemblea del Consiglio d’Europa dal 1954, è stato anche V. Presidente dell’Assemblea stessa (1970-1973). Rieletto rappresentante a Strasburgo dal dicembre 1975. Come candidato alla Presidenza della Repubblica ha ottenuto alle Camere riunite il maggior numero di voti dopo il Presidente Pertini".

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