RECENSIONE A PATRICK NERHOT
MÉNOLOGIQUES SUIVIES DE LECTURES FREUDIENNES
di Massimo Durante


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L’ultimo saggio di Patrick Nerhot – che aspira ad articolare la problematica ermeneutica e quella fenomenologica al fine di ripensare il principio di razionalità – deve essere, a nostro avviso, letto come il tentativo di riaprire ed orientare il dibattito filosofico in direzione di un’interrogazione che investa il nostro mondo. Ciò significa in altri termini che la meditazione a cui tale testo intende dare forma e contenuto non traduce soltanto una riflessione di carattere epistemologico, ma aspira ad elevare tale riflessione alla problematica di carattere etico che vi è sottesa e che, oggi, la rimette in gioco. Il senso di tale problematica può essere espresso dicendo con l’autore che "tutte le domande possono, a priori, essere legittime. Ciò che invece non lo è, è la risposta" (p.76). Ciò che il filosofo intende contestare è quanto lui stesso definisce come "cultura dell’interpretazione" (p.6), vale a dire l’idea che non sia mai attestabile un principio di misura universale, un criterio di giudizio vero-falso, che permetta di conservare il riferimento ad un’istanza di razionalità, senza la quale l’arbitrio e la violenza possono essere impunemente legittimate. Tale rischio rende sempre più necessario mantenere un principio di verità e giudizio, che deve, però, sapersi confrontare all’ipotesi filosofica, che Patrick Nerhot avanza, di un’assenza al principio del senso.
Tale ipotesi si traduce, per il filosofo francese, nel rifiuto di ogni concezione del senso che sia fondata su di una forma di determinismo o di epistemologia del dono, tributarie del primato accordato alla presenza del presente: cioè di una meditazione insufficiente della gnoseologia della temporalità del tempo. Per dare contenuto a tale ipotesi Patrick Nerhot cerca, dunque, di elaborare un metodo fenomenologico, volto a rendere conto del processo tramite cui si formalizza un senso, vale a dire si costituisce la forma entro la quale si attesta un significato certo, che non è mai l’oggetto di una donazione (Sinngebung) o intuizione a priori. In altri termini, l’analisi epistemologica, che le Questioni fenomenologiche intendono articolare, non traduce una critica all’idea di formalismo, quale per esempio quello giuridico, ma al contrario è volta ad elevare la riflessione ad una comprensione della problematica generale del formalismo, che sappia rinnovare sulla base di un metodo fenomenologico tale problematica e renderla capace di rispondere alle critiche che su essa si concentrano in particolare in seno al dibattito ermeneutico contemporaneo. Proprio per tale motivo Nerhot reputa necessario preparare l’elaborazione di un metodo fenomenologico sul terreno dell’ermeneutica, concepita come una vasta meditazione sul senso e non come una tecnica d’interpretazione dei testi. Non si tratta, cioè, per il filosofo di riproporre, secondo la lezione heideggeriana, l’idea di una fenomenologia ermeneutica, per cui il fenomeno si donerebbe come qualcosa di nascosto e che si offrirebbe come tale ad una decifrazione infinita; quanto, piuttosto, d’alimentare l’idea di un’ermeneutica fenomenologica, in virtù della quale l’accesso al fenomenico è introdotto e reso possibile da un’interrogazione al cui centro è posta la questione stessa del senso.
Il saggio di Nerhot si compone di due parti: nella prima parte, il filosofo procede ad elaborare un metodo fenomenologico che renda disponibile un principio di misura della razionalità degli enunciati di senso, tramite cui operare un giudizio su tali enunciati. Nella seconda parte, in coerenza con la sua vocazione universalistica, l’autore mette alla prova tale metodo, analizzando la coerenza e il rigore di un ragionamento specifico e dogmatico, qual è quello con cui Freud intende formalizzare la nevrosi e fondare la scienza psicoanalitica. Ancora una volta, l’analisi del filosofo francese è volta a mostrare che l’accesso ad un principio di verità non è dissociabile dalla capacità di rendere disponibile ad altri tale accesso, che funziona allora non solo da principio di giudizio, ma anche e soprattutto da criterio di controllo sull’istanza stessa di razionalità che tale principio solleva: come sottolineava Jean-Toussaint Desanti nelle sue Idéalités mathématiques, l’esperienza della razionalità consiste nel rendere disponibile ad altri tale esperienza, nella possibilità che altri possa compierla per proprio conto.
Dobbiamo, dunque, concentrare la nostra attenzione su tale metodo fenomenologico. Nerhot è consapevole dell’operare dell’a priori fenomenologico del pensiero, per il quale tutto il pensiero è rappresentazione – che Husserl rimproverava a Kant di non aver concepito in termini sufficientemente radicali (cfr. Kant e l’idea della filosofia trascendentale, trad. it. di C. La Rocca, Milano, Il Saggiatore, 1990) – ma allo stesso tempo ritiene indispensabile rendere conto del processo tramite cui la rappresentazione permette di attestare un senso e che trova fondamento su una struttura rovesciata della temporalità. L’analisi di tale struttura costituisce, a nostro avviso, il cuore pulsante della riflessione di Nerhot ed il suo contributo maggiore all’elaborazione di un rinnovato principio di razionalità. Rifiutare, infatti, l’idea che l’atto d’apprensione del senso si traduca in un istantaneismo, per il quale il senso si donerebbe da sé a uno sguardo che come tale lo raccoglierebbe, significa rifiutare anche la struttura della temporalità che vi è sottesa e che consiste nel concepire l’atto tramite cui un senso è attestato come un trasporto lineare e diretto dal passato al presente, da un prima ad un dopo, per dirla con Patrick Nerhot, in forza del quale il presente risulterebbe, allora, un risultato necessario. Secondo tale ricostruzione, molto consueta, se un’indeterminazione del senso sussiste, essa sporgerebbe sul lato del passato. Al contrario, per il nostro filosofo, ciò che sfugge e resta un mistero iscritto al principio del senso è il presente. Ma è proprio in forza di tale indeterminazione che il ragionamento non prende le sue mosse da un prima, ma da un dopo, la cui problematicità è il punto di partenza del ragionamento: elaborazione razionale di un senso che è, allora, risposta al mistero del presente. La struttura della temporalità è rovesciata e proprio in quanto forma di attestazione di un senso: si tratta, infatti, di accedere a un prima (il dopo del ragionamento) a partire da un dopo (l’istanza che mette in moto il processo del senso) di cui non si può fare l’economia.
L’accesso al fenomenico non è reso possibile dunque, secondo Patrick Nerhot, contro la tradizione fenomenologica classica, dall’intuizione fondata sull’aptologia dell’essere; ma su una regressione, tramite cui il dopo identifica il suo prima, che non costituisce una retrodizione, ma, nel lessico del nostro filosofo, una fissazione: abbiamo una prima articolazione di natura causale, in quanto regressione, che fissa, identifica l’enunciato di senso, da cui muove il ragionamento e che una seconda articolazione – diversa dalla prima perché costituita da una proiezione nel senso fenomenologico del termine – è chiamata a dimostrare, vale a dire, nel linguaggio del nostro filosofo, a mostrare, a rendere visibile, misurabile. Il prima, che permette di accedere ad un principio di spiegazione, ad un sistema di evidenze, resta un prima istituito dall’atto di regressione: resta, come detto, il prima istituito da un dopo e, dunque, non pretende testimoniare che di questo dopo che lo fissa e lo istituisce come tale. Solo sulla base dell’identificazione di tale principio di spiegazione, che fa accedere al fenomenico, possiamo compiere una seconda articolazione, la proiezione, tramite cui l’enunciato mostrativo è chiamato a rendere visibile l’assunto di cui predica l’enunciato principale. Il ragionamento sporge, allora, sul lato dell’effetto, ma tale effetto non è concepito come un risultato necessario; bensì come la risposta al mistero del ‘noi’, dell”oggi’, alla domanda che proviene da quel modo d’apertura del ragionamento che è provocato dall’assenza al principio del senso.
Tali premesse di senso lasciano, dunque, apprezzare le loro conseguenze sul piano della riflessione giusfilosofica, così come aprono alla possibilità di una rinnovata concezione della filosofia della storia. Più in particolare, l’enunciazione di una regola non è più concepita come tributaria dell’orizzonte storico nel quale è iscritta, ma al contrario è precisamente l’esperienza del discorso suscitato in verità, vale a dire in diritto, nel senso del metodo fenomenologico, che permette di formalizzare e rendere visibile l’orizzonte della storia. É su questo presupposto di fondo che si scrive la filosofia del diritto di Patrick Nerhot e che si rende possibile e al contempo necessario, da parte dell’autore, distinguere in termini rinnovati la nozione di regola da quella di comportamento. Nell’evocare tali nozioni non dobbiamo leggervi solo il riferimento alle fondamentali articolazioni del ragionamento giuridico, ma dobbiamo scorgere, al di esse, l’operare di quella dialettica che, da più di due secoli, investe il pensiero giusfilosofico e richiede d’articolare la relazione complessa e problematica che sussiste tra razionalità e storicità. Non è possibile, però, riprodurre, in questa sede, il ragionamento del nostro filosofo nella sua interezza. Dobbiamo limitarci alle linee principali della sua analisi. Il filosofo francese ritiene che la struttura logica del ragionamento giuridico – ma non solo di quello giuridico – è concepita come una struttura binaria retta dall’opposizione tra una regola ed un comportamento: la regola viene pensata come la scrittura o predizione di un futuro e il comportamento come una realtà empirica che si offrirebbe alla determinazione concreta o logica operata dalla regola. A tale struttura Nerhot oppone una struttura ternaria che si fonda su un elemento terzo, la convenzione, che permette d’inscrivere in seno alla dialettica tra regola e comportamento una mediazione, per cui è possibile mantenere una distinzione concettuale tra regola e comportamento e in mancanza della quale la struttura del ragionamento giuridico resta una tautologia: qual è quella cui danno vita le due diverse figure della regola regolativa e della regola costitutiva, che il filosofo francese evoca in seno alla ripresa dell’analisi critica della filosofia del linguaggio ordinario, a cui un precedente saggio è stato consacrato (cfr. La fenomenologia della filosofia analitica del linguaggio ordinario, Padova, Cedam, 1998). Mantenere distinta la regola da quella che è una mera convenzione significa, per il nostro filosofo, rifiutare, da un lato, una concezione costruttivistica nell’enunciazione del senso di una regola e conservare, dall’altro, alla stessa una precisa autonomia nel quadro del processo d’elaborazione di un senso: è un enunciato che ha natura dogmatica che istruisce il processo del senso, ma tale processo non può mai essere esaurito dalla definizione semantica degli elementi che costituiscono l’enunciato di senso. Parimenti, non si può concepire un comportamento come un fatto bruto: in quanto fatto, esso è sempre già iscritto all’interno di una trama discorsiva che lo istituisce come tale, vale a dire come rappresentazione di un visibile che permette, solo allora, di accedere al ragionamento che dispone una regola.
Non vi è qui lo spazio per esporre le linee della seconda parte del testo, a cui non possiamo che rinviare il lettore. E’ opportuno notare in conclusione che l’interesse, che proviene dalla lettura di questo libro, riposa tanto su ciò che la ricostruzione di un principio di razionalità offre al dibattito filosofico considerato nella sua interezza, quanto su ciò che tale saggio lascia presagire e che si offre alla possibilità di una riflessione a venire. Le pagine presentate sono, infatti, suscettibili di sollevare una serie di problematiche e d’interrogativi di cui fare cenno. In particolare, le analisi di Patrick Nerhot costituiscono un terreno fertile per accordare uno statuto filosofico rinnovato all’idea di soggettività nel quadro di una problematica etica, che per altra via da quella della filosofia trascendentale ripresenta l’esigenza di una profondità tra la dimensione della soggettività e quella dell’oggettività, di cui resta tributario il discorso che solleva una pretesa di verità. Questa considerazione pone un interrogativo ulteriore, relativo alla possibilità di fondare una riflessione epistemologica che prescinda, in tutto o in parte, da un sostrato antropologico, che tale riflessione a più riprese pare mettere in gioco. Ancora, la meditazione del nostro filosofo suggerisce la possibilità di accedere ad un principio di verità sulla base di un metodo fenomenologico, che metta in valore le risorse offerte dalla tradizione ermeneutica, senza tradursi pertanto necessariamente in una ripresa del discorso ontologico formale. A questo proposito è importante notare che le analisi che animano le Questioni sono suscettibili inoltre di conferire uno statuto fenomenologico più preciso alla nozione stessa di positivismo giuridico, che si nutre alla fonte della questione filosofica della positività. La riflessione critica sulla temporalità, intesa come forma di comprensione del senso, lascia presagire, infine, la necessità d’iscrivere tale problematica centrale in seno a una più ampia meditazione, che sappia articolare la relazione tra razionalità e storicità in termini tali da rendere possibile un principio altro – per l’enunciazione del senso – che non quello che trovi fondamento sull’idea di storicismo, vale a dire sul primato che è accordato alla logica dell’esistente.