FRANCESCO GENTILE. RICORDO DI UN ALLIEVO
di Lucio Franzese
Università degli Studi di Trieste


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Uscito dalla scuola giuridica padovana, nella quale Opocher, sulle orme di Capograssi, ha lasciato tracce indelebili con la sua filosofia dell’esperienza giuridica, Francesco Gentile avverte soprattutto la fecondità culturale del lascito familiare. “Debbo ai miei «padri» del XXº Secolo, a mio padre Marino, professore universitario e accademico dei Lincei, ma forse più a mio nonno Attilio, professore e preside del Liceo Dante di Trieste, la fortuna di non aver mai inteso la scuola come oasi nel deserto della vita né come zona protetta per specie in estinzione o nicchia per belle statuine. Ho sempre avvertito e mi sono sforzato di far percepire a chi ne frequenta le aule che nella scuola è la vita, tutta la vita, che si sperimenta, con i suoi calcoli e i suoi slanci, con le sue grettezze e le sue generosità, le sue passioni e la sua razionalità. Tanto che qualche volta sono stato tentato di credere che la vita fosse una scuola permanente, nella quale ogni giorno si è chiamati a lezioni ed esami”.
Questo attestato di vita e vitalità della scuola, in un momento in cui da più parti si denuncia la crisi in cui versa il nostro sistema educativo, è significativo della missione che per il Nostro ha l’Università. Esso è contenuto in Politica aut/et statistica (Milano, 2003), che è la palingenesi di Intelligenza politica e ragion di stato, edita per la prima volta nel 1983, anno in cui frequento le lezioni del professor Gentile nell’Aula 16 della Facoltà di Giurisprudenza di Napoli.
Diversi pensatori debbono a questo libro il soffio iniziale come studiosi di filosofia e di storia delle dottrine politiche, di teoria generale e di filosofia del diritto, nonché di diritto pubblico. In esso il Maestro affronta tutta una serie di temi fondamentali per la politica e il diritto, evidenziando il pericolo della loro riduzione alla logica della ragion di Stato, come si verifica nella prospettiva “geometrica” della modernità. “Formato da ricerche storiografiche”, che Gli valgono il Prix Montesqieu del 1968, “e dall’approfondimento epistemologico della struttura del sapere scientifico a cui fui sollecitato dal mio primo incarico d’insegnamento nella nascente Facoltà di Sociologia di Trento”, come Lui stesso ricorda nell’ultima lezione da professore ordinario dell’Università Italiana, il 21 maggio 2008, Francesco Gentile denomina, riprendendo ed integrando una formula hobbesiana, geometria legale la riflessione sul fenomeno giuridico avente una struttura ipotetico-deduttiva e una finalità operativa, al modo proprio della conoscenza scientifica. Ad essa imputa le aporie del pensiero politico e giuridico moderno, donde la necessità di riportare il discorso sul piano anipotetico e non operativo della speculazione filosofica, per riscoprire nell’autonomia soggettiva il fondamento dell’obbligazione politica e dello stesso ordinamento giuridico, originalmente inteso come processo mediante il quale si pone ordine nelle relazioni intersoggettive (Ordinamento giuridico tra virtualità e realtà, Padova, 2001).
Gentile professa e vive il diritto come strumento elettivo della comunicazione interpersonale, mediante il riconoscimento dialettico del proprio di ciascuno, e mirando al bene comune, cioè al “riconoscimento in comune del Bene”, come lo definisce, con un rinvio al trascendente, rivelato dall’uso della B maiuscola che, però, costituiva un arcano per lo studente della Federico II. Diritto e politica sono sì importanti per il Filosofo, tanto da dedicarvi la vita, ma non costituiscono delle entità autoreferenziali né, tantomeno, il tutto. Compito della filosofia del diritto, come scrive tracciando un bilancio della propria vicenda scientifica, invero, è “quello di ricercare al di là del contigente l’essenziale, al di là dell’opinabile il vero, al di là del legale il giusto. «Al di là» nel senso di «attraverso»: metá tà physiká” (Legalità Giustizia Giustificazione, Napoli, 2008).
Il lettore dei testi gentiliani non avverte mai un senso di appagamento nell’Autore, nemmeno dopo un approdo teoreticamente valido. Non già per insoddisfazione o inquietudine psicologiche, bensì per il Suo tendere al vero che, solo, rende autentica la ricerca e la vita stessa di colui che la svolge. La sensazione che si ritrae è che Egli è nel mondo ma non è del mondo.
Nel 1986 mi laureo con il professor Gentile discutendo una tesi su “Il problema della conciliazione nell’esperienza giuridica”. Lo ricordo perché è indicativo di un altro motivo di fondo del Suo pensiero. In un periodo in cui si era soliti assegnare tesi di carattere storiografico, ambito nel quale la filosofia del diritto si era rinserrata di fronte alla separazione tra essere e dover essere reclamata dal giurista positivo, Egli propone ai laureandi tematiche schiettamente giuridiche, convinto com’è che solo facendo emergere la problematicità intrinseca all’esperienza giuridica la filosofia può ritrovare la sua ragion d’essere nell’ambito degli studi di giurisprudenza. Quindi, non mera giustapposizione di teoria e prassi bensì un procedere in modo elenctico rispetto alle ricostruzioni che di un istituto danno la dottrina e i tribunali, in modo da poterne desumere la concezione del diritto ad esse sottese. Canone indicato a quanti hanno avuto il privilegio di essere Suoi compagni d’avventura e che ha ispirato una pluralità di iniziative all’insegna della formula crociana, usata in modo un po’ provocatorio, dell’Ircocervo.
In primo luogo le collane, per i tipi delle Edizioni Scientifiche Italiane, “L’Ircocervo. Saggi per una storia del pensiero giuridico e politico italiano contemporaneo”, e “La Crisalide. Studi filosofici di critica civile”; gli Incontri organizzati in Calabria, con il patrocinio dell’Università di Catanzaro, su “Teoria e prassi alle radici dell’esperienza giuridica”; la rivista on line “L’Ircocervo. Rivista elettronica italiana di metodologia, teoria generale del diritto e dottrina dello Stato”. Tali iniziative, ispirate all’osmosi tra teoria e prassi, culminano a Padova, dove dall’anno accademico 1984/5 è succeduto sulla cattedra che era stata di Opocher, nella Scuola forense, operante nell’ambito della Fondazione Gentile onlus, costituita, con la moglie Anna Lisa, allo scopo di “conservare, rinnovandolo, il retaggio umanistico della metafisica classica, nella storia e nella giurisprudenza, nell’arte e nella tecnica” (www. fondazionegentileonlus.it).
In un abbozzo della figura scientifica di Gentile non si possono non evocare la tematizzazione delle categorie di conflitto e controversia, che Gli servono per mettere a fuoco la valenza del fenomeno processuale nell’esperienza giuridica; la distinzione fra le accezioni soggettiva ed oggettiva della politica che lo conduce a riportare al centro del dibattito le nozioni classiche di politicità e di positività, dopo averle depurate dalle incrostazioni ideologiche che ne pregiudicavano l’uso (Politicità e positività nell’opera del legislatore, Catanzaro, 1998).
Questa elencazione di alcuni dei temi che hanno scandito la Sua opera deve necessariamente contenere un riferimento al principio di sussidiarietà. Chi scrive serba il ricordo di due diverse occasioni in cui a Padova, all’inizio degli anni Novanta, assistette al prorompere del Maestro in un moto d’intellettuale entusiasmo per l’enunciazione della sussidiarietà, che allora si annunciava. Mi riferisco ad un dibattito, tenutosi al Liviano, sulla Enciclica Centesimus annus, e a una conferenza, al Bò, del professor Paladin sui lavori peparatori al Trattato di Maastricht. In un recente convegno triestino, in cui è stato presentato Filosofia del diritto (Padova, 2006), un “digesto” delle lezioni gentiliane raccolte dagli allievi più giovani, l’Autore ha rivendicato una sorta di primogenitura nella valorizzazione e diffusione della concezione sussidiaria delle istituzioni. E non c’è dubbio che Egli è stato tra i primi a cogliere le potenzialità euristiche di questo nuovo paradigma giuridico che, facendo leva sulla responsabilità personale, revoca in dubbio la categoria della sovranità, dato fisionomico dello Stato moderno, in base alla quale si è teorizzato il monopolio giuridico e politico di colui che non dipende da nessuno se non dalla propria spada, secondo la icastica definizione di Bodin che il Nostro reputa insuperata nella sua elementare e, quindi, essenziale, formulazione.
Ben altra riflessione occorrerebbe per delineare la figura del Filosofo, e sicuramente ci saranno occasioni in cui la comunità scientifica lo farà. Oggi va ricordato la notevole eco che il magistero gentiliano ha avuto anche nel mondo ispanico, testimoniata, per un verso, dalla traduzione delle opere principali e dalla cooptazione nella Real Academia de Jurisprudentia y Legislación de Espana; per l’altro, dalla pubblicazione degli Studi in Suo onore (De la geometría legal-estatal al redescubrimiento del derecho y de la politica, Madrid, 2006) cui si rinvia per l’elenco completo degli scritti e delle attività svolte non solo nella scuola di diritto italiana.
In questa sede non si può non far cenno, rappresentando una manifestazione peculiare del Suo essere filosofo del diritto, al contributo dato al mondo istituzionale. Vanno ricordate la partecipazione al Comitato di studio sulle Riforme istituzionali, elettorali e costituzionali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 1994, al Gruppo di studio per la Riforma dello Statuto della Lombardia e della Calabria, rispettivamente negli anni 1996/98 e 1999/2001, alla Commissione per l’attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale del Ministero della Giustizia, nel 2002, e il mandato di consigliere comunale a Padova, negli anni 1995/99.
L’amore per la musica e, in generale per l’arte, lo ha portato a fondare e a far parte del Consiglio di amministrazione de “I Solisti Veneti”, della “Orchestra di Padova e del Veneto” e ad essere membro del Consiglio direttivo della “Biennale di Venezia”.
È indubbio che le maggiori energie le ha profuse nell’Universitas Iuristarum patavina dove, secondo la tradizione degli amati maestri Enrico Opocher, Alberto Trabucchi e Giuseppe Bettiol, ha ricoperto tutte le cariche di governo. Preside per due lunghi periodi (1989/1995 e 2001/2007); direttore dell’Istituto di Filosofia del diritto e Diritto comparato (1987/97) e del Dipartimento di Storia e Filosofia del diritto e Diritto canonico (1997/2001); coordinatore del Dottorato di ricerca in Filosofia del diritto “Metodo e Tradizioni giuridiche” (1987/2004) e direttore della Scuola di Dottorato in Giurisprudenza, dalla istituzione fino alla Sua morte, giorno in cui il Consiglio di Facoltà era riunito per chiedere al Ministero che Gli conferisse il titolo di professore emerito.
Adesso che il Nostro è avvolto nel Mistero ci dirà, forse, le cose migliori.