B. MONTANARI (a cura di), La possibilità impazzita. Esodo dalla modernità
Giappichelli, Torino 2005, pp. VIII+430
di Federico Reggio


Si evidenzia così la perdita dei due fondamentali punti d’appoggio – Stato e individuo – su cui il pensiero moderno aveva strutturato (si pensi alla figura del contratto sociale) molti dei suoi modelli politico-giuridici e richiede altri riferimenti concettuali per ripensare la dimensione dell’organizzazione politica e sociale. Nemmeno il concetto di democrazia formale – come ricorda puntualmente Lo Giudice – appare sufficiente a proteggere la comunità politica dal “potere indeterminato della maggioranza”, e nemmeno dai molti condizionamenti occulti che sempre più ottundono – pur in un contesto di apparente libertà di pensiero e di comportamento – la coscienza e la libertà del singolo nelle odierne società complesse. A questo proposito appaiono realmente profetici alcuni pensieri di Herbert Marcuse su cui Gabriele Molinari invita a meditare in apertura del suo saggio: il filosofo dell’ “Uomo a una dimensione” aveva infatti evidenziato come un sistema può rivelarsi ‘totalitario’ anche al di fuori di un uso terroristico del potere, bensì anche solo attraverso la gestione di interessi dominanti sapientemente indirizzati all’interno di un assetto politico-giuridico “benissimo compatibile con un pluralismo di partiti, di giornali, di poteri controbilianciantisi” [5] . Diviene quindi fondamentale – acquisita questa consapevolezza – interrogarsi su come un’organizzazione politica possa darsi senza schiacciare la libertà individuale o, all’opposto, senza elevare a sommo valore il più disgregante soggettivismo.
Si comprende anche alla luce di ciò l’importanza delle riflessioni che Giovanni Bombelli propone in margine ad Aristotele, alla riscoperta della nozione di ‘comunità’, che il pensiero classico vedeva iscritta nella struttura costitutiva dell’essere umano. Nel concetto classico di ‘koinonia’ si trova un luogo – reale e ideale – nel quale identità e diversità possono essere pensate entro una comune appartenenza e una relazione non di contrapposizione bensì di reciproca implicazione: la stessa fenomenologia del vissuto – rileva Bombelli – mostrerebbe l’apertura dell’uomo alla dimensione del comune e all’organizzazione sociale, sicché questa non può intendersi come puramente artificiale né alla stregua di una semplice astrazione concettuale. In questo senso la riflessione sul concetto classico di ‘koinonia’ aiuta ad affrontare con prudenza e senso critico le letture troppo ottimistiche della globalizzazione come costruzione di una nuova mega-comunità, nelle quali sembra invece prevalere una dimensione contingentistica:
“Mentre in ambito moderno-contemporaneo è andato progressivamente affermandosi un concetto di ‘pluralismo’ in termini di mera equivalenza o astratta equipollenza/giustapposizione delle varie opzioni culturali, (…) in Aristotele” – nota lo studioso – “sembra privilegiarsi, almeno allo stato di intuizione, una nozione di ‘pluralismo’ (…) come autentica espressione della strutturale ricchezza della relazione intersoggettiva” [6] .
Eppure – in tempi di massima estensione delle capacità di comunicazione e di inter-relazione – proprio la dimensione del dialogo intersoggettivo appare paradossalmente compressa. A questo proposito non si può che condividere il richiamo di Giovanni Magrì, per il quale la difficoltà concettuale nella quale versa oggi la riflessione giuridica nella lettura e nella disciplina dei fenomeni legati alla globalizzazione dipende da “un deficit di riflessione, di consapevolezza, di rigore di analisi logica e fenomenologica” all’interno di una “cultura giuridica tanto raffinata nell’uso degli strumenti d’analisi, dei concetti, delle procedure, quanto perplessa nella valutazione dei fini incorporati nelle pratiche” [7] . Tale incertezza riguardo ai fini sembra tuttavia iscriversi nell’attitudine tipicamente postmoderna di considerare i fini come opzioni tra loro indifferenti e sottoposte alla pura valutazione dell’intelletto calcolante, anziché cercare di indagarli come strutture concettuali dotate di contenuti vincolanti per la ragione. Strettamente legata a questa prospettiva appare anche la dominante attitudine riduzionistica che il pensiero contemporaneo rivolge nei confronti della realtà – sia essa materiale, virtuale, umana – per la quale tutto è pensabile come oggetto, tutto è utilizzabile: un’attitudine per la quale l’homo optionis si trasforma – per cercare una metafora efficace – da homo utens in utensile a sua volta.
Ci si chiede a questo proposito se il problema del ‘controllo’ delle spinte nullificanti e violente della globalizzazione e del dominio della tecnoscienza non vada legato tanto alla domanda su quale ‘forma di governo’ possa funzionare in questa ‘rete’, e come si possa affrontarla, bensì vada ricondotto alla riflessione sulle condizioni essenziali per le quali il mondo umano – nella sua dimensione individuale e nelle sue proiezioni sociali – possa salvarsi dall’essere ridotto ad ingranaggio di un colossale meccanismo di potere il cui senso appare solo l’aumento della propria potenza.

Un bivio: solitudine e dialogo nel regno delle possibilità.
Nel redigere la cartografia dell’esodo dalla modernità appare insomma che, in un mondo che apparentemente si è fatto più piccolo, più veloce e più interconnesso, aumentano – sia nei fatti che nei pensieri – le ‘solitudini’, e gli uomini appaiono sempre più, come ricorda Molinari, “ciascuno isolato nella propria miseria di speranze e appartenenze irrimediabilmente stereotipate; tutti di gran fretta in quei ‘non-luoghi’, dove il fare semplicemente si sovrappone all’esistere, ma nessuna parola presiede a quel fare: nessuna domanda, nessuna risposta. Nessun fine” [8] .
Se, invece, come affermava Montanari nell’introduzione a La possibilità Impazzita, “l’uomo sembra essere l’unico vivente che è consapevole dei successivi confini che definiscono il suo io e la molteplice alterità che lo circonda”, sembra quasi che l’esplorazione dei confini del mondo – in pieno esodo dalla modernità – abbia condotto l’uomo ad un bivio: perdersi in spazi apparentemente sconfinati che lo dissolvono oppure cominciare – a partire da qui – a cercare nuovamente se stesso. La mappa conduce quindi ad uno specchio davanti al quale bisogna trovare il coraggio di guardare e capire che cosa vi si rifletta. Di riscoprirne il mistero, la ricchezza, l’unicità e, superando forse certe remore cui tanto si è affezionata la riflessione odierna, l’autotrascendenza; rendersi così conto che – per riprendere le parole di Hölderlin in conclusione del saggio di Molinari – prima di tutto “noi siamo un colloquio”. Dal riconoscimento di questo principio sarà forse possibile trovare la via per indagare il fine del nostro esserci, e forse proprio questo salverà la ragione umana dalla possibilità di impazzire, persa o dissolta nel regno delle possibilità.

 

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[1] Queste ultime tematiche vengono ulteriormente sviluppate nei saggi di Alberto Andronico e di Giovanni Magrì: il primo si concentra in particolare sul mutamento dei concetti di spazio e di tempo nel contesto contemporaneo e sull’influenza che tale cambiamento esercita sulle categorie filosofico-politiche attuali; il secondo invece propone un percorso dall’esito filosofico-giuridico, a partire da una riflessione sulle interazioni concettuali e fattuali insistenti tra politica, tecnica ed economia con particolare riferimento a due fenomeni portanti dell’attuale contesto, quali la globalizzazione e la tecnoscienza.
[2] BERNARDO A., La “responsabilità sociale” nel governo dell’impresa, pp. 361-371. Incuriosisce che nella ricca rassegna bibliografica dell’Autrice manchi un riferimento alle considerazioni emerse nel contesto della Dottrina Sociale della Chiesa e degli studi critici ad essa legati, posto che essi hanno da subito – ben prima dell’avvento della globalizzazione contemporanea – sottolineato quanto l’attività d’impresa vada letta non solo nella sua caratterizzazione economica, bensì anche nella sua dimensione di interazione interpersonale, la quale costituisce una delle cifre specifiche della responsabilità sociale dell’impresa stessa.
[3] “(…) l’esperienza dimostra che gli equilibri determinati dall’agire non regolamentato delle forze economiche non garantiscono affatto un maggior benessere per la collettività, ma, al contrario, il consolidamento dei soggetti più forti a danno dei più deboli”(BERNARDO A., La “responsabilità sociale”, p. 379).
[4] Una riflessione sul diritto ‘delle Corti di giustizia’ e la sua attitudine ad affrontare con maggiore flessibilità ed adeguatezza concettuale le sfide giuridiche del contesto contemporaneo è svolta anche nel saggio di Michele Greco, con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente. Si veda, GRECO M., Normazione per principi: globalizzazione e nuovi ordini del diritto, pp. 245-288.
[5] MARCUSE H., L’uomo a una dimensione, tr. it, Milano 1967, pp. 11-12. Tale gestione può darsi semplicemente attraverso “la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti” e, parallelamente, precludendo “l’emergere di una opposizione efficace” contro l’assetto di interessi dominanti che appaiono ‘regolare’ il sistema nelle sue forze d’indirizzo (Ibid., p. 23).
[6] BOMBELLI G., L’ “oscillante ambiguità” del modello comunitario… a partire da Aristotele, p. 99. Nel pensiero aristotelico – che l’autore ripercorre anche attraverso la riflessione di autori come Villey, Vegetti e Gadamer – sussiste sempre una dialettica tra storia ed idea, per cui il riferimento al ‘naturale’ non può leggersi né come pura idea astratta né come assolutizzazione del dato storico. È in questa dimensione ‘dialettica’ che – ad avviso di chi scrive – può ravvisarsi un importante strumento concettuale in grado di costituire un ‘antidoto’ contro l’imperante uso della ragione strumentale nel pensiero contemporaneo.
[7] MAGRÌ G., Il padrone ha bisogno del servo?, pp. 175-176.
[8] MOLINARI G., Nuovi totalitarismi: l’indispensabile ritorno della politica, p. 221.

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